“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Domenica, 26 Novembre 2017 00:00

Quando volare è un'illusione

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A tutti quanti può capitare. Se cresci in una famiglia numerosa, intendo. Ho tre fratelli e una sorella, Norina, la più giovane di tutti con i suoi fantasiosi vent’anni. Noi maschi, oltre a me, Roberto, Adelio e Giovanni dai trenta ai quaranta.
− Così, Enrico, hai deciso di metterti a scrivere − mi dice Adelio, mentre siamo tutti a tavola. Una cena che nostra madre ha voluto organizzare in gran fretta pregandoci di lasciare a casa le rispettive mogli. Norina convive con un fotogiornalista che sta realizzando un servizio in America.
A capotavola papà, il capo chino sul piatto quasi a sfiorarlo. I nostri occhi vagolano un po’ qui un po’ là di sguincio con aria che diresti distratta, ma non è così. La tensione è palpabile.
− Non sta bene − mi soffia in un orecchio Roberto, seduto al mio fianco.


Poco più che adolescente ho fortemente avvertito l’esigenza di orientare la mia vita oltre i comuni obiettivi, fossero anche di prestigio. Erano gli schemi in un certo senso ai quali ambivano i miei coetanei: studi per proiettarsi poi nell’avventura di una carriera che li portasse ai vertici della materia prescelta. Quello che invece mi attirava irresistibilmente era il puntare a una pratica esistenziale permeata da una vena di creatività al di fuori dei soliti limiti. Essere me stesso alla ricerca del tutto, lontano dai luoghi comuni.
Ma la logica della nostra famiglia ha preso poi il soppravvento, quando papà, subito dopo la laurea in scienza economiche che avevo conseguito con successo, forte della sua posizione nell’azienda in cui lavorava mi ha di fatto, direi costretto, ad assumere un ruolo di direttore marketing in una società collegata a quella dove lavorava lui.
Dieci anni di ottimi risultati economici nel corso dei quali tuttavia mi sono trascinato un vuoto che papà non capiva. Ho avuto la forza di staccarmi da quella che non era la mia strada, e ancora non avevo individuato il giusto percorso. A nulla sono valse le mie reiterate richieste a papà di non tenermi prigioniero in quell’ambiente dal quale volevo allontanarmi. E spingermi in alto verso nuovi orizzonti che non fossero il “fare carriera” per essere preso a esempio e occupare un posto di rilievo nella società che si usa definire meritocratica.
Anche il mio rapporto coniugale ne risentiva, e mia moglie talvolta ne pagava le conseguenze a causa dei miei frequenti malumori.

Andato in pensione papà, le cose sono cambiate. La sua lucidità mentale gradualmente si appannava, non era più lui. E io ho capito che, affrancatomi dai suoi vincoli, ero ancora in tempo a prendere il volo verso un ignoto mondo creativo. Ma come? Ho dato le dimissioni chiarendo con mia moglie che per almeno un anno sarebbe toccato a lei, con la sua attività di aiuto farmacista, a reggere economicamente casa nostra. Compresi i nostri due figli nella fase preadolescenziale. Nessuna obiezione da parte sua. Il nostro legame è sempre stato forte, sin dall’inizio del rapporto coniugale. Ed è andato viepiù rafforzandosi col tempo.
Ora la scelta l’ho fatta: Mi sono messo a scrivere. Avrei dovuto farlo prima, ma i vincoli pseudo-borghesi paterni me l’hanno impedito. O forse mi è mancato il coraggio di prendere il volo dagli standard imperanti in un ambiente come il nostro, caratterizzato da un conformistico velleitarismo sociale di rango superiore alla media.
Dopo un centinaio di pagine di un romanzo che mi ero messo a scrivere, ho avuto una sorta di illuminazione: la mia strada è il racconto breve. Per conseguenza, ho abbandonato il romanzo e mi sono impegnato a scrivere racconti che maggiormente soddisfano la mia vena creativa.
Oggi mi ha telefonato Adelio: − Papà sta per crollare. Non pensi che anche questa tua trovata di fare lo scrittore possa avere influito sul suo stato mentale?
− Credo di no, ma al diritto di essere me stesso non intendo rinunciare. Che ne dici? Che sia demenza presenile, la sua?
− Dico solo che la famiglia alla quale siamo legati noi due, i nostri fratelli Roberto e Giovanni, oltre a Norina va tutelata. È nostro dovere.

Il deteriorarsi dei miei rapporti con la famiglia ha coinvolto un po’ tutti. Si parla di un imminente ricovero permanente di papà. E l‘impressione è che io ne sia il maggior responsabile.
Ne sta risentendo anche la qualità della mia scrittura. Mi sono giunte voci che il mio editor sta seriamente pensando di revocarmi il programma della raccolta di racconti che avevamo programmato.
Ho sentito l’esigenza di chiedere a mamma se anche lei è convinta che lasciando il management ho commesso un grave errore di cui sta pagando le conseguenze papà. Lei, pur con quel suo modo sereno di esprimersi, non ha mancato di dirmi che le cose sarebbero comunque andate in un certo modo ma, a sua dire, la mia scelta non è stata del tutto ininfluente.
Puntuale è arrivato l’invito dell’editor per un chiarimento su quello che lui definisce un appanamento della mia scrittura. Come potevo dirgli che la crisi della mia famiglia paterna era all’origine di quello che stava succedendo? Gli ho semplicemente spiegato che ero alla ricerca di un nuovo modo di esprimermi e che presto l’avrebbe potuto constatare da alcuni brevi racconti che gli avrei fatto avere. Il che, a parte la faccenda di papà, non era del tutto fuori luogo.
Sono impegnato, lavorando giorno e notte, a provare e riprovare forme espressive e tematiche mai sperimentate da me in precedenza. Ho raggiunto la convinzione che il racconto tanto vale quanto più è scevro da inutili escursioni fuori tema, da fumose ridondanze, e risulta espressivo se scritto come chiuso in sé. Deve essere solo un racconto, non uno scontato messaggio ai lettori. Intendendo con ciò che deve esclusivamente narrare il sentire dei suoi protagonisti, senza quelle frequenti conclusioni che appartengono soltanto all’autore e non di rado esulano dalla realtà. Posto che una realtà vi sia. E in più, preferibilmente, deve essere scritto in prima persona.
Ci sto lavorando. Ma l’ambiente della famiglia paterna emana inquietudini. I rapporti con fratelli e sorella sono ormai poca cosa. Siamo riusciti a riunirci solo per concordare che non era il caso di far ricoverare papà come fosse un vegetale. Ma nei miei confronti l’aria che tirava era tutt’altro che serena.
Fredda a burocratica quanto basta è stata la mail dell’editor con la quale mi ha confermato che del nuovo programma non se ne fa nulla.
Questa volta è stata mia moglie a darmi la forza di non cedere, non ne vede una valida ragione.
− Cambia casa editrice, e fa’ capire ai tuoi famigliari che le ambizioni di un padre non possono spegnere le capacità e l’entusiasmo di un figlio che intende essere l’unico artefice della sue scelta di vita − mi dice con quella tranquilla sicurezza di sé che la contraddistingue.
Ho spedito i nuovi racconti a un’altra casa editrice. Pochi giorni dopo mi arriva una mail con la quale mi si fissa un appuntamento. Il tono della mail è di quelli che fanno ben sperare.
Sabato vedrò i miei fratelli e Norina. Spiegherò loro che, pur addolorato dalla condizioni di papà, non posso rinunciare a me stesso.
Dovranno capire. La vita ha un senso solo se la si vive in coerenza con sé stessi.

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