“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Domenica, 25 Febbraio 2018 00:00

Numero civico (terza parte)

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Si congedò gentilmente affermando che doveva tornare alla sua scrivania e scomparve dietro le grandi ante di una doppia porta a vetri opachi, oltre la quale intravidi, solo per un istante, l’inizio di quello che poi scoprii essere un largo e lungo corridoio, corredato da diverse applique uguali a quelle della stanza dov’eravamo noi e, a differenza di quest’ultima, letteralmente illuminato a giorno. Fu in quell’istante che la mia attenzione si spostò completamente sulle altre persone presenti in sala. Nessuno di loro sembrava spazientito, nessuno sembrava aver fretta. Se ne stavano lì in perfetto silenzio ed era come se quella stasi aleggiasse nell’aria.

Credo che la sensazione che provai allora fu di perfetta solitudine, nonostante nella stanza ci fossero altre quattro anime. Due di esse se ne stavano compostamente sedute dal mio stesso lato, separate soltanto da due sedie vuote. Si trattava di un uomo che doveva stare all’incirca sulla quarantina d’anni e di un’anziana signora che aveva ancora indosso una giacca scura ed emanava di tanto in tanto qualche flebile lamento per un freddo che invece, a mio parere, era stato cacciato via per bene da quella stanza, grazie ad un’ottima climatizzazione.
Quell’uomo sedutole accanto doveva essere il figlio. Aveva un aspetto un po’ trasandato, indossava un maglione azzurrino troppo ampio persino per la sua importante stazza. Possedeva non molti capelli in testa e quei pochi rimasti si erano rifugiati per lo più lateralmente, al di sotto delle tempie. La sua era un’aria per niente sveglia: lo sguardo rivolto verso il basso, le labbra grosse e come imbronciate. Giocherellava continuamente con la cerniera del suo maglioncino. C’erano anche altre sedie vuote in giro, mentre dall’altro lato una fila composta da sei posti a sedere ne vedeva occupati soltanto due, alle estremità.
Da una parte un signore con le braccia conserte, mezzo appisolato, il quale doveva avere circa una decina d’anni meno di me, magari qualcosa in più. Dall’altra ancora una signora di media corporatura, con la faccia parecchio avvizzita e gli occhialini da istitutrice, sfogliava con indolenza e dura espressione, una delle riviste prelevate a caso dal tavolino che le era poco distante. Nessuno mi guardava ed in quell’angusto pomeriggio non volò neanche una mosca, nemmeno un colpo di tosse. Durante quell’attesa non feci altro che osservarmi le mani, sentendomi passare in testa un vagone di pensieri diversi, non ben definiti e neanche ben compiuti. Non un attimo pensai, in ogni caso, alle somiglianze che c’erano fra il palazzo dove mi trovavo e quello della zia Daisy, che solo poco prima mi erano venute in mente. Furono le idee più disparate a tenermi occupata l’immaginazione, in quei momenti. Rivedevo quel mio infinito salire e scendere lungo la strada con l’incrocio, mi balenavano istanti vissuti solo qualche mese prima, ma giusto dei piccoli assaggi, e forse brevi spezzoni di tanti, tanti anni fa, molto distanti da quella serata.
Poi però tutto riconduceva al giorno ancora precedente, rivivevo i momenti in cui mi ero trovato a scendere quasi per caso nel foyer del piccolissimo teatro in cui avrei assistito allo spettacolo della compagnia sperimentale messa su dal mio amico. Che tra l’altro non fu per niente male. Ripercorrevo infine i passi che mi portavano ad avvicinarmi a quella bacheca tempestata di piccoli annunci, per lo più locandine di altri spettacoli teatrali. Lì in mezzo avevo letto di quello studio medico dove avrei poi deciso, l’indomani stesso, di visitare, per vedere di risolvere il mio problema. Finalmente la signora che leggeva, non senza una punta di sprezzo, la rivista patinata, tossì. Almeno ci fu un po’ di rumore. Poco dopo il figlio della signora freddolosa seduta accanto a me, presumibilmente affetto da una qualche forma di ritardo mentale, cominciò a fissarmi con fare sornione, e con degli scuri occhietti dallo sguardo ora inquietantemente penetrante, che tanto contrastavano con il mezzo sorriso inebetito in cui si erano piegate le labbra. Alzò il braccio e fece vibrare velocemente le dita della mano, rivolgendole verso la mia direzione.
“Nino, smettila di importunare il signore”.
Disse la madre rivolgendosi all’uomo. La guardai e le risposi cordialmente: “Non si preoccupi, non c’è alcun problema”.
