“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Lunedì, 13 Maggio 2013 07:49

"Prometeo, perché?". Atto Primo: Litania

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Cammino per strada, preoccupato, le strade non sono sicure.
Cammino per strada, preoccupato, più che mai insicuro.
Queste strade non sono mie, sono straniero, straniero sempre senza mai potermi affezionare ad alcuna terra ed alcuna gente perché il mio presente mi insegue senza pietà come il tafano di Era cacciava la giovenca ninfa. Il mio futuro lui si trova in una terra che sembra essere sempre più lontana e cupa, e davvero non riesco a desiderarlo. Di un solo luogo sono certo, quello della mia felicità: utopia, il non luogo.
Questo sono io, amico mio Prometeo, un uomo che teme il presente e il futuro, un uomo perfino troppo orgoglioso e stolto per rifugiarsi nell’oblio e nel passato.

E mentre il mio spirito vaga fuggendo l’attimo e fingendo un destino, il mio corpo invece è legato ad una roccia alla fine del mondo. Da lì i miei occhi, oramai asciutti, altro non vedono in questa Terra che miseria e banalità, che cattiveria e assurdità. Ed è per vivere – solo per vivere! – che chiudo gli occhi; è per trovare rifugio nella mia buia solitudine che, serrandoli, faccio giungere la triste notte.
Ma al fato non si può sfuggire, e proprio come non mi è dato morire non mi è nemmeno permesso di ignorare e riposare. La mia mente allora si affatica, quasi contro la mia volontà, e sacrifica tutte le mie energie al solo pensare, all’atroce visione d’un bagliore, all’immaginazione crudele d'un mondo migliore.
Ogni notte – ogni notte! – ricresce in me quella speranza e quella volontà che mi impone di non chiamare “impossibile” l’incredibilmente difficile, che mi impone di disprezzare la mia tristezza poiché essa mi rende debole e facilmente ingannabile, che mi impone di scucire la palpebra e di guardare con coraggio, che mi impone di fondere vita e missione, che mi impone di pensare il mio dolore e la mia fatica come una prova per divenire migliore, che mi impone l’assurda follia di chiamare “puttana” il piacere. E così ogni notte mi convinco che tu, Prometeo, Unico Dio e Cristo, non fosti stolto e che ogni cosa si possa cambiare.
E così riapro gli occhi stanchi e libero lo sguardo esausto, e così torno a respirare il gelo ardente della vita, e così torno a solleticare il terrore, e così torna il giorno e la mia libertà, di nuovo, mi è essenziale.
E così ogni giorno – ogni giorno! – i terribili rapaci del denaro, della fame, della malattia, dell’ignoranza, della prepotenza, dell’ingiustizia, della corruzione, della guerra, dell’indifferenza, della più bassa convenienza, della discriminazione, del vuoto e dello spreco e dell’abbandono tornano a cibarsi di me e di questo mio fegato.
Tutto questo avviene sotto lo sguardo deliziato dei discendenti di Zeus che mai hanno creduto l’uomo degno, e sotto lo sguardo degli stessi uomini che hanno eretto la loro fortuna sulla disperazione dei propri fratelli e continuano a goderne dimenticando il tuo divino monito:  “Non c’è dolore di uno che non finisca col contagiare tutti gli altri”.
E così ogni giorno si riaprono le ferite dolorosamente cucite, dilaniate dai freddi becchi che scavano la carne e spargono ovunque sangue e brandelli insudiciando il mio sognare.
E così ogni giorno lo spuntone di Efesto penetra, insieme alla convinzione dell’inutilità della mia vita e del tutto, sempre più profondamente dentro il mio cuore ormai alveare.
E così ogni giorno è un terribile susseguirsi di strazi, sempre più terribile, anche se mai tanto atroce quanto sentire crescere in me, ogni notte, un’alba destinata a morire senza dignità come le bianche farfalle che affogano nel fango.
Forse che hai donato a noi il Fuoco, tu che sei colui che pensa prima, solo per vederci bruciare?
Forse che hai donato a noi la Luce, rubandolo agli dei e andando incontro alla sorte più crudele,
per vedere le tenebre impossessarsi di ogni cosa?

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