“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Domenica, 29 Aprile 2018 00:00

Numero civico (quinta parte)

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Alla fine dovetti cedere alle circostanze, quando le iridi sbarrate, grigie ed immobili fecero luce sulla tragedia che si era appena compiuta nello studio situato al civico duecentonovantanove. Stavolta non si trattava di una situazione in cui ci si poteva ritrovare per puro caso, assistendo all’altrui delitto per mano di una fredda, irruenta, spietata essenza maligna fattasi persona. Stavolta io ero al centro. IO ERO quella malignità personificata, non più la creatura che ora si era dissolta per restituire la vera forma a quel corpo umano giacente sul pavimento.

Il volto era pallido, ma di un pallore immensamente diverso da quello che avevo visto prima, quando la mia attentatrice aveva perso ogni contatto con il nostro mondo rivelandosi un essere abominevole, non classificabile nell’elenco delle specie terrestri. Tuttavia la lancinante costernazione di quegli attimi non mi tolse neanche per un istante la certezza assoluta che non si fosse trattato di una visione e che la metamorfosi a cui avevo assistito fosse avvenuta concretamente. Tutto cominciava a sembrare tanto assurdo quanto dannatamente reale. Le domande iniziavano appena ad affiorare nella mia anima mentre prendevo a singhiozzare, osservando con agghiacciante stupore il volto della donna che mi aveva accolto solo poco tempo prima in quella stanza.
Cosa avevo fatto? Io? Io avevo ucciso una donna? Davanti a me più alcuna prospettiva di futuro, tutto era cancellato, anche la più vaga idea di cosa sarebbe successo negli attimi successivi a quando mi sarei rialzato. Chi mi avrebbe creduto? Nemmeno lei lo ha fatto, dottore. E comunque avrebbe avuto importanza una volta uscito di lì, con la sicurezza di finire in prigione, o peggio, con la sicurezza di non poter mai più prescindere da quanto accaduto in quel posto, portandomi addosso la colpa che mi aveva macchiato e che mi avrebbe accompagnato fino alla morte, senza nessun’altra possibilità di salvezza?
Ha cercato di uccidermi, mi dicevo, è stata legittima difesa! Mi ripetevo. Ma avviene un fenomeno significativo quando il cuore ti suggerisce un pensiero che fa da contraltare a quello che invoca la tua ragione, le convinzioni che tu stesso hai inculcato nella tua mente non riescono a persuaderti neanche il minimo necessario. Le lacrime non si placavano. Ero andato nell’antro dell’inferno, di mia spontanea volontà, avevo permesso che si prendessero gioco di me, che mi facessero sporcare le mani in un mostruoso atto di difesa che si sarebbe trasformato in assassinio. La mia colpa è stata sfidare quella presenza malvagia, andando dritto nel centro di quel suo mondo celato dietro le apparenze di un banale studio medico.
Ci ho riflettuto a lungo, se questa non fosse una colpa perché l’effetto prodotto sarebbe stato così devastante, tutt’intorno a me così come anche dentro di me? La cosa era di una gravità infinita, non uno di quegli incidenti di poco conto. In che modo avrei dovuto spiegare? E se mi avessero, per assurdo, sciolto dalle mie responsabilità, credendo a quella inaudita faccenda, avrei sul serio meritato di essere assolto? Quando dopo il dramma mi ritrovai per strada, il mondo che avevo sempre guardato in un mio peculiare modo aveva lasciato il posto ad un altro universo che non avevo mai notato. Tutto era senza senso, come se ai miei occhi fossero stati sostituiti altri, diametralmente opposti, tanto distanti da quello che credevo fosse il mio essere da non aver potuto assolutamente appartenere alla mia persona. Eppure da quel momento mi sono appartenuti e li tengo ancora oggi qui in mezzo alla faccia, mentre parlo con lei e racconto quella che per qualcuno è la storia più assurda che sia mai stata narrata. Sollevandomi da quel pavimento avvertii i miei corti ed ansiosi respiri divenire sempre più tali, in un paio di secondi necessitavo di ben più di una boccata per nutrire la mia fame d’aria. Anche deglutire mi risultava gravoso. Non sopportavo più di guardare quell’orrore come se fossi l’unico spettatore sulla scena di un truculento e macabro teatro.
