“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Domenica, 05 Gennaio 2020 00:00

Meglio dire le cose come stanno

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Che suo marito Loris soffra d’insonnia non la preoccupa più di tanto. Lei, Silvia, confida che tra un dosaggio e l’altro di Xanax prima o poi Loris possa tornare alla normalità. Nel frattempo lui ha preso l’abitudine di alzarsi in piena notte, rifugiarsi in salotto, accendere il computer fumando una sigaretta via l’altra con accanto il bicchiere del suo whisky preferito. Il computer come interlocutore informatico per tentare di far venire alla luce un sia pur esile indizio relativo alle ragioni esistenziali del suo stato d’animo.

Non dubita minimamente che dalla difficoltà, se non proprio impossibilità, di avanzare nella carriera presso la società finanziaria dove lavora, alle quotidiane delusioni che gli procurano i partiti/movimenti politici nei quali ripone le sue speranze per combattere la disintegrazione del tessuto sociale, dalla perdita, senza comprensibili ragioni, di amici a lui legati da tempo, al rapporto con la famiglia di cui gli appare a rischio l’equilibrio, da tutto ciò Loris possa trarre la conseguenza di darsi una scossa per capire cosa gli stia accadendo e liberarsi del senso di insicurezza che lo tormenta.

Ed è l’insonnia che lo avvicina alla possibile via d’uscita dall’oscuro tunnel interiore, così pensa, grazie all’utilizzo delle potenzialità informatiche. Si affida perciò alla narrazione in forma di fiction parlando di terzi, ma la trama degli scritti che compone riguarda vicende, situazioni, pensieri che traggono spunto dalla sua vita. In tal modo ritiene di portare alla luce, se non proprio l’autentico significato, per lo meno materia verosimile del suo modo di stare al mondo, avendo tuttavia cura di manipolare la storia al solo fine di rendere impossibile riconoscere la sua personale presenza in eventuali risvolti della narrazione. La scrittura come autoanalisi. Mentre scrive ascolta nelle cuffie le sue canzoni preferite, ed è One of These Days di Neil Young che lo porta con più intensità ad avvicinarsi alla vita in ciò che va raccontando, solitamente racconti brevi.
Scrive in prima persona ritenendola la migliore introspezione, la più semplice spiegazione di quello che va narrando. Superfluo dire che le maggiori difficoltà che incontra consistono nell’evitare particolari della storia che possano destare in un virtuale lettore il sospetto che si parli di lui.

È successo, davvero non se l’aspettava. Dalle prime notti passate in  solitudine Loris aveva fatto a Silvia un laconico accenno all’atmosfera che voleva creare per liberarsi dell’insonnia affidandosi alla scrittura di semplici trame narrative che potessero essergli di sollievo e, col tempo, riportarlo a trascorrere notti tranquille.
L’idea di avventurarsi nei meandri di quanto scritto di notte da suo marito non ha mai sfiorato la mente di Silvia. Ma la casualità non ha mancato di giocare il suo ruolo. Sicché trovandosi in salotto a leggere il giornale, una mattina lo sguardo di Silvia cade sul computer di Loris, a quell’ora al lavoro, e nota che non è stato spento. Azionando il mouse per spegnerlo  le appare sullo schermo il titolo di uno scritto che la incuriosisce, e non sa trattenersi dal leggerne lo sviluppo. “Interessante”, pensa, e le viene da chiedersi cosa vorrà mai dire.
Siamo ormai al punto in cui è scattata la ricerca di Silvia per interpretare i vari testi, che legge con particolare impegno al fine di rendere comprensibili segni credibili di fatti presumibilmente reali che Loris potrebbe avere immaginato dietro le parole.
I personaggi delle singole storie non sono riconducibili, stando a Silvia, a fatti di cui Loris potrebbe essere considerato un protagonista, tuttavia nel rileggerle, incrociandole e mettendole a confronto, un certo senso di non estraneità le suggerisce di dire al marito che incidentalmente le è capitato di leggere qualcosa di quanto da lui scritto e che le piacerebbe saperne di più. In sostanza, si tratta far scoprire le carte al marito.
− Quella breve storia su certi rapporti umani nell’ambiente aziendale sembrerebbe sottacere una conclusione − dice Silvia mentre, prima della cena, sono comodamente seduti sul divano in salotto sorseggiando un bicchiere di Pinot Grigio.
− Cosa vorresti dire? − Loris, freddo.
− Beh, insomma... vedi un po’ tu.
− Non capisco.
Il primo vero tentativo di esplorare il rapporto tra gli scritti notturni di Loris e casi di vita reale non ha dato a Silvia alcuna certezza. Tuttavia, l’ha spinta a ricercare eventuali analogie. Ed  ecco che, rileggendo le varie bozze, sia nella forma di racconti brevi sia come annotazioni  letterarie, avverte l’esigenza di immedesimarsi nelle situazioni di vita che in qualche modo potrebbero rispecchiare quella di Loris. È a questo punto che decide di concentrarsi sul pezzo che tratta particolari rapporti umani all’interno degli uffici di una società finanziaria. Dalla competizione tra colleghi con finalità di carriera a vicende che nulla hanno a che fare con il lavoro svolto, il quadro che viene tratteggiato mette in evidenza certe debolezze degli esseri umani, specie nei rapporti tra i generi.

Silvia e Loris stanno discutendo. È stata lei a chiedergli di chiarire l’indiscutibile significato, se mai possibile, di una situazione appena accennata, ma a suo parere tale da far sorgere qualche sospetto. Si tratta del quasi-racconto su quello che accade tra chi vi lavora negli uffici della società finanziaria. In particolare: una giovane impiegata in vari modi si offre al sua capo ufficio, ne è ossessionata. Lui per un po’ resiste, poi cede. Intimi momenti in ufficio tra i due durante la pausa pranzo.
− C’è qualcosa che non va tra noi? − chiede Silvia.
− In che senso?
− Non saprei... quei due... in ufficio.
− Ma perché mi parli di noi?
− Sarà...
C’è voluto poco. Tra un’allusione e l’altra di Silvia e maldestri tentativi da parte di Loris di cambiare argomento, la verità ha preso consistenza.

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