La signora mi fece un breve cenno di cortesia e continuò a leggere il libro che aveva tra le mani tenendo la testa china con quei grandi e spessi occhialoni da presbite e seguendo le lettere con un dito. Muoveva ad ogni passo le labbra come a ripetere ad alta voce ciò che stava leggendo, naturalmente senza emettere alcun suono. In testa mia qualcosa continuava a non tornare, mentre nella strana calma che mi girava intorno una sorda eco di straniamento continuava a prolungarsi, lasciando che la stanza sprofondasse in una consistente quanto indefinibile e stralunata dimensione. Mi chiedevo anche come mai nessuno facesse la benché minima rimostranza per l’attesa che continuava a protrarsi o per il fatto che il prossimo ad entrare sarei stato io, nonostante gli altri stessero aspettando da molto più tempo di me. Le cose non cambiavano, il muto orologio squadrato della sala d’aspetto m’informava che erano già passati venti minuti e la signorina ancora non tornava ad affacciarsi. Stava cominciando a farsi piuttosto tardi ed immaginai che fuori il cielo fosse già totalmente nero, non meno nero di quando avrebbe assunto la sua più oscura tonalità, nell’ora della notte fonda.
Studiai meglio tutti quei volti che sembravano, all’apparenza, ignorarmi. Il mio istinto mi scoraggiava dall’interpellarli, mi trattenni dal parlare anche solo con uno di loro. Persino la vecchietta seduta accanto a me, quella con il figlio problematico, ora mi sembrava avere un’aria scontrosa, quasi infida. Osservavo di sottecchi quella gente che sembrava covare qualcosa dentro mentre se ne stava lì tranquilla ad attendere, chissà cosa poi, una visita? Ne siamo sicuri? Iniziai a domandarmi se ero capitato nel posto giusto e soprattutto perché mi fossi affaticato tanto per trovarlo, quel posto. Quando stavo per dubitare di ogni cosa, domandandomi che tipo di studio medico fosse, arrivò la signorina che mi aveva aperto la porta e, con il suo ormai risaputo, largo sorriso, m’invitò ad entrare, affermando che la dottoressa era pronta a ricevermi. Il suo aspetto era tranquillo, composto, come nel momento in cui mi aveva accolto. Perché, d’altronde, avrebbe dovuto essere diverso? Mi domandai se non stessi divenendo paranoico. Tirai un sospiro e mi alzai. Nessuna delle altre persone si voltò a guardarmi mentre camminavo dietro la segretaria. Quando fui nel corridoio la giovane donna si accinse a richiudere la doppia porta. Fu in quel momento che, voltandomi a guardare per un istante verso la sala d’aspetto che avevo appena lasciato, incontrai di nuovo lo sguardo del signore un po’ ritardato che ricambiò di netto la mia fugace occhiata, restituendomene una per la verità non molto gradita. Nel così breve scambio vidi in quell’apatica eppure ben puntata pupilla una specie di saetta, ma non luminosa, bensì torbida.
Fu forse la fissità dei due scuri bulbi puntati verso di me a farmi raggelare per un attimo il sangue. Mentre le porte si richiudevano l’uomo fece appena in tempo a rivolgermi un’ultima strizzata d’occhi. Non avevo ancora realizzato di essere in trappola e, per giunta, in una trappola dove ero andato a ficcarmi di mia spontanea volontà. Adesso non m’interrompa per piacere, non mi dica che sto mentendo o che i miei ricordi sono deformati da quello che credo di aver visto, cercherò di essere il più dettagliato possibile e le spiegherò di nuovo l’unica, vera, versione dei fatti. Le chiedo solo di prestarmi un altro po’ d’attenzione, per il resto è libero di fare come le pare, può anche prendere appunti se lo ritiene necessario, non ho nessuna difficoltà a ribadire quanto le ho già riportato in precedenza. Seguii la ragazza nel lungo corridoio, ero come ipnotizzato dal rumore cadenzato dei suoi tacchi; un ritmo identico a quello che facevano le lunghe, ondeggianti gambe di mia moglie, la prima volta in cui l’incontrai.
C’erano due porte chiuse lungo il passaggio che stavo attraversando, ipotizzai che in una di quelle  stanze celate vi fosse lo studio della segretaria e che l’altro magari fosse destinato ai servizi. Infine arrivammo alla conclusione dell’andito, dopo una camminata di poco più di una decina di metri, in cui tuttavia i miei pensieri si erano fittamente avvicendati, come se il normale tempo di percorrenza si fosse allungato di almeno un altro quarto d’ora. Quando la ragazza aprì la porta e mi disse: “Prego” invitandomi ad entrare, ero ancora talmente preso dalla sua armoniosa camminata e dall’inquietante occhiolino elargitomi dal signore un po’ strambo, che varcai l’uscio sovrappensiero, come inebriato. Subito, però, tornai in me stesso e mi trovai di fronte una stanza piuttosto grande, quadrata.
