“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Domenica, 18 Novembre 2018 00:00

Il fiore della parola

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Puntualità

Quando arriva il tramonto, quando si volta il girasole
così mi chinerò due volte insieme.
Perché rimandare questo pianto liberatorio?

La sola speranza è che sia lieve come al suolo quel petalo di glicine
− quand’anche i petali cadessero tutti insieme
non farebbero che un concerto di silenzi −.

Questo, terra mia, insegnami come già fai
ad accogliere quanto dai.

Un solo colpo di vento si duole in fondo per una foglia secca.
Quando saranno pari levità e sconvolgimento
come i sogni della notte,
e del vero e del falso
misurino errati di qualche millimetro
il fiore e l’iride?

Terra mia, devo attendere marzo − senz’altro desiderio
che per propaggine ritornar virgulto −
per scoprir se sono vitigno dell’anno passato?
Due volte mi chinerò
per dirti grazie
se avrò compreso che il giardino mai sarà più tanto sopito
da temere di continuo che a breve muoia.

Terra mia, confesso ora di voler radicare nei miei occhi
la visione delle tue creature
che aderiscono al tempo come all’aria
e amare con cuore libero, un libero amore.

 

 

 

Lirica inattesa                                                                                                                        A Giulia

 
Quando saranno passati dieci giorni o dieci anni
non chiederti di conoscermi di più.
Torna solamente al porto che ormai ogni mio luogo sarà per te.
In ogni breve spazio del cuore potrai trovare alloggio
per uno o cento giorni.
Quei giorni che vorrai scavare con gli occhi
come il mare fa dentro
la tua condizione d’esistenza.
Quando saranno passati dieci o cento anni
allora anche non chiederti di conoscermi di più.
Chiedi al tuo obliquo modo di conoscere
se possibile, solo
un sorriso ingenuo
non tanto più grande del tuo dolore più pauroso.
Ed io anche se ignara del tuo arrivo, ci sarò
con i gerani in vaso alla balaustra del molo.

 

 

 

Senza titolo 2, 2018

Percorro il letto del rivo asciutto
che conduce al mare.
Rispondo ora all’arsura con un tuffo
e alla fine questa piaga di montagna
senza sangue rimanderà a me
un’onda di cielo.
Quando arriverò al mare
alla spalle avrò lasciato tempo di sorgenti fresche
alloggi alle radici degli ulivi
per abitare − sia pure l’albergo modesto − d’azzurro
il pensiero di te.

 

 

 

A nostro figlio

A nostro figlio
lasciamo in eredità un pezzo di terra;
lasciamo un pezzo di pane quotidiano
che si fa con il grano di un campo.

A nostro figlio
lasciamo un giardino
nel quale la vita e la morte lo attendono
e lontana è la guerra.

A nostro figlio
lasciamo la possibilità
di baciare terra
e quando lo esigerà di sentire il conforto
dei nostri passi in aprile;
lasciamogli tutto il cielo sconfinato
sopra ogni confine
che fa una ricchezza piccola o grande.

A nostro figlio
lasciamo quando vorrà
di saper curare i frutti che la vita vorrà donargli.

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