“Sin da ragazzo gli piaceva disegnare navi, vascelli alberati, brigantini, e più c'erano alberi e vele e sartie più godeva, specie a tratteggiare battaglie navali, le nuvolette che fanno i cannoni quando sparano. − Mi piaceva disegnare il vento, − ha detto quasi commosso, come scoprisse qualcosa di sé che prima non sapeva. − Era un po' come disegnare la libertà, la forza. La vita”.

Emilio Salgari / Ernesto Ferrero

Domenica, 21 Gennaio 2018 00:00

Quello sguardo dietro le nuvole – 1

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Capitolo 1


È l’imbrunire di un venerdì qualsiasi. Sotto l’ombra cangiante del grattacielo che si erge di fronte allo stabile di quattro piani dove abito sfilano le auto, a velocità diverse ma controllate, quasi a volersi annunciare ciascuna a modo suo ai rispettivi abitanti di quella parte del quartiere che le stanno aspettando. Per lo più si tratta del rientro dal lavoro.
Monluè è l’angolo più attraente del Municipio milanese avvolto nel verde. Il parco nel quale col passare dei secoli si è sviluppato è di origini antichissime. Si vive bene qui, c’è tranquillità come in poche altre zone cittadine, sebbene quando avverti il desiderio di immergerti nel fermento di umana vitalità all’aria aperta devi portarti verso percorsi diversi.
Lei lo ha capito da tempo: l’anello debole della catena sono io. Stiamo passeggiando in quartiere in attesa di non si sa cosa.

− Una decisione dovrai pur prenderla, Paolo... e presto − mi dice Milena staccandosi di quel poco dal mio braccio che le cinge il fianco durante il lento cammino.
− Lo so, lo so, Milena.
− La ragazza che hai avuto in questi ultimi anni è incinta, e nessuno di voi due vuole un figlio. Tra voi è finita, adesso sei legato a me. Che intenzioni avete?
− Non le resta che abortire – è un dramma anche per me, credimi − ma lei mi tiene sulle spine. Sembra che voglia creare una situazione che possa bloccarmi la carriera. In ufficio si mormora continuamente di me: mi aspetto che da un giorno all’altro mi diano il foglio di via a causa del fatto che ho tradito la figlia del proprietario dell’azienda dove lavoro. L’ho messa incinta e poi l’ho tradita con te, una sua collega. Capisci?
− La conosco abbastanza bene, non è vendicativa. È mia amica da quando sono stata assunta... e poi ‘ste cose succedono. Per me c’è qualcos’altro.
− E che può essere, allora?
− Giovanna ha un pessimo rapporto col padre. Lo considera un uomo gretto che pensa solo a far soldi, del tutto privo di sensibilità umana, al punto di essersi opposto a suo tempo a fare curare la moglie in un istituto oncologico svizzero – anche se qualcuno dice che lo ha fatto per starle vicino − mah! Con la fine che tutti quanti si aspettavano.
− Già. Ma, ma il tempo stringe e al momento mi sento come privo della benché minima capacità decisionale.
− No. Una ce l’hai, invece, e potrebbe essere quella risolutiva. Prendi il toro per le corna, e non temere per le conseguenze. Tu hai i numeri per essere un prestigioso manager. Sul mercato godi di ottima fama. Dimettiti e vedrai che nel volgere di poche settimane sarai alla testa di una società di primaria importanza. Così il padre di Giovanna sarà come disarmato. E lei sarà uscita da un tunnel di cui non vedeva lo sbocco.
− Metti pure che me ne vada da un giorno all’altro e mi piazzi ai piani alti di un’altra società. Ma la tua posizione qui come mia ex-segretaria diverrebbe difficilmente sostenibile.
− Mi porterai con te. Non ti sarà difficile, vedrai.

