“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Domenica, 17 Dicembre 2017 00:00

Ogni volta sento quel treno

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Un percorso precluso alla conoscenza altrui nell’impenetrabile mistero della felicità. Un viaggio nel tempo. Tutto mio. Da quando ho varcato la soglia della maggiore età. Ciò che fino a oggi, trentenne di successo, mi ha permesso di non cadere nella palude di un’esistenza in qualche modo assimilabile − per dirla con la più spoglia semplicità − a un luogo comune.

Lucilla, era seduta al mio fianco nell’aereo in volo verso Bali. Mi ero preso due settimane di pausa dopo un intenso lavoro per conquistarmi la posizione di Amministratore Delegato in quella che era considerata la società finanziaria più aggressiva del nostro Paese. Là, a Bali, mi aspettava Luciano, amico sin dagli anni universitari, dove, in quella che viene considerata l’Isola degli Dei, la più affascinante delle settemila isole indonesiane, si era conquistato una posizione di primo piano nell’organizzare viaggi e transazioni immobiliari per conto di facoltose persone provenienti da ogni parte del mondo.
Sedendoci in aereo ci siamo scambiati un contenuto sorriso. E nient’altro. Poco prima di atterrare a Hong Kong il personale di bordo comunica ai passeggeri che il volo per proseguire verso Bali è stato annullato a causa del vulcano Agung che si riteneva in fase di imminente eruzione, con relativa chiusura dell’aeroporto locale.
− Che fare, allora? − mi sussurra la ragazza. − Mi chiamo Lucilla, vuol dire che me ne devo tornare a Torino, dove vivo?
Prima di risponderle, un rapido quanto intenso sguardo materializza davanti a me una splendida figura femminile. − Non sono in grado di prevedere cosa succederà. Ah, a proposito! Mi chiamo Enrico, e sono di Milano.

Siamo a tavola nel ristorante dell’aeroporto. Poche le parole che ci scambiamo, ma il flusso empatico si avverte. Ci è parso come sentirci obbligati dall’inaspettata situazione di dover dare un senso alla casualità di quell’incontro.
A metà della frugale colazione veniamo a sapere che la compagnia aerea ha elaborato un piano per proseguire verso Bali con un nuovo volo che permetta di passare da sud verso nord evitando così l’impatto con le ceneri eruttive. Si tratta di volare verso Giacarta, per poi proseguire su un vaporetto fino alla parte non a rischio, a ovest di Bali.
Io le dico in quale albergo passerò la notte, del suo lei non ricorda il nome. Strano, verrebbe da dire. Ci salutiamo senza enfasi, dicendoci che ci vedremo domani in aereo, magari sempre l’una a fianco all’altro.
Ed è quello che è accaduto.
Pochi minuti di silenzio, un sospiro, forse, o qualcosa che gli somiglia, da parte di ambedue. Poi le dico: − A questo punto darci del tu è per lo meno d’obbligo.
− Già − fa lei.
Durante le cinque ore di viaggio la conversazione tra noi va librandosi in una sorta di zona neutra tra il detto e il non detto. E la reciproca empatia in crescendo si accompagna a un senso di rilassamento. Poche le parole su noi stessi. Voliamo alto anche noi, non solo l’aereo, evitando di scivolare in un quadro scontato. Impresa non facile in certe situazioni cariche di aspettative.

