“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Domenica, 01 Novembre 2020 00:00

La terra parla una lingua diversa

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1

Un fulmine 

Grigio teso ed elettrico silenzio,
fragore interno di un urlo in sospeso.
L’attimo prima o dopo si fa caso,
un occhio è sgranato, l’altro chiuso.

Rimbomba dentro il cuore collettivo,
lo fa umile fraterno spaventato.
Poi lascia scivolare traballanti
e ognuno torna dentro la sua guerra.



2

Adesso che combatti
con i giorni, la sorte,
e stai nello scorrere
tutto è spigoloso.
Sarebbe più semplice
se dentro noi fossimo
privi di tutte le ombre
o una cosa soltanto.
Tu cammini in un mondo
che non va cospirando,
vive nel disordine;
e il nemico abita oltre,
nel tuo stesso sguardo
che ti fa il giudicante.



3

Cos’è che dovremo ancora volere
nella vita lacerata, ineguale,
in questo spazio sempre più angusto,
più arreso, sconfitta delle attese?
Ci si potrà aggrappare ad un nome,
ritrovarci dentro il sapore del poi.
Raccontarsi che è questo l’amore,
un confidarsi che il mondo non basta.
Non arrendersi, saper aspettare,
avere il coraggio di una promessa;
consolare piano, cullarsi a vicenda,
perché la notte sia solo una notte.
Non pensare ad alcun prima illusorio
e nemmeno a un futuro necessario,
ritrovare l’abbandono nell’altro,
forse scoprire davvero chi siamo.



4

Dici confine, dici combattere
ma la terra parla una lingua diversa
come ogni cosa intorno, mai nostra
e che crediamo di poter afferrare.
Dici essere, dici appartenere
in mezzo a legami, abbagli, singulti,
storie di ultimi zitti, di lunghi tragitti,
ombre che soltanto pare siano state.
Dici faremo, dici noi otterremo
e quanto stringi già scappa di mano,
la materia, la miseria, il sapere
tornano al punto in cui tutto comincia.
Si inganna chi crede di conoscere
il dopo oppure cosa c’era all’inizio,
le misteriose connessioni che mai
lasciano che qualcuno muoia solo.



5

Non c’è un solo io, una sola domanda,
cammini la vita che ti succede;
quella che viene, non importa come,
trascina tacendo e non chiede motivi.
La stessa che ti sta portando lontano
− lontano è già adesso, lontano è già stato.



6

Non credi ma dentro hai la provincia:
avverti i segni che porti con te
nei gesti di tutti i giorni e ovunque,
in questo sentirsi poco sempre?
Lo dimentichi ma dentro hai casa,
un angolo poi un altro, uno scorcio;
il mondo è soltanto un riflesso
del primo paesaggio che hai visto.
Sai che la partenza serve ancora
a raggiungere un oltre nel cuore
con tutto che si sfa, ricompone,
e alla fine il poter ritornare.



7

Posso leggere tutti
i versi di Leopardi
senza mai intravedere
il suo vero dolore.
Cercare sulle mappe
i nomi di grandi città,
e perdere gli odori
e le vite lì raccolte.
Così è pregio del dubbio
questa consapevolezza
che sempre sia proibito
lambire l’intero cielo. 



8

Siamo la vita che non ha riposo
nel rimanere e nell’allontanarsi:
quanto conta dover perdere Itaca
per desiderare di ritornarci?





N.B.: L’immagine di copertina di Alessandro Carrara (particolare)

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