Ancora con le lacrime agli occhi, corsi via lungo quel corridoio che sembrava persino più esteso di quando lo avevo percorso in senso opposto, scortato da una gentile e giovane donna. Il passaggio nella sala d’aspetto fu come un incubo nell’incubo. Nei secondi di terrore  in cui dovetti farmi strada in mezzo alla calca di persone il cui numero era aumentato a dismisura rispetto a quando avevo varcato la soglia dello studio, vidi anche quelli che sembravano essere gli iniziali innocui compagni d’avventura. L’uomo di mezza età, la donna con gli occhialini da segretaria, ma soprattutto la signora con il figlio ritardato. Loro erano in prima fila, mi accerchiavano facendo in modo che l’angusta via in mezzo alle ali di folla (la sala non era praticamente più visibile!) diventasse sempre più difficilmente praticabile. Ma ero così sconcertato e deciso a fuggire via che non mi feci alcun scrupolo e non lesinai spintoni e calci da una parte e dall’altra. Non mi sarei fatto avvinghiare da quella folla che sussurrava in modo omogeneo e malvagio, come fosse assolutamente un unico individuo, frasi oscure. Non mi sarei fatto prendere dai demoni per nessuna ragione al mondo. Ero sicuro, e lo sono ancora, che se avessi permesso loro di catturarmi sarei diventato proprio come ognuno di quei maligni derelitti, prigioniero di quel luogo per sempre, schiavo di quel male che si serviva delle apparenze umane di quelle creature per mietere altre vittime. No! Non avrei mai fatto parte di quella storia. Resistendo agli sforzi di trattenermi da parte di quel gruppo assatanato riuscii incredibilmente ad arrivare fino alla porta d’ingresso e ad afferrare con la mano destra la maniglia.
“Aaargh!”.
Sentii una specie di ringhio soffocato alle mie spalle. Il mio braccio sinistro, ancora teso verso l’interno della folla, veniva agguantato da quell’anziana signora con cui avevo avuto a che fare quando ancora non sospettavo di nulla, o quasi. Incontrai i suoi occhi scuri spalancati, esaltati da un’espressione a metà fra un cortese invito a restare e la bellicosa minaccia di sbranarmi, nel caso non mi fossi gentilmente arreso al suo tentativo di trattenermi. La guardai con profondo disgusto ed una punta di pena, come al figlio che sostava dietro la vecchia e marcia donna, un energumeno dallo sguardo tardo almeno quanto minaccioso. La madre disserrò le mascelle come fosse un predatore, puntando alla mia mano.
La respinsi giusto in tempo con un calcio, prima che potesse mordermela. L’energumeno cacciò un lamento basso ed animalesco. Con uno strattone mi tirai finalmente fuori da quel coagulo di dannati, sgattaiolai fuori sul pianerottolo e sbattei la porta dietro di me più violentemente che potevo. Nonostante fossi affannato, bagnato di un sudore freddo che mi scorreva lungo il corpo ed accompagnato ancora da brividi di orrore e disgusto, mi fiondai con l’impeto di un ragazzino lungo la tromba delle scale. Non mi fidavo nemmeno più dell’ascensore. È buffo come in un simile momento ebbi anche la forza di notare nuovamente l’odore ferroso, familiare, proveniente dal vano al centro della scalinata. Ero fuori. Le lacrime di disperazione lasciarono per un attimo il posto a quelle di sollievo, di gioia. Poi ripiombai nel mio oscuro stato d’animo, quello di chi ha appena compiuto un delitto che non saprà come giustificare. In un momento più appropriato avrei chiamato qualcuno, avrei spiegato tutto quello che era successo, ora il mio istinto mi guidava soltanto verso la salvezza, il più lontano possibile da quel luogo, dove avrei potuto essere e sentirmi finalmente, di nuovo al sicuro. Proseguii camminando a passo molto svelto ma senza correre, mentre nel frattempo riprendevo fiato. Il portiere non avrebbe potuto non notare il mio strano atteggiamento, difatti, quando passai davanti a lui cercando di assumere un’aria vaga e non sospetta egli mi guardò in modo strano e cercò di fermarmi per un attimo: “Signore! Signore si sente bene? Ehi!”.
Non risposi a quella domanda, non sapevo se potevo fidarmi di lui, d’altronde. Tirai dritto, per fortuna il cancello era in parte aperto, ma si stava richiudendo, così balzai all’esterno e con grande fretta mi avviai lungo la strada ripercorrendo la stessa scorciatoia che avevo utilizzato all’andata. Decisi di non voltarmi indietro ma mentre andavo sentii ancora le grida del portiere che mi chiamava a gran voce: “Signore! Aspetti! Signore!”.
