“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Domenica, 16 Aprile 2017 00:00

Se davvero conviene non sbandare

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Si terrà al Palazzo Reale, qui a Milano, dal 21 Febbraio al 18 Giugno di quest’anno, 2017. Percorrendo per un lungo tratto, prima in tram poi qualche centinaia di metri a piedi le vie che mi portano all’ufficio di buon’ora, numerosi sono i manifesti che mi  saltano agli occhi. S’intitola About Art la mostra di Keith Haring.
Un’arte pittorica sfrenata, espressa senza limiti formali, dalla contaminazione in apparenza − ma solo in apparenza − tra lo sbandamento artistico e il tradizionale, multiforme nonché immaginario stile del dipingere. Fino al segno caratteristico dei cartoni animati.
Nella mia stanza da letto ho un poster di un suo quadro, quando la mattina mi sveglio, guardandolo mi trasmette gioia di vivere. Mi affascina.

Palme e banani in Piazza del Duomo. Non solo curiosità, ma volontà di rinnovamento meneghino per esaltare l’esistente. Qualche coglione ha tentato di bruciarne alcune, di quelle piante. Facile immaginare da quale incultura traggano origini certi atti sedicenti nordisti.
Sto per salire le scale dove si trova la mostra. Qui ho potuto ammirare nel tempo opere di prestigiosi artisti. Ora sono in compagnia di Maurizio, siamo coetanei, trentenni. Anziché aspettare il sabato o la domenica, quando l’affluenza è talmente alta e rischia di distrarti dal godere il bello in esposizione, ci siamo presi un giorno di permesso, il lunedì, all’Università degli Studi dove insegniamo. Io Lettere, lui Filologia. Due materie complementari, che ci capita di trattare insieme.
– Peccato sia morto così giovane, a meno di trentadue anni compiuti – Maurizio.
– Chissà quante altre incomparabili opere avrebbe potuto regalarci, e farcele ammirare in questa rassegna! – dico.
Fin dai tempi delle medie inferiori frequento questo palazzo in occasione di mostre pittoriche. Ricordo quella volta che approfittando di una certa confusione mi sono allontanato di soppiatto dal gruppo con una compagna di classe infilandoci in una saletta vuota dove ci siamo scambiati le nostre prime adolescenziali tenerezze.
– Ha sfidato i canoni espressivi della pittura. Osservando le sue opere non ti blocchi mai davanti a un punto fermo, sei sempre coinvolto in una benefica tensione – dice Maurizio. – Non è così, Paolo?
– Sì, Haring incarna l’artistica deviazione da percorsi ritenuti canonici e lo fa con rara maestria.
– È un invito alla trasgressione, forse il suo?
– No, non direi. Piuttosto ti spinge al di fuori dei luoghi comuni.

Che sia stata quella visita al Palazzo Reale o qualcosa che da tempo maturava dentro di noi, sta di fatto che da quel giorno le nostre vite hanno subìto un ribaltamento: Ci siamo sentiti proiettati in un nuovo modo di essere al mondo.
La decisione l’abbiamo presa senza nemmeno accorgercene. Usciti dalla mostra siamo andati a prenderci un Campari Soda in Galleria. E da lì ha avuto inizio la nostra deviazione esistenziale.
– Non ce la faccio più, e mi domando se ho tanto studiato e altrettanto mi sono impegnato in questo mestiere per trovarmi poi quotidianamente di fronte a uno spettacolo così desolante. Vengono dalla superiori, i nostri studenti, con un eloquio di una povertà impressionante, e la scrittura... la loro grammatica e ortografia sono penosi. Quanto a un minimo di cultura generale e meglio non parlarne – dico.
– Hai ragione, sebbene non manchino eccezioni. Ma c’è poco da sperare per il futuro. Per non parlare, questo riguarda noi, dell’ineliminabile nepotismo che è il vero ostacolo per poter accedere ai livelli superiori d’insegnamento.
– Ignoranza e decadimento linguistico hanno origini facilmente riconoscibili. Non basta, tanto per fare un esempio, richiamarsi ancora dopo cinquant’anni all’icona don Milani e alla sua Lettera a una professoressa. Tenendo ben separato l’apprezzabile impegno di quell’opera per una scuola inclusiva dei meno avvantaggiati – e noi due per sensibilità sociale siamo tra quelli – dal contenuto che ormai segna i suoi limiti in materia di apprendimento linguistico. È ormai tempo di rivolgere altrove la ricerca delle strade per uscire da una tale situazione. Ma temo che non se ne venga fuori facilmente. Troppi sono gli ostacoli.
– Che resta da fare, allora?
– Quello che in questo momento sta passando per la mia mente e la tua.
– Uno stacco totale e definitivo?
– Sì.
– Ma per fare cosa?
– L’età giusta l’abbiamo, il coraggio non ci manca.
– Cambiare rotta, dunque. A costo di rinunciare per sempre alle nostre originarie aspirazioni.
– Ripartire da zero.
– Non da zero in termini pratici, con le nostre capacità personali...
– Incarnare il nostro desiderio di cambiamento in qualcosa del tutto nuovo, ma emblematico.
– E perché no, una sorta di fuga nel bucolico.
–  Oddio... C’è da trovare lo stimolo giusto. Vediamo di cercarlo insieme.

