“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Domenica, 15 Marzo 2020 00:00

Risvegli

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Non ci sono più angeli. E quello che vediamo
intorno, sospeso (pulviscolo o respiro)
non è altro che fuliggine, nessun segno
dal cielo, nessun messaggero divino
che ci annunci salvezza, moderata
consolazione. Siamo rimasti
senza intermediari, abbiamo esplorato
ogni abisso e mistero, sbugiardato gli inganni.

E così non sarà Gabriele, e nemmeno
Lucifero a farci paura. Piuttosto
l’assenza di angeli, il silenzio
dei pianeti: e non arriveranno
comete annunciando l’atteso,
neppure i pastori col gregge,
neppure la neve a coprire le grotte.
 
 
La notte che è sembianza dell’eterno,  
il nulla temuto che ci avvolge, ci addorme
e zittisce: nessuno ci difende dal sonno
in cui svaniamo; e non siamo.
Non siamo più noi. Dilatati confini
di un corpo irreale, polmoni viscere
inconsapevole cuore che non controlliamo
(e sì, venisse un’ala a sfiorarci,
una piuma leggera, la mano protettiva
di un padre di una madre:
saremmo più tranquilli più forti).
Invece come morti indifesi giaciamo
nel letto, impariamo a non essere
importanti, ad avere lo stesso rilievo
del piccolo ragno che dalla sua tela
in alto sul muro osserva
indifferente il nostro simulacro,
immobile sarcofago.
 
 
Ed ecco l’indicibile, che senza noi
non c’è coscienza o anima,  
e senza mondo intorno  
il niente esiste. Ancora esisterà:
sarà un lombrico, un falco,
una stella binaria; il niente  
fatto cosa, essenza e tutto.
Splendida rosa che aspetti
nel vaso il mio risveglio, quando
aprirò il balcone, tu prima  
a salutarmi, e sola. Aulentissima
rosa che ti schiudi al mattino
alla mia cura all’acqua     
e felice di te, così orgogliosa
ti opponi al nulla tragico,
all’inutile nulla, regale delicata
certezza.     
 
 
Anche l’ape laboriosa combatte
una sua guerra contro l’inconsistenza,
l’ape che ronza ubbidiente al destino
sicura di servire a qualcosa, tenace
minuscola apprendista del dovere
sconosciuto; la sua danza febbrile
intorno al fiore è la stessa di sempre,
da millenni: si diverte e affatica,
illusa di un’eterna libertà (la sua aria,
il suo cielo, il suo volo), incosciente
leggera puntuta. Ma non sa
quanto poco le resta da vivere
e corteggia la rosa in allegria,
si avvicina con piccoli cerchi
posandosi infine su un petalo,
fiera di sé, vincente.      
 
 
È luce che filtra dai vetri
socchiusi, si fa strada tra le tende,
annuncia un giorno nuovo, ancora vita,
vita insperata, gratuita come un dono,  
senza trionfi e giubili: discreta invece,
quasi proposta di fidanzamento.
Va bene, preparati che usciamo,  
luce del giorno. Usciamo insieme
− se mi dai la mano: miracolo di gioia;  
risveglio e guarigione. Fuori il rumore
di passi e voci, fuori gli incontri
i tradimenti; e noi tra gli altri,
tra tutti e gli altri, la luce e io.
Mio corpo ritrovato, mia sola
realtà. Per poco, forse,  
come la rosa o l’ape,
senza curarci dell’eterno. 





(tratto da Alida Airaghi, Elegie del risveglio, Sigismundus, Ascoli Piceno, 2016)

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