Sul vaporetto le cose cambiano. Un’epifania. L’ambiente, rispetto all’angusto spazio dell’aereo e non solo, è un invito a liberarci da ogni rigido controllo nel parlarci.
Parliamo di tutto, senza freni. Anche della nostra vita. Non preoccupandoci di trascurare, con allegra sincerità, particolari del nostro rapporto senza veli – con l’altro genere. Ne vengono fuori due intense storie personali, piuttosto ricche rispetto alla nostra età. Le nostre storie non hanno vincoli ai quali dobbiamo attenerci. Liberi, insomma.
Tra i vari interessi che condividiamo, oltre alla musica pop-rock, c’è la narrativa. Siamo due voraci lettori.
I nostri sguardi s’incrociano con significativi lampi negli occhi. Il tono del nostro scambio di parole è rilassante ed eccitante al tempo stesso. Paradosso.
− Dimmi un nome, uno solo, dello scrittore o scrittrice che fa parte ineludibile del tuo sentire − le chiedo.
− Julio Cortázar, ti basta?
− Certo.
− E il tuo culto chi è?
− Beh, non ho dubbi. Il grande Wallace E non solo per Infinite Jest, tanto per essere chiaro.
− Ma ce ne sono tanti altri, parliamone.
È stata come una rassegna di tre ore, tra una squisita colazione e intensi sorsi di svariati liquori. Tre ore di letteratura allo stato puro. Ciò che ci accomunava nel giudicare gli autori e i loro scritti era la predilezione per le storie di intrecci umani, non importa se squallidi o semplicemente vicende di vita normale sia pure talvolta attraverso esperienze dolorose, purché portassero il lettore a immaginare che nel vissuto, in fondo, c’è sempre la possibilità di intravedere una sia pur fioca luce di speranza. No alla negazione dell’essere umano. La rappresentazione del caos fine a sé stessa la consideravamo né più né meno che la negazione dell’arte letteraria.
Su certi autori l’eccitazione ci prendeva senza scampo, ed era in quei momenti che – ma potrei sbagliarmi − mi coglieva l’impressione, presto sfuggente, di un intimo turbamento tra noi due.
Un distaccato saluto al termine del percorso in vaporetto ha concluso il nostro viaggio verso Bali.
È bastata una stretta di mano per augurarci a vicenda di apprezzare la meta che, con motivazioni diverse, avevamo raggiunto. Non abbiamo parlato dei rispettivi alberghi dove eravamo diretti. Né ci siamo detti per quanti giorni ci saremmo fermati lì.
− È stato un piacere scambiarci quattro chiacchiere. Grazie − mi dice lei dirigendosi in tutta fretta verso un taxi. La osservo vagamente perplesso, non porta con sé il classico bagaglio dei viaggi lunghi. Giusto una coloratissima e larga borsa a tracolla, quasi da apparire come una del luogo che ha fatto un giro nei dintorni. Tuttavia, mi sono sfuggite queste semplici parole: − Chissà che non ci si riveda al ritorno in Italia.
L’impressione è che non mi abbia sentito. O non abbia voluto.

La sorpresa ha avuto su di me un effetto che direi imbarazzante. Lucilla è seduta su una poltrona di attesa del mio stesso Gate diretto al nostro Paese. Questa volta niente vaporetto. Il vulcano si è calmato, e sono stati ripresi i consueti percorsi, senza deviazioni inaspettate. Appena mi vede mi si avvicina: − Non dirmi ce siamo ancora seduti accanto, nella stessa fila − dice con un sorriso disarmante.
Controlliamo subito i biglietti, ma non è così. Questa volta tocca a me rompere il ghiaccio: − Ci sono diversi posti liberi, e anche centrali, come piace a me − rispondo. − Vediamo se ci riesce di farci spostare.
E così è stato.
Siamo di nuovo seduti l’uno accanto all’altra, lei ha preferito il posto accanto al finestrino.
Sedici ore di volo, più uno scalo di altre tre a Hong Kong. La nostra ricognizione letteraria ha potuto così continuare per tutto il viaggio, fino a Malpensa, dove abbiamo preso il taxi per Milano. L’ho accompagnata alla Stazione Centrale. Un gesto dovuto.
− E adesso te ne torni alla tua Torino − le dico.
− Sì, a meno che...
− A meno che?
− Niente, non saprei nemmeno cosa volessi dire. Ciao. È stato bello.
Sta per sibilare il treno in partenza, da un finestrino mi pare di riconoscere il suo braccio che si agita in segno di saluto.
Da allora quando avverto intensamente una perdita mi torna alla mente quel treno.

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