San Damiano al Colle si trova nell’Oltrepò Pavese, circondato da dolci, ondulate colline che emanano serenità e voglia di fare. I miei genitori, originari di quel paese, si sono trasferiti a Milano dopo aver dato in affittto il terreno coltivato per lo più a vigne che producono ottimi vini. Hanno conservato soltanto una vecchia stalla che un giornoo l’altro pensavano di ristrutturare trasformandola in una sorta di rifugio dalla città nei momenti di maggior stress.
– Come hai fatto a convincere i tuoi a rinunciare al loro progetto? – chiede Maurizio.
– Be’, non ho dovuto insistere più di tanto: Quando hanno saputo della mia ferma determinazione di abbandonare l’insegnamento e trasferirmi su un altro pianeta, diciamo così, impegnandomi in una start-up con te per riprendere e allargare la viticoltura, mi hanno capito. Si sono resi conto che vivevo in una bolla in cambio di niente, mi riferisco alla missione dell'insegnamento. E mi hanno lasciato fare. E poi c’eri tu che hai apportato il necessario capitale ereditato per l’ampliamento dell’azienda agricola. E adesso via! Mettiamoci al lavoro. Diamoci alla produzione del miglior vino possibile. L’inaspettato per due come noi, chi l’avrebbe mai detto!
Le nostre ragazze sembrerebbero ormai convinte che non siamo andati fuori di testa. Chiara non ha alcun dubbio. Vuole che ci sposiamo e desidera figli al più presto, possibilmente maschi. – E la tua? – chiedo a Maurizio.
– Lucy s’è messa in testa di darsi alla musica, scrive canzoni da proporre a produttori musicali. Ma per ora, nessun suo pezzo è stato acquistato. Qui, comunque, l’ambiente per lei è ideale, così dice. È sicura di farcela, c’è in giro un sacco di gente che canta e punta sul nuovo... prima o poi...
C’è voluto poco per far ristrutturare la stalla. Ora e la nostra casa. Abbiamo anche due contadini del luogo che di tanto in tanto ci danno una mano e consigli su come aver cura del lavoro e tutto ciò che occorre al riguardo. Quanto a noi due apprendiamo rapidamente le basi del nuovo mestiere.
Stiamo andando alla grande. Non intellettuali male in arnese (stando al giudizio di alcuni colleghi che abbiamo abbandonato al loro destino privo di stimoli), ma impegnati con successo nell’essere passati alla natura, ciò che nel nostro caso è molto più appagante che combattere invano al fine di ottimizzare l’insegnamento.

Luisella e Gabriele, i miei figli nati dopo che ci siamo trasferiti, hanno rispettivamente tre e un anno. Gli affari vanno bene, a me e Maurizio questa vita ha ridato un senso alla possibilità di esprimerci. Da quando ci siamo trasferiti qui non c’è giorno che manchiamo di ringraziare noi stessi per la decisione presa a suo tempo. Rare la puntate a Milano, e solo se c’è una mostra di pittori, uno spettacolo teatrale di qualità, la presentazione di nuovi libri di successo. Eccetera.
Lucy se n’è tornata a Milano. Lei e Maurizio si sono lasciati senza drammi. Lui, del resto, non è in crisi di astinenza con l’altro genere – in realtà non lo era neppure quando stava ancora con Lucy, che, presa dai suoi sogni musicali (Sanremo come obiettivo massimo), lasciava fare. Da queste parti Maurizio ha trovato sin dall’inizio del nostro arrivo giovani ragazze, studentesse a Pavia, entusiaste di passare caldi momenti felici con un intellettuale che viene dall’università di Milano. Da parte sua, Chiara avverte un forte desiderio di approfondire certi temi culturali – vuoi dire che in qualche maniera le manchi la metropoli? – E chiede il mio aiuto.
Lo facciamo la sera, dopo una buona cena accompagnata con i nostri vini scelti tra i più briosi. Nel pararle del percorso culturale europeo dal ‘200 ai nostri tempi faccio in modo di evitare di essere didascalico cercando di coinvolgerla in modo che non sembri una fredda lezione sostitutiva dei corsi universitari ormai mie alle spalle. Lei ci sta con gioia e partecipazione, talvolta mi interrompe, mi chiede quali sono i libri che trattano l’argomento. Serate che rafforzano la nostra vicinanza in tutti i sensi. Lo capisco anche dall’alternarsi dei vari bicchieri di vino che lascio scegliere a lei ormai esperta in materia. C’è anche da aggiungere che mi dice di aver saputo dai viticoltori confinanti che apprezzano molto il nostro lavoro. Il che crea l’atmosfera che tutt’e due desideriamo. E ben dispone per quando viene il momento di coricarci.
Si è parlato molto. È il nostro Paese dove è nato l’Umanesimo. In queste sere ci siamo impegnati e ripercorrerne il tragitto nel tempo. Lei è entusiasta di quello che apprende da me... e non manca di dimostrarmelo. Parlarle del recupero delle radici greche e della lingua neolatina per approdare al Rinascimento dopo i Secoli Bui mi procura in certi momenti quel tanto di nostalgia per la mia passata attività. Ma subito me ne libero. La nostalgia può portare alla malinconia, che è un pensiero triste. Da evitare. Talvolta nelle nostre escursioni culturali s’inserisce Maurizio, ciò che procura piacere a tutti noi.