Non sarei tornato indietro nemmeno se mi avessero pagato a peso d’oro. Avrei tanto voluto urlare, come un forsennato. Quando tornai a casa non riuscii a trattenermi per molto. Si era fatto piuttosto tardi e trovai mia moglie preoccupata. Vedendomi così sconvolto la sua preoccupazione raddoppiò. Mi portò un bicchiere d’acqua, mentre ancora ansimavo. Avevo fatto anche le scale di casa mia di corsa, non vedevo l’ora di chiudermi dentro. Pur non avendo ancora deciso come comportarmi, di fronte alla faccia di lei sentivo che i pensieri che avevo in testa stavano per essere vomitati tutti fuori. Ed infatti fu proprio così. Al termine di quel racconto né io né mia moglie fummo più gli stessi. So di essere additato come uno squilibrato, come un uomo che sia affetto da una grave forma di demenza senile. Eppure nessuna analisi ha riscontrato precisamente qualcosa del genere. Adesso che siamo di nuovo qui non so proprio che altro dirle. Cosa dovrebbe importare alla mia età, quando ho perso una volta per tutte la stima dei miei cari e non sono ritenuto più credibile? Non c’è alcuna cura o soluzione, se non quella di essere lasciato in pace e di vivere tranquillamente, per quanto possibile, gli ultimi anni che restano, pur se accanto a persone che non vogliono credermi.
Ma preferisco così. Dovrei essere in carcere in questo momento, ma credo di stare comunque scontando adeguatamente la mia pena. Mi accontento assolutamente di quelle piccole occasioni di serenità che spesso non sono concesse neanche ai migliori e non mi azzardo più a sfidare la morte, o il male, per quanto nel mio caso, ad un certo punto, mi sia ritrovato faccia a faccia con entrambi, scoprendo quanto, a volte, possano coincidere. Credo che ora ci sia da attendere quel tipo di morte che è solo consolatoria, catartica.
Quella sera stessa, poco più tardi, mi ritrovai in un pronto soccorso, con l’“accusa” di essere piombato in uno stato confusionale. Venni tenuto in osservazione per un paio di giorni e la sera del delitto tutti si limitarono a dire che l’indomani i carabinieri sarebbero andati a controllare il luogo e le vicende che si erano svolte nello studio medico da loro probabilmente etichettato come fantomatico, inventato, così come tutta la faccenda che avevo loro riportato. Arrivati a questo punto, una volta ancora, lei sa meglio di me tutto quello che resta da raccontare. I carabinieri non trovarono nulla di “interessante”. Quando mi fu illustrato il luogo che avevano ispezionato, per provarmi che si erano davvero recati nel posto giusto, mi venne descritto con dovizia di particolari. Furono anche piuttosto gentili, per quanto ciò non potesse cancellare ai miei occhi il fatto che non avessero avuto neanche un dubbio, sin dall’inizio, che stessi dicendo fandonie.
Insomma, non tiriamola ancora per le lunghe! Il luogo descritto era senz’alcun dubbio quello in cui ero stato io la sera prima. I solleciti gendarmi si erano trovati ad essere accolti non da un’elegante signorina dai capelli biondi raccolti, che stesse attendendo con le lacrime agli occhi l’arrivo della polizia o di chi sa chi altri, bensì da una signorina altrettanto elegante ma più bassina e con fattezze ben diverse da quella che conoscevo io, a partire dai capelli nero corvino, a caschetto.
Tutto era parso loro assolutamente normale. Nessuna traccia dell’affascinante segretaria, volatilizzatasi già da quando ero fuggito via da quella folla maledetta, tra le cui fila lei non era presente. Mi fu detto che c’erano poche persone in sala d’aspetto. I rappresentanti della legge furono invitati molto cordialmente ad entrare. Non vi fu alcuna scena di panico e, soprattutto, dopo aver attraversato il lungo corridoio bianco ed aver varcato la porta dello studio, nessun cadavere. Non che si fossero illusi di trovarne sul serio uno, intendiamoci. La stanza era pulita, aromatizzata dal piacevole odore di buoni prodotti utilizzati per la manutenzione dei piani in legno. Presente anche l’arredamento retrò, nell’insieme davvero di buon gusto. Sembrava essere proprio il luogo in cui qualcosa che ancora oggi non riesco del tutto bene a definire aveva tentato di strangolarmi. Che delusione non aver trovato neanche un piccolissimo rivolo di sangue, nella fretta non del tutto lavato via dal pavimento.
