“Sin da ragazzo gli piaceva disegnare navi, vascelli alberati, brigantini, e più c'erano alberi e vele e sartie più godeva, specie a tratteggiare battaglie navali, le nuvolette che fanno i cannoni quando sparano. − Mi piaceva disegnare il vento, − ha detto quasi commosso, come scoprisse qualcosa di sé che prima non sapeva. − Era un po' come disegnare la libertà, la forza. La vita”.

Emilio Salgari / Ernesto Ferrero

Domenica, 11 Febbraio 2018 00:00

Quello sguardo dietro le nuvole – 2

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Capitolo 2


A Bruno erano sempre piaciute quelle riunioni. Ne era diventato l’animatore. E tutti gli riconoscevano la capacità di tenere unite in perfetta armonia personalità così diverse tra loro.
A tavola si discuteva di tutto, senza alcuna regola prestabilita. Dalla prima volta a Amica Pizza eravamo passati altrove per le nostre vivaci serate attorno a una tavola. Ristoranti, pizzerie, resort, in varie parti della città, possibilmente in una saletta o un séparé per garantirci una tranquilla riservatezza rispetto agli altri avventori.

Conversando durante la cena gli argomenti erano tra i più disparati, e sempre occasionali. Ma questa sera il nostro dialogare è stato sin dall’inizio volutamente indirizzato da Bruno, che con aria vagamente provocatoria ha così esordito: Senza linguaggio non c’è uomo. Senza storia non c’è uomo. − Aggiungendo: − Queste apparentemente semplici ma al tempo stesso profondissime parole non sono mie bensì di un personaggio membro di un gruppo di intellettuali perdigiorno, appartenenti a una storia della narrativa moderna che, come poche altre, per certi aspetti ha impresso nella vita dei lettori un senso di forte intensità emotiva. E non solo.
Tutti che alzano la testa dal piatto.
− Interessante − dico. − Ma perché non darci un qualche indizio, non mi riferisco al titolo del romanzo, per dare il via alla nostra discussione? Ci hai proposto, Bruno, un argomento che – senza esagerare – può essere considerato vitale per gli esseri umani.
− Che dire, Paolo, piuttosto che indizi tipo nomi e opere di autori che hanno studiato il tema arrivando a determinate conclusioni magari essenzialmente teoriche, mi piacerebbe che approfondissimo la materia attraverso il nostro personale vissuto in tutti i suoi aspett−i  risponde Bruno.
Fraschini, sarà per l’età avanzata o che altro, dà l’impressione di essere scettico e si guarda attorno senza dire una parola. Ma dall’espressione del volto degli altri sembra di cogliere un interesse tutt’altro che superficiale. E io sono tra quelli.
− Il nostro vissuto hai detto, Bruno? − Giovanna.
− Sì, proprio quello.
− Oh My God! Che è: una confessione generale? Se così fosse mi parrebbe inutile, dato che tra noi sappiamo tutto gli uni degli altri. − Milena.
− Ma per vissuto non intendo le nostre storie, o non soltanto. Mi riferisco al modo di svelare il linguaggio col quale usiamo raffigurare i fatti che riguardano gli esseri umani, e sforzarci  di individuare da dove provengono le nostre parole. E perché, caso per caso, scegliamo proprio quelle che crediamo di dovere o volere pronunciare − Bruno.
Fraschini ha messo a tavola altre due bottiglie di Pinot Grigio. − Servono per chiarirci le idee − dice con un sorriso che somiglia a una smorfia.
− Noi esistiamo anche senza linguaggio − dice Giovanna rivolgendosi a Milena.
− Non saprei come risponderti. Se non ci raccontassimo attraverso le parole, in base a quale principio si potrebbe dire che esistiamo? − Milena.
− Non semplifichiamo. Senza linguaggio siamo identità indefinibili. Quindi non esistenti l’uno per l’altro e incapaci di interagire − Bruno.
− Ci stiamo incasinando...  sicché mi parrebbe utile approfondire la faccenda indagando a tutto campo il linguaggio dalle sue origini, l’uso che se n’è fatto finora, il suo modificarsi da una generazione all’altra che è sotto l’occhio di tutti. Insomma, il linguaggio potrebbe essere il tutto o nulla, al punto che potremmo affermare o negare la nostra esistenza. Ma forse pretendo troppo. Limitiamoci a non distrarci, mi spiego? − dico.
Una risata generale. Con brioso alzare di bicchieri.
− Attenzione! Con le parole si può capovolgere se non addirittura distruggere il mondo. Difficile non riconoscerlo. Vi pare poco? − sempre Bruno, che non molla l’osso.
− Andiamo fuori a fumarci una sigaretta − dice Giovanna rivolgendosi a Milena.
− Bruno questa sera ha puntato in alto − Mirella.
− Interessante e, diciamolo pure, molto impegnativo quello che stiamo discutendo. Ma perché non mettere i campo anche il pensiero dei grandi studiosi del linguaggio: Noam Chomsky, Ludwig Wittegenstein per citarne due tra quelli ai vertici della materia? − Giovanna.
− Bruno è stato chiaro: non vuole una sorta di esercitazione scolastica. A che servirebbe? Ci domanda  e domanda anche a sé stesso – quale sequenza di parole dobbiamo mettere insieme quando ci troviamo ad affrontare fatti di vita in generale. Del resto, ciascuno di noi possiamo dire ne abbia  avute di faccende non del tutto semplici da vivere e risolvere − conclude Milena, rientrando nel ristorante con Giovanna.

