“Ricordati sempre: la sofferenza passa, la bellezza resta”

Pierre Auguste Renoir

Giovedì, 29 Giugno 2017 00:00

Il maestro

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Non ricordo più il suo nome, sono passati tanti anni da quei giorni lì. A volte ci ripenso, come è successo oggi, e mi sale al viso una smorfia benigna, un ricordo confuso di quegli anni spesi dentro una scuola orribile e meravigliosa.

Le mattine sono terribili giù al mare, soprattutto quelle invernali, sono un tradimento disteso sull'acqua, la foschia occupa uno spazio che non le appartiene, è un coperchio sporco sopra una pentola che straborda. Il cielo sta al gioco, i giorni in cui si allea con la nebbia ha lo stesso colore del ferro, non ha striature, è uniforme, stampato quasi, come un adesivo. I pochi uccelli rimasti si muovono guardinghi, ma senza foga, scavano come struzzi prima la sabbia poi bucano l'acqua, poche volte li ho visti felici. La spiaggia perde il suo oro splendente e diventa lo specchio perfetto del cielo, però il suo colore sembra realizzato a mano, non è seriale come la cappa sopra di lui. C'è più vigore in terra che là sopra, c'è più impegno, più disperazione. Una collaborazione fitta di uomini ed elementi coopera affinché l'opera non sia lasciata anonima.
Io vivo davanti al mare, una strada separa la mia casa dalla battigia, è una vena morta, spaccata ai lati, come fosse disidratata. Le auto che transitano non mi lasciano ascoltare il mare, non sento niente dal mio letto in fondo alla casa, solo qualcuno che si alza, fa il caffè, fuma e sbatte la porta dietro di sé per andare a lavoro. Poi ancora qualcun altro, un passo più gentile, forse perché trascinato, preda già a quest'ora dei suoi tormenti. Mi sveglia, mi scuote, mi ruba l'ultima bava del sogno. Il latte lo odio, vomiterei tutto, ma non posso, lei ci tiene, dice che ne ho bisogno. Allunga il cucchiaio, mi versa come calce quella zuppa di lattosio in gola, mi esorta a sbrigarmi, faccio tardi, non posso fare tardi, qualcuno mi aspetta.
Non so chi sia. 
Esco sul balcone che è anche il pianerottolo di casa, un corridoio lungo di cemento, una colata di freddo cemento. Guardo in fondo, vedo tutto, non sogno più niente, mi stringo dentro il cappotto e mi curvo un po' per il peso stupido dello zaino. Cammino. La città, anche dove non arriva il mare, sembra un lungo tratto di costa, nascosta, al riparo. Ha un centro, delle strade, dei portici antichi, non rimando nulla, guardo tutto, anche se conosco ogni pietra, osservo come l'abitudine non riesca a cancellare una sola sensazione nuova. Vado avanti per inerzia, le gambe camminano per me, poco fiere avanzano verso la meta. I suoni sono ancora spenti, non passa la luce dal soffitto, la gente fa quello che faccio io, si organizza e riscalda per vivere. Siamo delle formiche nel formicaio costruito da noi, i cartelli per i percorsi turistici non li guardiamo neppure, la via per il castello non è un itinerario d'eccezione, ci abbiamo fatto la guerra quando eravamo bambini. Non ci conosciamo eppure sappiamo le stesse cose su quelle piazze, ci siamo seduti sulle stesse poltrone al cinema e adesso marciamo indaffarati verso le stesse stazioni. Siamo un popolo ignorante con una grande storia, abbiamo costruito un porto con i resti di un tempio greco, siamo i figli di Pitagora ma non sappiamo nulla della sua matematica. Qui comandiamo noi, sfrattiamo la memoria per sopravvivere in questa società di plastica.
Sono quasi arrivata, fiancheggio il castello e le sue mura, un giorno mi renderò conto di quanto siano alte, ma adesso no, vedo solo quello che il peso dei libri con la complicità della salita mi permettono di vedere. Ho pensato le cose più assurde in queste mattine, le cose più inverosimili, ho calcolato e disfatto discorsi e piani, ingoiato il sonno e la tristezza, assaggiato il vento sprezzante, mi sono arresa davanti a un pensiero troppo forte, troppo lontano e che solo adesso afferro nella sua interezza. Erano sentori, onte di sogni interrotti ma buoni, vaticini infantili ma giusti. In queste tante mattine, ho camminato e percorso sempre gli stessi tragitti, con migliaia di domande e risposte, con discorsi infreddoliti che sono rimasti a lungo nella mia testa e che ora portano il peso non solo di se stessi, ma della bambina che non sono riuscita a proteggere, il piccolo apostrofo piegato che non ho mai capito. Potrai perdonarmi?

