“Perché rimani con me?”; “Perché mi tieni con te?”; “Non c'è nessun altro”; “Non c'è un altro posto”

Samuel Beckett

Domenica, 29 Dicembre 2019 00:00

Se qualche volta sono morto

Scritto da 

RENDEZ-VOUS

Là dove il giorno incontra il latrato dei cani
che si spartiscono un osso,
là dove il mare più grosso diventa bonaccia
dove ogni traccia
di invidia e superbia scompare
e si apre la noce del cuore

a lasciarsi mangiare
da passeri, sposi e passanti.

Laggiù dove cantanti e calciatori
non sono importanti
più degli idraulici o dei muratori:
ci incontreremo là.

Mi distinguerai tra la folla:
sarò l’unico, credo, a indossare
tra i denti l’abbozzo d’un canto
e uno stormo d’aironi a tracolla.



AMEN

Intollerante a qualsivoglia ortodossia
viaggio in moto perpetuo
tra alterni ruzzoloni nel maltempo,
giorni d’incanto fulgido sereno,
il mio umorismo al fosforo che brucia
e antico dubbio endemico che assilla.

Luce di stelle e pixel colorati
di lampada a petrolio e lampadina,
pazza d’amore,
quieta di candela
dentro ai miei occhi aperti chiusi brilla.

Dolce folle scintilla
che in chiaroscuro illumina il mio andare:
tu lasciala brillare
e così sia.



GIORNI

Sono stato a terra
vomitato dal giudizio del potente
e poi in alto mare
nudo senza salvagente
sono stato pura cattiveria
e poi ectoplasma
ho bevuto tanto spirito
da diventare un fantasma
perché i colpi dei nemici
mi passassero attraverso
finchè al fondo della notte ho deciso
di cambiare percorso
così sono ritornato a casa
a capo chino
a leccarmi le ferite
verso un nuovo destino.

Ho guardato in faccia la mia pazzia
e mi ha fatto paura
e ho imparato a trattare la malattia
come se fosse la cura
ho preso a calci i giorni
dato fuoco ai sogni
disgregato i miei sensi
rinnegato il futuro
finchè il mondo non mi ha stupito
regalandomi l’amore più puro.

Ora voglio essere un sole
accarezzato dai raggi dell’universo
e lasciare che chi vuole
possa con gli occhi leggermi attraverso.

Voglio che mi abbracci ora
e che capisca quanto son diverso
dai giorni in cui ero perso.

Voglio che mi abbracci ora
anche se non son poi così diverso
dai giorni in cui ero perso.

 

(Da Versi di un animale bipede – Poesie, filastrocche e spazi vuoti tra una parola e l’altra (Libereria, Roma, 2017)





DI ME, DI MENO, DI PIÙ

E io son stato bene
e sono stato male
sotto le luci della ribalta e all’ospedale
nell’allegria dei giochi dell’amore
o senza un’unghia di dignità o di onore,
schiacciato contro un muro al marciapiede,
spinto dalle correnti nel bicchiere.

E oggi nella mia stalla di chimere
io allevo lieti finali e desideri
così illusori da apparire veri
che fanno chiasso da non farmi dormire
e li devo nutrire
coi semi di ipotetici domani
che all’alba del domani sono oggi.

Se al nuovo sole i sogni sono vani
io nel cervello mio ho un paio di mani
che con l’abilità degli artigiani
plasmano nuovi sogni da sognare.

Vesto di vesti chiare il tempo oscuro:
sul nero della cronaca di stragi
e sopra il grigio dei miei fallimenti
spalmo rosso d’amore
e stringo i denti
che imbòcchin prati in fiore le mie svolte.

E io sono franato mille volte
e ho ricomposto il monte con pazienza,
lanciato giavellotti incandescenti
nel punto debole di ogni mia paura
al punto di restarne quasi senza
e ho penetrato questo mondo infetto
senza preservativo
e sono stato ucciso dai miei dubbi
e dalle mie certezze
resuscitato da baci e da carezze.

E anche se qualche volta sono morto
io sono ancora vivo,
in petto sciami di girandole e vento.

Ogni tormento
non è meno fugace
di ciò che mi consola e che mi piace.

Quindi lo scrivo:
sangue è l’inchiostro in calamaio vene,
il resto è sole e pioggia che va e viene.



ESSERE VENTO

I vuoti d’aria che hai arredato
coi mobili delle discariche alla moda
e il tocco chic di un freno a mano tirato
sul tuo motore da mille cavalli e un somaro,
in mezzo al cranio della tua determinazione.
E i cambiamenti attesi inutilmente,
tutti quei cieli di stelle di cartone,
gli oceani di bolle di sapone
che hai navigato,
tutto quel ribollire di fiducia
riposta nel tutto e nel niente
di un’utopia che mai ti ha abbandonato
in quel cassetto dal fondo bucato.
E il fuoco in cui hai bruciato
le vecchie vesti color senzasperanza
e le bottiglie nascoste
dentro l’armadio tra uno scheletro e l’altro,
la sua fumata nera verso il cielo
che ancora vedi alzarsi all’orizzonte:
un monito costante dal passato.
La primavera che porti nella pancia
come il sogno di un folle mai cresciuto,
come il sogno di un bimbo incarognito.
La corsa del cavallo e poi del gambero,
sempre due passi avanti e uno indietro,
le stanze prese a nolo nel tuo limbo,
l’arte di viversi addosso i giorni come coriandoli
di un libro che tagli ogni sera con le forbici
mentre ne scrivi la trama e la distruggi
e danzi e sfuggi
alla stabilità dell’albero
sotto una pioggia di pezzi carta e inchiostro:
è tutto a posto,
tutto a cazzo di cane come previsto,
hai scelto d’essere vento
e non arbusto.

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