"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Domenica, 29 Gennaio 2017 00:00

Irrequieto

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Giocava nervosamente con le sue mani. Restava fisso a guardare giù, verso strada, incollato con la fronte al profilo tagliente di una sottile listarella delle veneziane azzurre. Si mordicchiava l’indice solamente con la superficie delle labbra segnate da una leggera screpolatura. E quel dito non lo staccava mai dalla sua bocca, nemmeno quando, di tanto in tanto, si allontanava dalla finestra, faceva una giravolta o girava in tondo nella stanza, per poi riapprodare alla sua posizione.

Mirando l’esterno aguzzava gli occhi, poi li spalancava e poi di nuovo osservava di sottecchi, con acuto interesse, un determinato dettaglio della scena. L’abbaiare del cane dei vicini, leggero fruscio di vento. Poteva sentirlo perché, oltre il filtro delle veneziane abbassate, le ante della finestra insonorizzata erano lievemente dischiuse. − Oh come vola! Oh come vola! − diceva il bambino nella casa di fronte, e la sua ombra sgattaiolava furtivamente oltre la finestra aperta della stanza, al secondo piano della palazzina in cui abitava con sua madre, una giovane ragazza madre. Probabilmente stava giocando con qualcosa e doveva essere costantemente in corsa da un lato all’altro della camera, perché sembrava esserci uno spettro impazzito al di là dei vetri. Ma lui lo aveva sempre reputato un ragazzino un po’ strano. Simpatico, ma un po’ strano. Invece la mammina era normale, anche un po’ troppo ordinaria. – Tra poco arrivano! − Gli gridava ad un certo punto il cervello. Da due settimane a quella parte, tutti i giorni tranne la domenica, il ragazzo e la ragazza uscivano di casa. Sempre intorno alle 14:45. Avveniva da due settimane, cioè da quando si erano trasferiti in quel minuscolo condominio giallo accanto all’edificio in cui aveva l’ufficio con le tapparelle azzurre. Come si sentiva solo da quando li aveva visti per la prima volta quattordici giorni prima. Da lì aveva potuto assistere all’andirivieni dei due ragazzi che coordinavano con gli operai le ultime fasi del trasloco. Ma non era ancora riuscito ad incontrarli. Erano lì, che camminavano verso la macchina, ogni giorno alle 14:45. Prima si udiva sbattere la porta di casa, poi le mandate, poi aprivano e sbattevano entrambi le portiere della station wagon. A quel punto il motore si accendeva e partivano verso destinazione ignota. Avevano entrambi un lavoro pomeridiano? Stava sudando. Troppa tensione, troppo calore. Anche lì, dal suo ufficio al secondo piano, non aveva mai potuto vedere bene i loro volti. Erano per lui dei tratti vaghi ma incredibilmente familiari. E lui faceva quello tutti i giorni, spiava la loro calma fuga verso l’orizzonte. Un giorno aveva staccato un po’ più tardi, e non era tornato a casa. Era rimasto lì intorno. Aveva cenato alla tavola calda dall’altro lato della strada. Non aveva perso la concentrazione neanche per un secondo. Eppure non li aveva visti rincasare, che cosa bizzarra. Dovevano ritirarsi molto tardi perché lui quella sera si era avviato verso casa che era mezzanotte. Del resto era stanco e doveva anche andare in bagno. Quando Anna, la sua collega biondina e gentile, bussò alla porta, trasalì. Si strinse la cravatta e si passò le mani fra i capelli, lateralmente, cercando di riprendere quell’aspetto professionale di chi si stia alzando proprio in quel momento dalla sua postazione di lavoro. – Si? – chiese. – Anto? – Fece la biondina rivolgendosi a lui. – Avanti – disse dopo aver scostato la sedia della scrivania alla quale non era seduto. – è arrivato questo per te – Oh grazie tesoro! Devono essere le nuove brochures –.
Anna se ne andò, non senza chiedersi fra sé e sé come si facesse a lavorare al computer con il buio che c’era lì dentro. Antonello chiuse la porta a chiave. Era emozionato e un po’ inquieto. Aprì la piccola scatola di cartone e l’involucro che essa conteneva. Era davvero perfetta, impeccabile. Corse nuovamente alla finestra. Eccoli, finalmente! La giovane donna sembrava indossare lo stesso morbido e leggero maglioncino antracite che le aveva visto portare il giorno del trasloco. Alle volte, nel corso di quelle due settimane, aveva pensato che i due fossero marito e moglie, una giovane coppietta senza figli, probabilmente di quattro, cinque anni più giovani di lui. Per la precisione lui doveva avere un paio di anni più di lei. Spesso però aveva pensato che fossero fratelli, perché non bisogna avere necessariamente una relazione sessuale per andare a convivere, non è scritto da nessuna parte. Magari erano amici. Magari a lui piacevano gli uomini, o anche gli uomini. Quanto avrebbe voluto amarli entrambi, contemporaneamente, stando nel lettone, in mezzo a loro due. Si, perché anche se fossero stati fratelli dovevano averlo almeno un letto matrimoniale in quella casa. Anche soltanto un divano letto ad una piazza e mezzo. Andava bene lo stesso. Li avrebbe baciati ed accarezzati e loro avrebbero fatto lo stesso con lui. E se solo una volta avesse trovato il coraggio di presentarsi, di conoscerli, allora si che avrebbe avuto qualche speranza. Non aveva mai parlato loro, non sapeva com’erano fatti, ma sapeva che erano fatti l’uno per l’altra, loro tre. Il sentimento che in così poco tempo aveva sviluppato nei loro riguardi andava ben oltre la carne, ed era di una purezza assoluta. Una volta entrati tutti in confidenza, e messi di fronte ai fatti, questi non avrebbero potuto ignorarlo. Oh! Anche quel giorno il lungo caschetto di lei, chissà come si chiamava, Marta, Valeria, Carolina, Francesca (ciò non aveva importanza!) era così liscio, setoso, lucido nei riflessi di quello scurissimo castano, che non chiedeva altro di poterle accarezzare i capelli, tutto il giorno. E la virilità non ostentata di lui, le braccia forti e protettive, il suo corpo alto e in salute. I due erano una coppia notevole, ma con lui sarebbero diventati insuperabili. Li guardò allontanarsi con timida e malinconica emozione. Tornò al regalo che si era fatto e sospirò mentre lo innalzava sin sopra la testa e lo adagiava delicatamente sui cortissimi capelli. Cacciò fuori lo specchio dalla sua borsa da lavoro e sorrise di cuore a quella vista. Com’era felice! Come stava bene con quel caschetto! Seppur sintetica la parrucca faceva il suo dovere e la corta e serrata frangettina pareva essere uguale, spiccicata a quella della sua ragazza. Oh ma il sorriso! Il sorriso era proprio quello di lui, inconfondibile. Talmente radioso che anche da così lontano lo aveva potuto studiare bene. Lo rivolgeva spesso a lei che era la sorella, o l’amante, forse a seconda del caso. Anche il bracciale d’argento che si era comprato e che adesso lasciava spuntare dalla manica della propria camicia doveva essere simile a quello che indossava sempre il suo, cioè il loro uomo, ma il gioiello avrebbe dovuto vederlo da vicino per capire esattamente come fosse fatto. Ecco che si sentiva sollevato, sapeva con certezza che il momento opportuno sarebbe presto giunto, di lì in poi tutto il percorso sarebbe stato in discesa, e un giorno non lontano lui e i suoi amati sarebbero divenuti una cosa sola.

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