C'è un professore. Insegna storia e geografia, non è un docente fisso, più una supplenza a lungo termine. È un uomo anziano, pieno di acciacchi, poco dozzinale nei programmi, più istintivo. Chissà perché si trovi lì. Sembra pronto per altro ormai, verso la fine di una vita lavorativa, non più presente appieno per insegnare, già vicino a una panchina in mezzo alla piazza dove lui sarebbe tra i più intelligenti pensionati. Ma sta lì, dentro quella scuola con un'architettura fascista, una delle poche opere di regime funzionale ma bella, come un'intuizione finale, il ripensamento di un sistema fallito che recupera il decoro. Un giardino tutto attorno, immenso, incolto, selvaggio come dovevano essere stati quelli in cui, i filosofi in Grecia, insegnavano il potere del pensiero. A tratti gli alberi spontanei formano delle nicchie, delle caverne di foglie secche, con tappeti di altrettante foglie secche, poco profonde ma sufficienti per lasciarci immaginare.
Dicevo, lui, il professore atipico, sta li. È un uomo buono, soffre del Morbo di Parkinson, trema come i rami nuovi degli arbusti vecchi nel giardino, ci fa leggere a turno, ci lascia spazio a volontà per giocare, non so se sia stanco o meno, non so se la storia abbia annoiato e tradito anche lui, ma che importa, il suo tremore continuo lo perseguiterà fino alla morte, non riesce più neppure a scrivere, e senza parole la storia è solo un bel canto popolare.
Arriva il nuovo conio, la vecchia moneta va via, con lei anche i salvadanai pieni di monetine da spendere per comprare figurine. Il grande sogno europeo ci invade, ma noi non lo sappiamo. Lui ci prova a spiegare qualcosa, ma è un vecchio saggio, sa che siamo bambini incuriositi dalle nuove targhette che adesso circolano per mezza Europa, ma delle quali qui neppure l'ombra, ancora. Un giorno ci porta qualcosa, ci regala qualcosa, e anche se io non sono stata la diretta beneficiaria di quel regalo, lo ricorderò sempre, finché vivrò. I ragazzi, più di noi femmine già distratte da altre cose, vibrano dalla voglia di vedere e toccare con mano quei danari nuovi, sono come i soldatini di piombo, solo che questi varranno molto meno nei loro ricordi, un giorno. Il vecchio maestro si è caricato di qualche moneta, quelle con meno valore, e nel frastuono generale si è messo a distribuirle tra i banchi, regalandoci i primi pezzi di una realtà nuova che da lì a poco sarebbe diventata banale. Non potrò mai dimenticare le facce dei miei amici, il loro stupore, la loro felicità, la possibilità di ritornare a casa con il trofeo mai visto prima da nessuno. Io li guardo tutti, e sono felice quel giorno di essermi alzata dal letto, aver ingurgitato il latte ed essere arrivata a scuola in tempo per assistere a questa grande lezione. Il vecchio maestro tremante non ci ha regalato del denaro, non era un pazzo, ma ci ha fatto dono di un fatto, di una pepita inutile, di una desiderio infantile che coltivavamo tutti, quello di vedere il prima possibile qualcosa di nuovo, non importava cosa, non importava il valore, importava la sua eccezionale giovinezza nella nostra vita già piena di cose vecchie.
Con i libri chiusi sul banco, quell'uomo, che non ho più rivisto, mi ha regalato la migliore pagina di storia che abbia mai potuto leggere o imparare da un manuale illustrato.

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