“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Giovedì, 02 Maggio 2013 02:00

Diario di un condannato a morte a favore della pena di morte

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Non lo sapeva, non poteva saperlo, ma era fortunato il condannato a morte del libro di Hugo.
Io sono qui, come lui, in questa cella, ma a differenza sua il mio ultimo giorno è ogni giorno.
Ogni giorno la mia perpetua pena, il mio inferno dantesco in Terra, è il mio ultimo giorno.

La mia colpa? Ho ucciso, mia moglie e l’amante... e persino la mia innocente bambina che si è frapposta alla mia ira. Condannato all’ergastolo, anche per la morte violenta che ho riservato all’amante che un tempo consideravo un amico. Nessuna attenuante per l’omicidio involontario della bambina per cui, personalmente, ho rifiutato di dire qualcosa in mia difesa.
Ma non mi lamento, c’è chi si è beccato l’ergastolo solo per aver provato ad uccidere il Papa senza esserci nemmeno riuscito, perché per la legge tutti i cittadini sono uguali, no? E ci si può prendere l’ergastolo anche per l’assassinio di un presidente, per divulgazione dei segreti di stato, e addirittura per eversione dell’ordine democratico! Persino per tradimento ma, chissà perché, non per corruzione... Eppure è questa la forma più vile e alta di tradimento per come la vedo io, ma un ergastolo per corruzione sarebbe stata una cosa poco “sistemica” nel paese del compromesso.
La verità è che basta leggere bene il codice penale per aver voglia di ammazzare qualcuno, anzi tante persone in giacca e cravatta, per aver voglia di incendiare tutto quanto. Per capire che la giustizia non esiste, non esisterà mai. Insomma io non mi lamento, quello che volevo almeno l’ho ottenuto, la mia pena me la sono meritata.
Ma no, fortunato non sono, perché se fossi stato fortunato sarei nato in un paese in cui vige ancora la pena di morte. Un paese come il Giappone, quasi senza criminalità, che non potrebbe essere più civile di così, dove un furto di caramelle potrebbe anche finire sulla prima pagina del giornale. E quei coglioni di Amnesty che continuano a chiedergli di rinunciare alla pena di morte! Mi avevano anche mandato la petizione per mail, se potessi tornare indietro credo che l’unica cosa di diverso che farei è organizzare io una petizione per chiedere ad Amnesty di smetterla di disturbare il Giappone!
Sono ammirevoli nei loro intenti, ma poco intelligenti nei loro scopi: troppo poco immersi nella melma nera del mondo. Tutte queste associazioni dei diritti umani e della dignità non hanno assolutamente idea della complessità della faccenda! C’è per caso dignità nel modo in cui vengo mantenuto in vita? Non è la morte forse infinitamente preferibile al carcere?
Prendete un grande romanzo e dopo cinquecento pagine di sofferenza e amore, a cinquanta pagine dalla fine, cancellate tutti i caratteri del libro tranne il nome del protagonista: ecco cosa mi hanno fatto, la bontà che mi è stata riservata.
Cos’è la vita? La vita è libertà, e mi è stata tolta. Cos’è la vita? La vita è società, ed io per la società sono già morto. Cos’è la vita? È possibilità, e dopo il carcere non ce n’è alcuna. Il settanta per cento di recidiva dei carcerati lo dimostra. Cos’è la vita? È volontà, ed io non desidero più fare parte di questo mondo, ma ciò che voglio non conta. Cos’è la vita? È progettualità, ma io non ne ho più alcuna e non mi rimangono che i terribili incubi del mio passato.
Chi è contro la pena di morte è contro la Vita. Confonde la vita col respirare, col defecare, col sangue che circola proprio come chi non accetta l’eutanasia e vede ancora una qualche “vita” in una piantina umana che sopravvive con l’ausilio di una infinità di macchinari e farmaci. Proprio come chi è contro l’aborto, e persino contro la pillola del giorno dopo! Chi è stato illuso, ai tempi del catechismo, avendo appreso che ogni vita sia un dono prezioso; o forse chi, invidioso, non può morire e vuole costringere tutti gli altri a questa stessa pena in questo stesso mondo di odio e terrore. Sfido io chiunque a cercare nel mondo in miseria una “Vita che brilli”, una persona le cui lacrime valgano più di diamanti e oro!