Ma, sorpresa delle sorprese, la persona che si alzò dalla scrivania per tendere la mano ai carabinieri era piuttosto corpulenta, vestita con un classico abito di taglio elegante corredato di una cravatta e ricoperta dal tipico camice bianco. Il dottor Caruso si mostrò molto disponibile a collaborare con le forze dell’ordine, anche perché non aveva niente da nascondere. Pare che esercitasse la sua professione in quello studio da svariati anni. Come le ho raccontato altre volte, avendo saputo che dell’omicidio, della colluttazione, del pesante cubo con cui avevo sfondato il cranio della distinta dottoressa, non era stata trovata alcuna traccia, non appena svolti gli accertamenti medici del caso ed una volta che avevano deciso che il mio stato confusionale era meno preoccupante di prima, mi recai di persona allo studio del dottor Caruso, senza far sapere nulla a mia moglie, alla quale avevo promesso che mi sarei lasciato alle spalle tutta quell’assurda storia di cui a quanto pare mi ero reinventato protagonista.
Presi appuntamento con un nome falso. Già le ho raccontato e le ribadisco che nonostante voi tutti pensiate che debba esserlo, non sono preoccupato del mio stato mentale. Quando constatai che i carabinieri non mi avevano detto bugie, che tutto nello studio era tranquillo, che il dottor Caruso, un po’ calvo e con la faccia leggermente rubiconda, si comportava come una brava persona e che della presenza malefica che avevo sperimentato lì non sembrava esserci neppure l’ombra, avrei dovuto sentirmi sollevato. Eppure so di aver ucciso qualcuno e so di averlo ucciso per colpa di qualcos’altro, qualcosa di sovrannaturale, se preferisce definirlo in questa maniera. Tutto in quei momenti si era manifestato con perentoria realtà, precisamente in quella camera situata al numero duecentonovantanove, ed in nessun’altra.
Ho riflettuto molto in questi anni, ipotizzando qualsiasi cosa, fantasticando su varchi temporali, su momentanei slittamenti dimensionali, su forze sataniche e quant’altro. Ho letto molto su questi argomenti, sperando di poter un giorno argomentare scientificamente quello che mi era successo.
Poi ho guardato in faccia alla realtà, pensando che da millenni le brillanti menti di questo pianeta cercano di dare spiegazioni plausibili a fenomeni inclassificabili, che sfuggono a tutti i nostri, ahimè, alquanto limitati parametri di studio e conoscenza. Ho cercato di ritrovare quell’umiltà che mi facesse ammettere di non poter in alcun modo venire a capo del problema, di non poter risolvere quell’ora o poco più in cui un’energia invisibile eppure concreta mi ha messo in contatto con una realtà diversa, negativa, ancora del tutto buia.
No, dottore, questa non è la mia ossessione, ciò che mi perseguita è di non aver saputo rendere partecipi di quell’orribile esperienza le persone che amo, di averle perse un po’ di più giorno per giorno, cercando poi di riparare allontanandole da quegli accadimenti perversi al centro dei quali il mio cammino, ad un certo punto, ha voluto piazzarmi. Credevo di dover dare loro delle spiegazioni esaustive, non tanto sul come, ma sul perché ad un essere umano possano capitare certe cose, perché possa trovarsi a tu per tu con dei mondi che normalmente ci sono celati. Niente di tutto quello che ho ripetutamente raccontato è stato frutto della mia fantasia, ma né io né lei, né nessun altro potrà mai capire perché sia accaduto proprio a me, nel corso di quella che avrebbe dovuto essere la stagione in cui ormai il cerchio della vita potesse risolversi. In quella che avrebbe dovuto essere l’ora conclusiva di un percorso pieno e lineare al termine rivelatosi sfuggente, come la curva di un elegante collo di donna che lo scorrere delle giornate abbia plasmato in dossi e fuorvianti sacche di pelle cedevole, in cui si annidano l’angoscia e la nostalgia di un tempo puro nel quale la bellezza del tutto la si afferra di getto, senza doverne esplorare le profonde e smaliziate rughe.





leggi anche:
Roberta Andolfo, Numero civico (prima parte); Il Pickwick, 30 dicembre 2017
Roberta Andolfo, Numero civico (seconda parte); Il Pickwick, 28 gennaio 2018
Roberta Andolfo, Numero civico (terza parte); Il Pickwick, 25 febbraio 2018
Roberta Andolfo, Numero civico (quarta parte); Il Pickwick, 25 marzo 2018
   

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