Mi ha invitato a caccia di anatre in un laghetto di proprietà di un suo amico. Ha bisogno di distrarsi, Bruno. Si è messo nei guai, e fatica a uscirne. Per cui cerca distrazioni. Odio la caccia, ma l’ho accompagnato.
Nei pressi di Piazzale Susa c’è un caseggiato popolare fatto costruire per i reduci di modesto rango sociale della seconda guerra mondiale. Io e Bruno siamo cresciuti lì. Mio padre cameriere, il suo addetto alla proiezione dei film nella sala cinematografica periferica vicino a casa nostra. A modo nostro ce la siamo cavata passando gli anni della prima gioventù a giocare a pallone si può dire tutto il giorno in mezzo alla strada, dove allora transitavano poche auto. Poi le scuole medie superiori e l’università grazie a seri sacrifici economici dei nostri genitori: per me scienze statistiche, lingue estere per lui. A quel punto ce ne siamo andati da casa e ciascuno ha preso la propria strada.
Siamo tuttavia rimasti amici, frequentandoci quando il tempo libero ce lo permette. Ci scambiamo idee.
Il mio successo sul lavoro non si è fatto attendere: Marketing Manager di una società di audiovisivi multimediali a soli venticinque anni, lui addetto ai rapporti con società di brokeraggio assicurativo, dove sin dall’inizio ha cercato la via più rapida per guadagnare bene e con facilità. Gli è mancata però la capacità di intravedere i rischi cui andava incontro.
L’ingresso di Bruno nella compagnia assicurativa ha fatto colpo sul personale. Il suo dinamismo, la capacità di mediare tra posizioni diverse l’hanno elevato a una sorta di emblema nel talvolta problematico rapporto tra il management che punta all’incremento del portafoglio di polizze e l’insieme dei broker cui spetta il compito di vendere il maggior numero di contratti pretendendo, quando possibile, provvigioni superiori a quelle di mercato.
Ma la fretta di far soldi da parte di Bruno ha avuto il sopravvento. Gli è bastato poco per individuare quei cinque o sei broker con pochi scrupoli, disposti a sottrarre ad altri colleghi potenziali clienti manipolando le percentuali delle provvigioni. In altri termini, coinvolgevano gli assicurati stessi nell’imbroglio del concedere loro minimi sconti sul costo delle polizze limitandone con clausole poco chiare le garanzie prestate.
In poco tempo il gruppo, con la complicità di Bruno, ha sottratto una cifra considerevole ai colleghi. Altrettanto rapido è stato l’intervento della direzione, alla quale tale movimento di provvigioni e costi delle polizze anomali è parso incomprensibile. Pochi giorni di approfonditi controlli, e tutto è venuto alla luce. Bruno licenziato in tronco con l’obbligo di restituire alla compagnia una somma superiore a quella indebitamente intascata con l’aggiunta degli interessi, e il rischio di finire sotto processo.

Giovanna ha abortito. Ma ne ha sofferto, prima di decidersi. Subito dopo se n’è andata per un mese nelle casa di montagna, dove, in solitudine, ha tentato di farsi una ragione dell’accaduto.
Tornata a Milano, ha preso una decisione: si dimetterà dall’azienda paterna dove ricopre il ruolo di dirigente dell’ufficio personale.
− Ma vuoi scherzare? − Le dice suo padre. − Stai scherzando, mi auguro. Qui si fanno un sacco di soldi, che un giorno saranno tutti tuoi.
− No, non ce la faccio, papà. Ho bisogno di entrare in un’altra dimensione di vita. Tu non mi hai certo aiutato nei momenti difficili... ricordati della mamma. Quanto alla mia storia con Paolo, anche in quel caso avresti potuto impegnarti con un po’ di senso umano. Non ti sarebbe piaciuto diventare nonno? Magari una tua decisiva presa di posizione non sarebbe servita a nulla, ma almeno tentare di suggerirmi una soluzione... per quanto Paolo abbia le sue colpe e io le mie per non aver voluto un figlio. No, me ne vado. C’è stato un intreccio di errori che non dimenticherò mai, ma almeno lasciami ricercare quel minimo di serenità che mi permetta di guardare al futuro sperando in qualcosa che, ti assicuro, non saprei dire che potrebbe essere.
− D’accordo, provaci. Senza dimenticare che sei mia figlia.

