“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Martedì, 30 Giugno 2020 00:00

Antropologia del soggetto deforme

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Estraneo 

C’era una volta un ricordo, uno spazio in cui credeva di pensare, dove parole e immagini si muovevano liberamente combinandosi secondo insolite affinità. Un dubbio si è insinuato. Ha l’impressione che discorsi dati si siano sostituiti all’originale creazione di un tempo.

È un dubbio balzano. Che la memoria sia diventata una serie di figure determinate è impossibile. Durante le conversazioni, ripete cose fino alla nausea. Se non le replica, agli ascoltatori viene il voltastomaco: provano repulsione per ciò che non dovrebbe dare rigurgiti. Per essere capito deve attingere a un bagaglio di contenuti altrui che sembrano suoi. Per comunicare deve sintonizzarsi su un immaginario omogeneizzato, parlare la sua lingua in un linguaggio altro. È sempre stato così? C’era una volta un ricordo seguito da uno strano dubbio, che infine si è dissolto. Ne è lieto.





Uomo

Quest’uomo non vede, né parla, né sente. Fin dal concepimento non può essere attraversato da immagini, suoni, parole. In lui, la realtà si svolge come un urto: più è forte, maggiore è lo shock. La sua conoscenza è un paludoso turbamento interiore spezzato da piaceri sordi. Ha occhi, bocca, timpani. Si muove autonomo e conforme. Sembra star bene. Qualcuno gli parla, ma non risponde. Malgrado ciò sembra rispondere e annuire. Le domande arrivano da un canale segreto. Annuisce e ricusa qualcosa di cui ha notizia come un complesso di urti che significano rivolgimento o piacere. Gli busso in fronte e sbraita dimenandosi. Gli busso in fronte e mi sputa in bocca e negli occhi, incollandomi la vista con una saliva densa e vischiosa. Una nevicata all’inferno è l’oggetto della sua visione cieca. Gli busso in fronte per sentire di che materia è il suo pensiero. Ascolto: è della stoffa degli incubi, emette il rumore di un’esclusione silenziosa. Voglio capire. Prendo una pala. Sposto gli incubi di lato per buttarli tra le fauci del cane. Gli incubi non entrano. Rompo i denti al cane partendo dalle gengive. Glieli butto dentro a forza. Scappa e scoppia, il cane, senza un attimo per guaire. Torno dall’uomo. Gli spacco la testa col badile, ne esce il presente.





Bocca

Se le parli, le parole le entrano in bocca. È una cavità orale con piccole gambe che si autodefinisce Umano. Dire che abbia piccole gambe è un eufemismo. Non ha gambe. Si regge su due lembi di carne simili a mozziconi. Cammina aprendo e chiudendo le labbra, aprendosi e chiudendosi mentre si regge sui monconi come stampelle. Raccoglie le cose stringendole in bocca, stringendosi tutta per trattenerle. Si fa chiamare Umano. La chiameremo Bocca. Se ti rivolgi a lei, le parole le entrano dentro e reagisce come a uno stupro privo di allestimenti. Le ributta fuori perché le parole dell’interlocutore fungono, per Bocca, da sbarramento del suo funzionamento normale, che è parlare, parlare, parlare. Pura bocca è Bocca, esplica la sua natura di parlante assoluto. Non smette di parlare neppure quando muore. Muore se un interlocutore vero le getta dentro una vera parola, che non può rendere a chi l’ha pronunciata, perché fina e pesante da depositarsi sul fondo. La parola vera è una particella d’amianto che le sviluppa dentro una necrosi irreversibile, perché Bocca non ha saputo ascoltare. Questa mancanza d’ascolto è un tentativo maldestro di chiudere una parola di vita e morte fuori dalla porta. La reazione della parola è uno shining di violenza in cui non si scorge follia. Questa mancanza di follia nella violenza la terrorizza. Può tossire quanto vuole. Questa parola la sfonda.





(tratto da: Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo, OXP, Napoli, 2015, pp. 84-86)

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