Siamo al termine della cena. La stimolante discussione accompagnata dai bicchieri di buon vino ha disegnato sul viso di ciascuno di noi segni di serena allegria. Persino Fraschini lo dimostra con mezzi sorrisi che sembrerebbero di approvazione dell’opportunità di discutere... non certo della conclusione (che non c’è stata) del quesito di fondo posto da Bruno nonostante il sincero interesse mostrato da tutti.
Ci si salutiamo con la consapevolezza che non è una ricerca da lasciare senza risposta. È solo un arrivederci.
− Ma davvero tu, Paolo, sei convinto che Bruno non dovesse parlarci di quella storia letteraria, romanzo o racconto che sia, dalla quale ha tratto una tale intrigante espressione che ci ha tenuto occupata la mente tutta la sera? Un indizio magari, dicevamo all’inizio... − Milena.
− Ciò che sicuramente Bruno si proponeva non v’è dubbio che l’abbia ottenuto − rispondo.
− Ti spiacerebbe sprecare qualche parola in più per spiegarmelo?
− Lui crede fermamente che solo grazie sia alla parola parlata che a quella scritta, ossia la fiction come ora ci piace chiamare quest’ultima, abbiamo la conferma che noialtri e il nostro prossimo siamo nella realtà esistenti come esseri pensanti e in grado di agire secondo logica. Diversamente, senza saperci esprimere, mancando il “logos”, equivarrebbe a non esserci.

Chi dei presenti avrà capito con la dovuta chiarezza il contenuto più afferrabile di quanto è stato detto in questo incontro? Sarà da vedere in seguito. E anche quale può essere il perimetro del nostro discorrere che ciascuno di noi ha disegnato nella propria mente.
Chiamarla illuminazione è un andare oltre. Ma una conferma di quanto già pensassi, una certezza, è che le umane lettere – per dirla con le parole di David Foster Wallace − portano con sé gran parte di quello che può essere d’aiuto e conforto allo Human Being, specie nei momenti di crisi senza apparente via d’uscita. A proposito, ricordate le nostre storie personali? E quale felice epilogo hanno avuto anche per la forza della parola? Dunque, quanto viene narrato non per semplice “intratt−enimento” fortemente concorre a dare un senso al consorzio umano. Ed è con tale convinzione che, alzandomi da tavola, mi è venuto spontaneo dire: − Hei, al prossimo incontro andremo alla ricerca del piacere di scoprire la ricchezza del narrare. Siete d’accordo?
La risposta di tutti è un sorriso.

Due mesi dopo.
Novità. Fraschini ci ha chiesto di riunirci a casa sua. La colf salvadoregna Miriam è anche un’ottima cuoca. Niente di meglio per una serata tranquilla in un palazzo nel Centro Storico di Milano che definire di lusso è dire poco.
Siamo a metà cena, non abbiamo ancora parlato di arte narrativa. Giovanna, che ha ormai recuperato un rapporto normale col padre, avvia la discussione chiedendo a ciascuno di parlare dell’ultimo libro letto, dandone un breve giudizio. Riguardo al ruolo delle parole, naturalmente.
A sparigliare i giochi ci pensa subito Bruno: − Per me vale quello che ho detto la volta scorsa. Niente lezioni rifacendoci a questo o quello scrittore. Stiamo coi piedi per terra, ma indaghiamo il ruolo delle parole nell’essenza umana raccontata. Certo, non potremo trascurare di citare stili, forme di creatività e contenuti di maggior peso per dare sostanza al nostro discorrere. Ma senza salire in cattedra. Sarebbe tempo sprecato.
 A proposito di stile, direi che una scrittura orizzontale, senza salti di situazioni è limitativa − dico.
− E che centrano le parole in quello che dici? − Milena.
− Perché corri il rischio di sentirti in obbligo di dare continuità a quel tipo di narrazione per renderla credibile, mentre in sostanza è solo artificiosa.
− Ugualmente lontana dal reale è la fantasia allo stato puro, la teleologia in versione distorta non serve a niente. Scrivere significa immergersi in qualcosa di accertabile, quantomeno con la propria sensibilità.
− Farsi poi influenzare dalle personali nevrosi, manie, o parlare di “caos” ricorrendo a inverosimili brutture solo per far parlare di sé è altrettanto uno stravolgimento dell’arte narrativa, l’estremismo della volgarità. C’è un caso recente nel nostro Paese. Ma non ne voglio parlare − Bruno.
− Scrivere di attualità o di vicende umane quale che sia il periodo storico preso, in considerazione? Giovanna. − Beh, il passato non va di sicuro trascurato, anzi. Perché occorre non dimenticare che taluni suoi aspetti sono presenti, magari in nuce, anche nella nostra epoca − Milena.
− L’entità umana è unica ma le diverse circostanze di vita ne possono modificare il modo di porsi.
Anche il tasso alcolico può influire sui nostri pensieri e sul nostro comportamento − dice Fraschini, spostando lo sguardo da una bottiglia all’altra ormai quasi tutte vicine a essere vuote.
È la conclusione del padrone di casa che ci fa capire come la nostra discussione sia ormai pressoché conclusa. Sebbene della conclusione di quanto credibilmente si possa dire sul tema preso in esame nessuno di noi sia convinto.
Nel salutarci i nostri sguardi sono rivolti a Bruno che della storia (e del relativo autore) da cui ha avuto inizio la nostra ricerca non ha voluto parlare. Ed è lecito pensare che abbia fatto bene, in quanto ha lasciato piena libertà alle nostre motivazioni critiche.
E poi c’è ancora tanto altro da dire. Sarà per la prossima volta che c’incontreremo. 



(continua...)



leggi anche:
Enrico Brega, Quello sguardo dietro le nuvole − 1 (Il Pickwick, 21 gennaio 2018)

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