La porta si richiuse con agilità alle mie spalle ed in un attimo i miei occhi registrarono rapidamente una sagoma femminile seduta alla scrivania in fondo alla camera, davanti ad un balcone oscurato da pesanti tende. Ma prima di soffermarsi su quella figura il mio sguardo gironzolò tutt’intorno, accarezzando numerosi ninnoli in un moto leggero, guizzante; mi sentivo come un bambino nella stanza dei giochi. Quell’ambiente era di sicuro il più curioso, sofisticato ed imponente di tutto l’intero studio. La tappezzeria era pesante, l’affastellamento di oggetti risultava a tratti soffocante e si respirava un’atmosfera un po’ laccata e ad un tempo soave, come quella che si può percepire in uno degli eleganti, antichi hotel che maestosamente si affacciano sul lungomare. Era odore di tracce del passato, di incontri significativi, e quella stanza era... compiacente, affabulatrice. Sembrava fosse tutto studiato a tavolino, allo scopo di attirare il paziente, facendolo sentire circondato da oggetti ricercati, che alternavano sapientemente un gusto classico ad uno più attuale, sperimentale. Pensai che quello fosse uno di quegli studi medici subdolamente lussuosi, volti a giustificare costi tali da far venire il capogiro. Sperai che la preparazione del dottore di turno fosse all’altezza di quell’alto risultato estetico. Mi colpì, fra tutti gli altri arredi, la libreria in noce che occupava in larghezza tutta una parete, colmandola in altezza sino quasi al soffitto. Doveva essere stata realizzata su misura da un bravo artigiano. I punti luce erano sparsi in modo equilibrato qui e lì, si trattava per lo più di lampade poggiate su diversi tavolini o piccoli mobili. La libreria era piena di volumi di argomento medico, ma non solo. Mi stupì notare di sfuggita qualche titolo di quei romanzi che sono sempre fra gli intramontabili, peraltro in ottima rilegatura. Come dubitare.
“Salve, venga avanti”.
Disse la voce che proveniva da quella donna in fondo alla stanza. La dottoressa. Aveva parlato senza neanche alzare lo sguardo verso di me, continuando a scribacchiare qualcosa su di una specie di registro poggiato sul tavolo. Se uno studio medico, uno studio di tale levatura, aveva avuto bisogno di pubblicizzarsi nel foyer di un piccolo teatro d’avanguardia, qualcosa di strano c’era. A meno che non si fosse trasferito da poco in quello stabile. Ma il testo sul volantino non ne faceva menzione e quell’arredamento era troppo personalizzato perché non appartenesse all’attuale professionista in carica, inoltre aveva tutta l’aria di stare lì da più di mezzo secolo. Mi feci coraggio, avanzai verso la scrivania lentamente e senza dire una parola, continuando a guardarmi intorno di tanto in tanto.
Mentre giungevo alla meta notai che nell’angolo della scrivania a me più prossimo c’era un qualche tipo di pietra chiara ma screziata di innumerevoli minuscole schegge tra il marroncino e l’ambra. Non saprei dire di che minerale si trattasse, non è un campo di cui m’intenda. Era stata in qualche modo intagliata in modo da imprimerle la forma d’una spirale. Ciò che mi stupì fu che quella forma fosse vividamente tridimensionale. Si innalzava terminando in una punta acuminata verso il centro, assumendo sembianze simili ad uno di quei piccoli gusci di paguro. L’oggetto fungeva da fermacarte, sotto il suo peso infatti sostavano disordinatamente diversi fogli prestampati. La dottoressa finalmente alzò il viso e mi guardò. In quel frangente esitai nel fare qualsiasi cosa, non so perché mi aspettavo, da un momento all’altro, una qualche reazione esagerata ed incomprensibile, un moto d’ostilità nei miei confronti. Sembrava tutto troppo perfetto, eppure avevo notato degli strani segnali prima di approdare a quel fatidico duecento novantanove, come le ho già largamente raccontato. Vedendo la mia esitazione la donna mi esortò più calorosamente ad accomodarmi e mettermi rilassato: “La prego, Signor Crispi, si sieda e mi racconti tutto”.
Mi disse con un sorriso gentile. Pensai che forse stavo diventando sul serio troppo sospettoso, ripetiamo anche il termine paranoico. All’inizio non seguii più le mie sensazioni e mi tranquillizzai. Credetti che sarebbe stata una visita come tutte le altre e che sarebbe andata particolarmente bene se ne fossi rimasto soddisfatto una volta ripresa la via di casa ed avessi avuto una qualche risposta sensata ai problemi fisici che cominciavano appena a riassalirmi. Sedendomi ebbi ancora il tempo di meditare sul fatto che quello in cui mi trovavo somigliava più al salotto di una gentildonna che ad uno studio medico. Ma quando arrivò il momento in cui è il paziente a dover parlare non feci alcuna domanda che potesse soddisfare le mie curiosità o chiarire tutte le perplessità che mi avevano accompagnato, da quando avevo intrapreso quel viaggio alla volta del numero introvabile fino a quando ero entrato in quella così elegante sala d’aspetto. Accennai solo alla difficoltà che si poteva incontrare per arrivare allo studio, esordendo con un: “Devo dirle che non è stato molto facile, per me, trovare questo posto. Qui intorno nessuno sa esattamente dove si trovi il numero duecentonovantanove”.
