"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Domenica, 08 Gennaio 2017 00:00

La stravagante invenzione del bene

Scritto da 

"... si è sempre sentita a casa tra le lenzuola".
(Alba Contino)

 

"... una specie di autocommiato
 che al pianto ha soffiato".
(Salvatore Cucchiara)

 

Fa comodo sapere che un po' di amore c'è per tutti.
Se poi c'è veramente, questa è una cosa fragile come il rossetto. Quando nasconde il vuoto e poi lo rivela. Ammettiamolo: moriamo dal desiderio di spogliare ciò che ci seduce, perché immaginare la nudità è complicato. Fornendo un esempio...

Il sole tramontò in fondo al viale, quello che porta alla stazione centrale. Che il sole tramonti alla stazione è una necessità: il treno gli dà sempre un passaggio.
I raggi agonizzanti, di un piovoso maggio, colpirono i fiori dell'oleandro. I quali divennero fiammelle che facevano pfaf, pfaf... E profumavano di terra e di ascelle di fanciulla.
Alcuni attimi impiegati per baciarli con lo sguardo, e caddero nella luce notturna. Con la voglia di un bicchiere di vino. Senza domani.
Nel frattempo, dalla parte opposta, sorse la luna seminata all'alba. Era ampia, gelida. E ci salutò con un soffio di ostro, che spense i fiori, i quali ardevano internamente.
Poco dopo giunsero i nuvoloni. Scontrandosi, suonavano simili a scatole vuote.
Qualcosa, a B., gli disse che quell'attimo era stato vissuto. Si trovava al caffè, il caffè in cui lavora la sua cameriera preferita. Leggeva.
Una donna, a passeggio nonostante l'imminente pioggia, imboccò l'ultimo vicolo del viale. Il soffio di ostro, lo stesso che aveva spento i fiori, le strappò il cappello, e una foglia cadde dall'albero.
I minuti si ripiegarono su se stessi, come onde del mare.
L'uomo ebbe un sussulto. Gli apparve l'ossatura di ciò che aveva intorno: il caffè, la cameriera, la donna con il cappello, la foglia caduta dall'albero. Si sentì processato dall'attimo che era stato vissuto.
Rincasò prima di cena; ma diversamente dagli altri giorni non passò dalla bottega. Se ne ricordò prendendo la posta.
Giunto a casa, sedette sul divano: osservò il suo gatto, che non gli parve il solito gatto; osservò il ritratto di S., che non gli parve il solito ritratto. Versò un po' di vino rosso nel bicchiere con le stelline stampate. Almeno il bicchiere era quello di sempre.
Ritrovò, nel taschino della camicia, la lettera. "Ah, la posta", disse tra sé. L'aprì.

– La pelle è il prolungamento del sistema nervoso. Ti ho visto, questo pomeriggio, seduto al caffè, mentre cercavi la mia compagnia, e io ero ero indaffarata a riparami dalla pioggia. Ti sarai chiesto perché ero a passeggio. Venivo dalla stazione centrale. Non mi hai inseguita. Leggevi. Hai avuto l'impressione che quell'attimo fosse stato vissuto. E anche adesso.

"Ma non ha senso!", esclamò turbato. Il gatto aggiunse: "Io me ne vado, è troppo". Il ritratto di S. gli fece l'occhiolino e sussurò: "Sbaciucchiami, nulla ha senso". La seduzione si avvicinò con la dolcezza del sonno.
Il giorno successivo seppi della morte di B. In fondo si sa che le lettere scritte male possono uccidere.
Lo seppellirono laddove seminano la luna.

(Epilogo dell'esempio: la morte di B. mi fece apparire la realtà così nuda che quasi mi sembrò vera).

 

 

N.B.: foto di copertina di Giuseppe Sabella, estratta dal reportage in Bosnia Erzegovina

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