“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Domenica, 27 Settembre 2020 00:00

Dall’altra parte del mondo

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Era considerata la nuova mecca della felicità, ci andavano a vivere sempre più persone, italiani compresi, residenti da tempo a Lisbona, stufi e frustrati dalla capitale lusitana, diventata impossibile negli ultimi anni per chi non guadagnava abbastanza a causa dei continui rincari degli affitti, oramai eccessivi e folli.

Il nuovo rifugio si trovava ora dall’altra parte del fiume, l’altra sponda del Tejo la si raggiungeva passando per il Ponte 25 de Abril, in macchina, in bus, oppure salpando sul cacilheiro dalla stazione fluviale di Cais do Sodré, ogni dieci minuti era possibile salire su un’imbarcazione con destinazione Cacilhas, quartiere di Almada, un quarto d’ora scarso di navigazione e si arrivava in questo splendido porticciolo, delimitato a nord dal fiume e a ovest dall’Oceano Atlantico. Erano due le versioni più diffuse sul perché questa zona si chiamasse così, la prima si concentrava sulla frase dá cá cilhas, dammi le cinghie, utilizzata nei secoli scorsi dai proprietari degli asini che organizzavano delle visite in carrozza, trainate dai loro stessi animali, per i turisti che giungevano fino a qui, una forma di svago che secondo alcuni era nata da un’idea di Re Ferdinado II. La seconda versione, invece, narrava che questa questa località si chiamasse in questo modo perché il termine arabo cacila significava mandria o luogo dove brucavano gli asini, da qui il nome Cacilhas.
“Guarda che panorama su Lisbona, era tanto tempo che non venivo qui, me l’ero scordata la prospettiva della città vista da qui”.
“E non mi volevi dare retta! Adesso ce ne prendiamo due belle fresche e ci rulliamo una galinha – la chiamava così – ho roba più buona del solito, amico mio!”.
Quella volta presi il cacilheiro insieme a Simone, mi convinse in un pomeriggio noioso e di fine estate, di quelli che non combini niente e non hai nulla da fare, a perdere tempo con lui, bevendo, fumando e osservando il pôr do sol, il tramonto, dall’altra parte del fiume. Arrivò dopo la quarta birra, il sole scendeva rispetto a noi sul lato sinistro del ponte e scompariva a poco a poco e Lisbona, di fronte a noi, era di un color arancione mai visto, godevamo in quel momento della brezza oceanica che finalmente ci rinfrescava in una giornata più torrida del solito. Eravamo dall’altra parte del fiume, sull’altra sponda del Tejo, dall’altra parte del mondo.
“Ho lasciato il lavoro, mi sono veramente rotto le palle di stare tutto il giorno con le cuffie a sentire i reclami della gente”.
Lo guardai e dopo qualche interminabile secondo, gli domandai: “Devi lasciare anche casa allora... che ti metti a fare, mica tornerai in Italia...?”.
“Ma quando mai... col cazzo che torno in Italia, dai... al massimo me ne vado a fare un’esperienza di vita in Africa, in qualche ex colonia portoghese, Angola o Mozambico. Per la casa, foda-se! Devo lasciare la stanza prima possibile ma ho già risolto, mi trasferisco qui la settimana prossima, ho trovato un monolocale a trecento euro al mese”, mi rispose Simone, poi fece un tiro di Galinha e me la passò.
Negli ultimi anni erano arrivati moltissimi italiani, assunti in diverse multinazionali che avevano scelto come base operativa la capitale portoghese da tempo e che si occupavano di outsourcing, ovvero fornivano dei servizi che venivano esternalizzati da altre imprese, soprattutto nell’assistenza clienti. Queste aziende cercavano continuamente persone di madre lingua italiana, spagnola e francese, soprattutto giovani, tant’è che in città, Lisbona era definita l’impero dei call center. C’era chi aveva messo piede sul suolo lusitano dopo un breve colloquio via skype andato a buon fine, si partiva dall’Italia con il primo aereo disponibile e si arrivava qui, un corso di formazione retribuito di circa due settimane e poi subito al lavoro, guadagnando mensilmente tra gli ottocento e i mille euro, per rispondere alla richieste e alle lamentele dei clienti che arrivavano via telefono o via mail.
Ai più fortunati, Simone rientrava nella categoria, la multinazionale che ti aveva assunto procurava anche una stanza in un appartamento dove avresti vissuto con quattro o cinque colleghi, l’affitto, la luce, il gas, l’acqua e internet, erano inclusi nel contratto. E con la donna delle pulizie due volte a settimana.
Quando vidi la sua mail, provai una gioia incommensurabile, era passato quasi un anno dall’ultima volta che lo vidi, non eravamo particolarmente amici e non ci frequentavamo molto, fu anche per quello che dopo averlo provato a contattare qualche volta senza successo, lasciai perdere.
“Chissà dove sarà finito a bere e fumare” mi domandavo ogni tanto e la risposta che mi davo era sempre la stessa, “sarà dall'altra parte del mondo”.
Aprii l’allegato, una foto in jpeg, era davvero finito dall’altra parte mondo.





N.B.:
L’immagine di copertina è di Massimiliano Rossi

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