“È vero, lei non è il primo paziente a dover girare parecchio prima di trovarci. Mi spiace che abbia dovuto faticare, avrebbe potuto telefonare qui al fisso, la signorina le sarebbe stata molto utile dandole indicazioni precise”.
“Il fatto è che sul volantino non c’era nessun numero di telefono. Fra l’altro oggi non avevo in programma di passare ma, già che mi trovavo da queste parti per altre commissioni, ho pensato di fare un salto per avere un primo colloquio conoscitivo”.
“Ed ha fatto molto bene. Certo mi risulta che su tutti i volantini sia stampato anche il nostro numero”.
“Su quello che ho visto io purtroppo non c’era, altrimenti avrei chiamato”.
“Le credo sulla parola. Di sicuro ciò è molto strano e dovrò accertarmene, mi scuso per l’inconveniente e la ringrazio comunque di avermi avvertita della mancanza”.
“Ci mancherebbe”.
Mentre parlavamo guardai più attentamente il viso della mia interlocutrice. Aveva i capelli piuttosto corti e mossi, tinti di un castano rossiccio la cui tonalità veniva richiamata dal punto del suo rossetto. In quell’istante non riuscii a capire bene il colore dei suoi occhi, quello che poco dopo avrei visto nitidamente, quel grigio abbastanza scuro, quasi fosco, e quelle sfumature così indefinibili. In effetti la luce soffusa e piacevolmente calda ben poco si addiceva allo studio di un dottore. Oltretutto lo sguardo veniva schermato da ampi occhiali con la catenella, a quanto pare un accessorio pressoché irrinunciabile per ogni medico che si rispetti. La sua maglia era di un bordeaux opaco.
L’occhio mi scivolò sul girocollo di perle e poi più in basso. Mentirei se dicessi di non aver apprezzato quella non troppo castigata scollatura. Il décolleté della signora era di tutto rispetto, ancora in grado di restare ben saldo nella sua sede, senza cedere gravosamente alla forza di gravità. Del resto bastava una sola occhiata per capire di avere davanti una signora parecchio vanitosa, che si dava da fare per rimanere costantemente in forma. Le spiegai con precisione e chiarezza i miei sintomi, parlandole a lungo del fatto che questi non erano stati associati a nessun tipo di problema perché da tutte le analisi non era risultato nulla fuori dai normali parametri. Mi scusai anche perché nella casualità della mia visita non avevo con me nessuna di quelle precedenti analisi, da mostrarle. Lei continuava ad essere molto affabile e sorridente, mi disse che avrei potuto portargliele la prossima volta. Mi chiese se desideravo procedere con la visita, affermando che per quella prima volta non mi avrebbe chiesto la parcella e che avrei potuto pagarla successivamente, quando le avrei portato i risultati precedenti e vi sarebbe stato il secondo incontro.
I suoi occhi erano languidi e dolci, come quelli di una donna più giovane e di minor esperienza, ma il suo non era un fascino ostentato ed aggressivo, bensì maturo e pacato. Tutto procedeva nei soliti modi in cui procede in ogni studio medico. Fino a quel momento non trovai alcun motivo per dubitare della professionalità della dottoressa, eppure allo stesso tempo il suo sguardo, così sapiente e serio, mi appariva ancora in parte indecifrabile.
Lì per lì pensai che stavo solo continuando a suggestionarmi, magari quell’impressione poteva essere stata suscitata dal colore sfuggente di quelle iridi e nient’altro. Non era così. C’era qualcosa di molto più ingannevole e potente, dietro il gradevole aspetto di una persona apparentemente affidabile ed equilibrata. Qualcosa di terrificante, che non avrei mai pensato potesse manifestarsi sino al livello che poco dopo avrei sperimentato. Era una vera e propria ombra oscura a navigare in quegli occhi, un’ombra subdola, come strisciante. Ma ecco che ho dimenticato ancora un’altra cosa, non so come possa essermi sfuggita prima.



(continua...)




leggi anche:

Roberta Andolfo, Numero civico (prima parte); Il Pickwick, 30 dicembre 2017
Roberta Andolfo, Numero civico (seconda parte); Il Pickwick, 28 gennaio 2018

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