“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Domenica, 05 Marzo 2017 00:00

Le storie dell'orto – La patata

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Quella mattina nell’orto di Mino c’era una certa agitazione. Aristide il gallo, dalla sua postazione di cantante mattutino sulla staccionata che delimitava il terreno, vedeva un via vai di verdure e sentiva voci concitate. Decise di scendere e di andare a vedere cosa stava succedendo. Andò verso l’appezzamento di terreno dove erano coltivati i suoi amici per saperne di più. “Ehi Rino” – disse al peperoncino una volta arrivato – “ma che succede? Perché c’è tutta questa agitazione?”. “Ho sentito che questa mattina è nata una nuova verdura. Stanno andando tutti a darle il benvenuto. Raggiungiamo gli altri”.

Si incamminarono anche loro. La nuova arrivata era una patata. Rino e Aristide si fecero strada tra le altre verdure assembrate intorno al tubero. C’erano anche Adele la zucca e Nello il cavolo. “È proprio simpatica questa nuova” – disse Adele – “ha un’aria così tranquilla e cordiale!”. “Si, mi pare una a posto”, confermò Nello. Finalmente fu il turno di Aristide e di Rino. “Ciao” – le dissero in coro – “ben arrivata nell’orto. Noi siamo Rino e Aristide, tu come ti chiami?”. “Io mi chiamo Pacifica” – rispose la patata – “perché me ne sto tranquilla senza dare fastidio a nessuno. Però mi piace avere tanti amici. Sono veramente contenta di essere nata qui, siete tutti molto gentili e simpatici”. Sembrava sincera Pacifica, diceva quelle parole con un tale entusiasmo che non si poteva non crederle. Dopo aver scambiato quattro chiacchiere decisero tutti che era il caso di lasciarla riposare. Nascere dalla terra doveva essere stato faticoso per lei. La salutarono e le diedero appuntamento al giorno dopo per trascorrere insieme la giornata.
Scese la sera e un poco alla volta le voci nell’orto si spensero finché calò il silenzio. Era l’ora del riposo e tutte le verdure dormivano avvolte dai loro sogni. Rino il peperoncino sognava di sfrigolare in padella per un soffritto, Nello il cavolo stava vivendo la sua onirica incoronazione a verdura più nobile di tutto l’orto mentre Adele sognava di vincere il concorso di bellezza per verdure, “Miss Orto”. Aristide, come al solito, non riusciva a dormire e cercava conforto nel cielo. Avendo solo quelle a disposizione contava le stelle e ogni volta che ne perdeva una ricominciava daccapo, ma il sonno non arrivava.
All’improvviso si udì un grido che svegliò tutti. Poi un altro grido e un altro ancora. Poi una frase intera: “Lasciami stare! Vattene via! Lasciami stare!”. Le urla provenivano da Pacifica. Nello, Rino, Adele e Aristide accorsero per primi, poi arrivarono le altre verdure. Alcune rimasero al loro posto ritenendo inutile ammassarsi tutte insieme. Avrebbero saputo presto cosa era successo.
Rino e Nello arrivarono per primi. “Pacifica, cosa è successo?”, le chiesero preoccupati. La patata era piuttosto scossa. “Non lo so di preciso” – rispose – “stavo dormendo e ho sentito che qualcuno mi mordeva. Ho aperto gli occhi e ho visto una cosa piena di spine. Poi ho iniziato a gridare e la cosa si è spaventata ed è scappata”.
“E cosa poteva essere?” si chiese Adele. “Non ne sono sicuro” – intervenne Aristide che li aveva raggiunti – “ma sospetto che sia un istrice”. Tutti lo guardarono con aria interrogativa. Nessuno aveva mai sentito parlare di istrici. “Sono dei roditori con il corpo e la coda ricoperti di aculei” – spiegò Aristide – “e sono famosi per essere dei trafugatori di orti”. “Ma io che c’entro con gli istrici?”, chiese Pacifica sempre più spaventata. “Gli istrici vanno matti per le patate” – spiegò Aristide – “e penso che tornerà”. “Dobbiamo fare qualcosa!”, esclamò Adele. “Dobbiamo trovare un modo per cacciarlo per sempre da qui!”, disse Nello. “Si! Gli faremo così tanta paura che non tornerà più”, concluse Rino. “Calmi” – li frenò Aristide – “intanto dobbiamo accertarci che si tratti proprio di un istrice e poi prepareremo un piano”. Aristide spiegò agli altri cosa intendeva fare.