Sono tre nostri ex-allievi. Ce li vediamo spuntare dalla cima della collina dove si trova il nostro podere. Li riconosciamo subito, io e Maurizio.
– Guarda un po’ lassù, mi dice Maurizio.
Quando insegnavamo erano tra i pochi studenti dotati di una buona cultura, che seguivano le nostre lezioni con interesse. Olindo, Luigi e Giovanni ci fanno un cenno di saluto.
– Siamo riusciti a scovarvi grazie a una nostra amica che lavora alla segreteria dell’università, dice Luigi, il più giovane dei tre. – Volevamo rivedervi.
A tavola ci dicono tutto. Di come vanno le cose all’università. Non è cambiato nulla. Il grigiore di sempre. A loro dire, il Rettore ha in più occasione manifestato il rimpianto per il nostro abbandono.
– Perché non tornate? – chiede Giovanni con aria sorniona. – Non lo dico tanto per noi giacché ormai siamo vicini alla laurea, ma per tanti studenti che meritano un insegnamento di livello superiore.
A tavola è rinato il piacere di vivere a contatto con lo spirito giovanile. Poco serviva domandarsi cosa stessimo facendo là a quell’ora, e con quei ragazzi. All’università era il momento della pausa, e tra i vari docenti io e Maurizio eravamo quelli che venivano richiesti dagli studenti per un puntata al bar in Via del Perdono, dove tra un panino e un trancio di pizza si parlava di tutto. Specialmente delle materie trattate da me e Maurizio, disquisendo su come si sarebbero sviluppate le radici del futuro in un’epoca priva di certezze, se non in prospettiva tecnologica, che in quanto a letteratura e filologia lasciava poco a sperare.
Il giorno dopo Maurizio, non senza una certa palese esitazione, mi dice di aver passato una notte insonne. In quella notte suoi pensieri vagavano senza sosta tra la magia della cultura, la scarsa capacità di esprimerla da parte del mondo giovanile che avevamo abbandonato, e una sorta di ansia riguardo al futuro. La mancanza di un quadro quotidiano di vita privo dell’insegnamento inteso come formazione dei giovani gli aveva procurato un senso di vuoto. Ciò che ha poi sorpreso tutt’e due è che lo stesso turbamento durante la notte l’ho avuto anch’io.
Ne abbiamo parlato nei giorni successivi, e oggi ci stiamo domandando quale sarà il nostro futuro. Davvero ce la sentiremo di andare avanti così lontani dal nostro habitat culturale. Esistenziale, quindi.
Come ben sappiamo, nulla sfugge alla mogli. Hanno quella capacità di cogliere, senza darlo a vedere, i tuoi pensieri più reconditi. E aspettano solo il momento che il marito ne faccia un sia pur breve accenno.
– A che stai pensando, senza dire una parola? – mi chiede Chiara.
– Non saprei spiegarmi.
– E sì che lo sai, invece. – Tu vorresti parlarmi dell’università, e dirmi, non lo escluderei, che ti manca e... non poco.
– Ma dài!
– Paolo, anch’io amo questi luoghi. Le dolcissime colline, i castelli antichi ricchi di storia, in certe pievi che sono un incanto. E poi il tuo lavoro e di Maurizio che sta rendendo benissimo. Ma diciamolo pure...
– Che forse un ritorno a quel passato mai rimosso potrebbe essere opportuno e possibile.
I tre ragazzi se ne sono tornati a casa. Prendo Maurizio in disparte, lo guardo fisso, intenso, per qualche secondo. Senza una parola. Lui sembra assente, ma io so che non lo è.
– Su spara! – mi dice.
– Ho controllato l’indirizzo email del Rettore, non è cambiato. Se diamo in affitto il nostro podere con la relativa produzione, ne ricaviamo una buona entrata mensile. E intanto noi potremmo...
– Coraggio, scriviamogli. Lo faremo felice.

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