Sono passati tre mesi. La storia sentimentale da me giocata tra Giovanna e Milena ha lasciato un segno che rischiava di cancellare senza scampo il vissuto dei miei giorni. Naturalmente, data l’amicizia che così fortemente ci lega da tempo, ne ho parlato con Bruno. Poche le sue parole: − Penso che nessuno sia esente da errori, Paolo. Neppure tu.
Riflettendoci sono giunto alla conclusione che uno sbaglio – il mio e, se vogliamo, anche quello di Bruno − non possa produrre l’effetto di un colpo di spugna sul senso di un’esistenza. In nessun modo è accettabile che ogni mattina ci si possa svegliare di fronte a un’alba dolorosamente cupa.
E l’occasione per tentare un riscatto da tale rischio si è presentata nella mia mente, come capita in certi casi, mentre pensavo ad altro. La casualità ancora una volta ha indirizzato il mio agire. Quella casualità che ha messo insieme due storie che, pur non avendo nulla in comune, ti spingono alla ricerca di un salutare sbocco.
Adesso è venuto il momento giusto. Qualcosa di volutamente semplice, tutto deve apparire normale, nel locale all’aperto − è la calda estate meneghina − di Amica Pizza, in Via Cadore a pochi passi dalla casa della nostra gioventù, dove io e Bruno abbiamo passato per anni serate in allegre compagnie diverse... specie dell’altro genere.
Mi ci è voluto un certo impegno, ma ce l’ho fatta: siamo qui tutti.
A capotavola Rolando Fraschini, padre di Giovanna. Per convincerlo ad aggiungersi a noi, in un primo tempo ho pensato a sua figlia, ma lei non era ancora pronta a normalizzare i rapporti col padre, non se l’è sentita. Ecco allora che si fa sotto Bruno: − Ci penso io, non sono coinvolto nei vostri pasticci, lasciami fare − mi ha detto. E l’ha convinto.
Ho fatto in modo che Giovanna e Milena sedessero l’una accanto all’altra, chiedendo al cameriere di posare sul tavolo i biglietti col nome dei partecipanti alle cena. In tal modo non c’è stato bisogno di sprecare parole che in qualche maniera avrebbero potuto essere imbarazzanti. Io e Bruno di fianco a Fraschini. Quando mi sono seduto lui mi ha rivolto uno sguardo che mi è parso benevolo, e le parole che ci siamo scambiate nel corso della cena lo hanno puntualmente dimostrato.
Sebbene si usi accompagnare la pizza con una buona birra, tra noi del tutto spontaneamente c’è stato un vivace alzare di bicchieri di un ottimo Riesling di Santa Maria della Versa. Il che non ha tardato a produrre i suoi coinvolgenti effetti conviviali.

Quando al di là del chiaroscuro la realtà appare senza veli che ne alterano l’essenza si aprono spiragli che riportano una luce solare dove si pensava non sarebbe mai arrivata.
− Vedrai che ne verrai fuori, e presto magari. Perché no? − È Fraschini che si rivolge a Bruno.
− Certo, ne verrò fuori. Ma devo tenere a freno il mio senso dell’urgenza, altrimenti potrei rischiare di cadere in altre... cazzate. Mi scusi il linguaggio. E poi spero che la faccenda con l’assicurazione si risolva presto e bene.
− Grazie a qualcuno che, diciamo così. ti sta sponsorizzando potresti essere a un passo da un’ottima sistemazione.
− Vale a dire?
− Che ne diresti di assumerti la responsabilità di coordinatore della nostra attività all’estero? Stiamo aprendo rappresentanze in tutti i continenti. E ti dirò di più: chi mi ha dato questo suggerimento è stato Paolo.
− Paolo?
− Sì. Proprio lui. Ci siamo chiariti, in passato c’è stato tra me e lui un reciproco fraintendimento.
Un movimento brusco, e Bruno è scivolato dalla sedia, cadendo a terra. Forse l’emozione. L’ho sollevato io. E con non poca fatica.
Giovanna e Milena si scambiano uno sguardo ironico.
Le ultime parole rivolte agli altri prima di alzarsi e lasciare la pizzeria sono di Giovanna − Bella serata! Abbiamo chiarito diverse cose. Domani io e Bruno ce ne andremo in montagna per una settimana. A proposito... vi do una ghiotta notizia: nei giorni scorsi noi due, pur essendoci incontrati da poco grazie a Paolo che era interessato a venire in aiuto a Bruno, ci siamo poi rivisti e, credo, conosciuti. Quando sarò tornata a Milano deciderò se accettare la proposta di papà di rientrare in azienda.
Milena vive ormai con me.
Ci stiamo dirigendo in auto verso il Monluè, immergendoci nell’insieme di una innovativa ricerca architettonica, c’è armonia tra uno stabile e l’altro, per diversi che siano. Non le diresti case popolari nel senso stretto del termine. Viene da pensare che si tratti piuttosto di segni inclusivi della Milano metropolitana che si proietta nel futuro.


(continua...)

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