Quella sera stessa sarebbero rimasti di guardia nel pezzo di terra dove era coltivata Pacifica per cogliere l’intruso in fallo. L’avrebbero spaventato a morte e cacciato via. E così fecero.
Erano le dieci di sera e nell’orto tutti dormivano. Aristide il gallo, Rino il peperoncino, Nello il cavolo e Adele la zucca erano andati a riposare insieme a Pacifica. “Ragazzi vi ringrazio davvero tanto per l’aiuto che mi date” – disse Pacifica – “ieri mi sono davvero spaventata! Ma chissà perché questo istrice si è fissato proprio con me?”. “Beh! Forse ancora non lo sai perché sei appena nata” – le rispose Aristide che ormai era stato soprannominato 'il Professore' perché sapeva davvero tante cose – “ma la patata è un ortaggio nobile a modo suo”. “E perché noi no?”, disse Adele con una punta di risentimento. Si era subito affezionata a quella patata gentile, ma la sua indole la portava ad essere sempre un po’ gelosa delle altre ragazze. Insomma, ci teneva a ricevere le attenzioni dei suoi amici. “Adele! Ma ti sembra il momento?”, la rimproverò Nello. “Stai calma” – intervenne Aristide – “tutte le verdure sono importanti perché ognuna ha delle virtù tutte sue e in ugual modo fondamentali per la nutrizione. Ma tornando a Pacifica: le patate sono ricche carboidrati, presenti sotto forma di amidi. Contengono Vitamine del gruppo B e, da crude, anche la vitamina C. Senza contare che hanno i sali minerali, tra cui il potassio in maggiore quantità. Insomma, fanno bene!”. “E per questo il coso con le punte se la vuole mangiare?”, intervenne incredula Adele. “Ahimè no” – le rispose il gallo – “temo che il nostro intruso non sappia tutte queste cose”.
Discutevano in questo modo i cinque amici quando, uno ad uno, cominciarono a sbadigliare e si addormentarono. Cominciavano a pensare che la bestiaccia non sarebbe più tornata.
Era ormai mezzanotte passata quando Pacifica lanciò un urlo. “Ahia! Mi ha morso!”. Le verdure, svegliate di soprassalto, scattarono in piedi e videro l’istrice che tentava di rosicchiare Pacifica. “Vattene! Vattene!” urlarono mentre si avvicinavano a lui per cercare di staccarlo dalla patata. Ma quello fu più veloce e, spaventato dalle grida, scappò.
“Così non va bene – disse Rino, ancora più rosso dalla rabbia – dobbiamo trovare il modo di prenderlo!”. “Per questa sera non credo che tornerà più – suggerì Nello – direi di restare a dormire qui e domani, a mente lucida, fare un piano per catturarlo”. Furono tutti d’accordo perché, nonostante lo spavento che si erano presi, avevano un gran sonno.
La mattina, dopo che Mino era passato ad annaffiarli, tornarono tutti da Pacifica per studiare una strategia contro l’istrice. Decisero di usare le maniere forti. Rino si era ricordato di aver visto delle trappole per topi nello sgabuzzino della cucina di Mino. Così Aristide, che era il più grosso di tutti, entrò in casa nel primo pomeriggio mentre marito e moglie schiacciavano il pisolino e, con l’aiuto di Nello, portò via una trappola. Quando si fece buio tornarono da Pacifica e gliela sistemarono vicino. “Quando quel topo a punte verrà” – disse Rino – “staaak! Rimarrà schiacciato!”. “Ma non gli faremo male?”, intervenne Nello che si sentiva poco bene solo al pensiero del dolore che quell’animale avrebbe provato. “E peggio per lui” – sentenziò la zucca – “sono due notti che non ci fa dormire. Così impara!”.
Arrivò la sera, alla quale seguì la notte fonda. I cinque amici rimasero svegli fino alle prime luci dell’alba, ma non si vide nessuno. “Forse ieri lo abbiamo spaventato talmente che ha deciso di non tornare”, disse Rino. “E ora cosa facciamo?”, chiese Adele. “Secondo me dobbiamo riprovare domani notte” – sentenziò il gallo che ormai aveva deciso di smascherare il roditore – “dobbiamo trovare un posto dove nascondere la trappola per topi durante il giorno. Questa sera la posizioneremo allo stesso modo”. “Sta cercando di confonderci il topastro” – sibilò Nello – “ma non ci riuscirà!”.