Dove sta la dignità umana nei pochi metri quadri a disposizione dei detenuti nelle carceri in sovraffollamento? Tra i servizi sanitari luridi, la violenza, il sopruso sessuale, il lavoro forzato, il gelo d’inverno e l’afa d’estate, dov’è la dignità? Sono forse questi i preziosi diritti che si riserva a chi, per un motivo o per un altro, secondo la società ha sbagliato?
Il presupposto delle carceri è che ci sia riabilitazione, che una volta libero l’individuo possa tornare ad essere un utile ingranaggio, che nonostante la sua eresia ci sia ancora della linfa vitale da spremere per far girare un altro po’ di soldi necessari a mantenere in vita questo lurido mondo. Ma così non è, e non lo è mai e poi mai per chi passa in carcere non solo tutta la vita ma persino venti o quindici anni, mentre tutta la sua vita muore dentro di lui e continua senza di lui fuori dal recinto. Fossi stato condannato anche a sole due ore in carcere, o non lo fossi stato affatto, per quel che ho fatto, io fuori da queste sbarre non potrei comunque mai più avere un posto né un senso né uno scopo.
E la cosa divertente è che per mantenere me e tanti altri in questa illusione comatosa di vita, si svuotano le casse dello Stato! Si usano le tasse che potrebbero servire a tanto altro.
Ma la verità è che il carcere non serve affatto ai carcerati, la maggior parte dei quali sono stranieri affamati e imputati ancora in attesa della condanna, e a volte persino del primo giudizio!
Il carcere serve a chi sta fuori, per credersi al sicuro. Più le mani escono dalle sbarre, più le teste si spaccano sul cemento, e più il quadro per chi sta fuori è rassicurante: lì ci stanno gli sbagliati, non sono a piede libero a mettere in pericolo la quotidianità. Ma a questa bufala non ci crede nessuno, quale italiano la sera non chiude a chiave la propria porta blindata? O cammina spensierato per strada senza preoccuparsi mai degli sguardi e delle vie che attraversa?
Il rifiuto della pena di morte non è nemmeno un gesto di pietà! Se qualcuno vicino alla vittima, che la amava, riesce a rasserenarsi di un ergastolo è solo perché gode all’idea che una vita in carcere sia una punizione molto più crudele della morte, solo perché odia. Ma la maggior parte delle persone, pur non illudendosi che in tal modo chi è sparito possa tornare in vita, preferirebbe che un assassino pagasse per le vite a cui ha messo fine con la propria. A pensarci bene è qualcosa di molto naturale, logico, oserei dire normale. E spesso, credo, come nel mio caso, il colpevole non vi si opporrebbe affatto. Dopotutto la detenzione è un modo per ripagare la propria colpa al cospetto della società, ma non di certo agli occhi di chi ha subito il crimine, di chi ora è solo.
Perché cosa può valere una vita se non un’altra vita? Quanti anni di buio inflitti a una sola persona possono ripagare l’eternità oscura che vivrà chi ha visto morire il proprio sole? 
Più di cinquecento suicidi nei carceri italiani negli ultimi dieci anni, la maggior parte fra i venti e i quarant’anni: non è affatto vero che in Italia la giustizia non condanna a morte i suoi cittadini, semplicemente non vuole sporcarsi le mani, o forse non ha i soldi per le corde e le siringhe, e li costringe così a fare tutto da soli.
Dopo cinque anni qui, oggi, aggiungerò un altro “uno” al numero di questi suicidi, chissà che grazie a questo gesto “statistico” qualche spirito benevolo e critico non riproponga la pena di morte per gli omicidi! Per me, che non potrò mai perdonarmi, non c’è comunque più alcuna speranza di pace né in cielo né in terra, e dietro queste sbarre non mi sono mai sentito vivo. Vado sereno all’altro mondo, forse in paradiso nel caso in cui lì uno scatto d’ira possa essere perdonato, oppure all’inferno che di sicuro non potrà mai essere peggiore di questo incubo.

 

Perché, dopotutto, lo sanno tutti che la vita non vale la pena di essere vissuta...[1]  

 

Addio.



[1]    Lo straniero – Albert Camus

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