Come da programma, la sera dopo si ritrovarono tutti nello stesso posto. Pacifica aveva le occhiaie. Per la paura non era riuscita a dormire né di notte né di giorno. “Ragazzi, spero che venga presto così la facciamo finita”, si augurò. Quella sera il suo desiderio fu esaudito. Era da poco passata l’una di notte e nell’orto regnava un silenzio irreale. L’aria era tiepida e la serata limpida. Peccato che nessuno aveva lo stato d’animo giusto per godersela! Ad un tratto sentirono dei rumori nell’erba. Le piante cominciarono a ondulare. “Ragazzi, pronti, è lui!”, Aristide mise in guardia i suoi compagni. Non ebbero nemmeno il tempo di scambiarsi una parola che si sentì un rumore secco. STATATAACK! E subito dopo un piagnucolio di dolore. “Aiuto, aiuto. Che male! Aiutatemi! Liberatemi!”. L’istrice era finito nella trappola. La molla era scattata e gli aveva imprigionato un piede. “Finalmente ti abbiamo preso, brutto intruso mangiatore di patate!”. Rino gli si parò di fronte con aria minacciosa pronto a dargli il resto se avesse protestato. “Per favore” – disse l’istrice – “tiratemi fuori. Mi fa malissimo il piede! Per favore!”. “Ragazzi sta soffrendo” – intervenne Nello che era molto impressionabile – “tiriamolo fuori”. “Prometti che non scapperai?”, Aristide si rivolse all’istrice con fare autoritario. “Prometto” – disse il roditore – “dove potrei andare con la zampa così mal messa?”. Adele, intanto, gli si era parata davanti per impedirgli qualsiasi mossa. Pacifica non parlava. Nelle sere precedenti non era riuscita a vederlo e, adesso, gli sembrava un animaletto così carino e indifeso che non capiva come poteva costituire un tale pericolo per lei. Poi la patata prese coraggio: “Mi hai fatto male mordendomi in quel modo, lo sai?”. “Perdonami” – rispose l’istrice – “non ci ho pensato. Ho solo seguito il mio istinto. Devo nutrirmi, per questo sono venuto da te”. “Senti caro mio” – adesso era il turno di Aristide – “così non andiamo proprio bene. Devi cambiare aria, non ti vogliamo più vedere da queste parti e tanto meno vogliamo che vieni a molestare i nostri amici”. L’istrice taceva. Sul suo viso era sceso un velo di tristezza. “Beh? Che hai? Non parli più?”, Adele si stava innervosendo, “È che non so dove andare. Sono solo e affamato, dove potrei andare? Ho camminato tanto e questo è l’unico orto qui intorno”. Nello oltre che impressionabile era anche tenero di cuore. “Come ti chiami?”, gli chiese. “Sono Mario, tanto piacere”, disse il roditore chinando il capo in segno di saluto. “Ragazzi” – Pacifica aveva avuto un’idea – “io credo che non sia cattivo e che ci stia dicendo la verità. È solo e affamato. Io dico che dobbiamo aiutarlo. Potrebbe rimanere qui con noi”. La sua proposta sollevò non poche proteste. Per tutti Mario era un nemico, era colui che aveva disturbato la quiete dell’orto e messo in pericolo la vita delle verdure. Pacifica però non desisteva. Era convinta che l’istrice avesse bisogno di aiuto e che fosse loro dovere darglielo. Rimasero a discutere animatamente fino all’alba, mentre Mario si massaggiava la zampa ancora dolorante. Alla fine si convinsero. “Ad una condizione” – disse Aristide – “che si trovi qualcos’altro da mangiare che non siate voi verdure!”. “Mario, che cos’altro ti piace?”, disse dolcemente pacifica all’istrice. “Beh, escludendo le patate, le radici e la frutta” – rispose Mario – “mi restano le cortecce, ne vado ghiotto!”. “E va bene” – si intromise Nello – “noi ti aiuteremo a trovare le cortecce tutti i giorni e tu prometti di non venire a morderci”. “Ma certo!”, a Mario si erano illuminati gli occhi. “E allora vada per le cortecce”, sentenziò Adele. “Da oggi sei un inquilino dell’orto”, annunciò Aristide. “Amico, benvenuto tra noi”, disse Rino. Si avvicinò per abbracciarlo, ma si rese conto che non era il caso. “Grazie, grazie a tutti. Sono veramente felice di aver trovato una famiglia”, disse Mario. E un lacrimone di riconoscenza gli scese lungo il baffo appuntito.

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