“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Sabato, 31 Dicembre 2016 00:00

Le storie dell'orto – Il peperoncino

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Era una mattina d’estate come tante altre e nel piccolo orto la vita scorreva tranquilla. Fin troppo tranquilla, praticamente monotona. I suoi abitanti giacevano nella terra e nessuno aveva voglia di parlare, forse anche per colpa del caldo. “Ci vorrebbe un’altra bella annaffiata” – disse pigramente Adele la zucca – “con questo caldo una volta al giorno non basta”. Nessuno rispose. Adele si guardò intorno in cerca almeno di uno sguardo di approvazione. Nello il cavolo stava dormendo e Rino il peperoncino guardava in aria sospirando.

“Ehi tu, coso rosso, mi vuoi rispondere?”. Rino fece un’espressione simile a qualcuno che è stato appena svegliato. “Che hai detto? Non ti ho sentita”. “Rino, ma che hai in questi giorni? Cadi sempre dalle nuvole”. “Niente, non ho niente” – rispose il peperoncino mettendosi sulla difensiva – “e non metterti a fare strane congetture”. “Ahah! Allora nascondi qualcosa!” – ribatté Adele – “perché ti agiti tanto?”. Rino non le rispose e si girò dall’altra parte. “Secondo me si è preso una cotta e non ce lo vuole dire” – Nello il cavolo si era svegliato e aveva sentenziato – “l’altra notte l’ho sentito chiamare nel sonno Gertrude! Gertrude!”, disse sghignazzando. “Ma senti senti, il nostro peperoncino si è innamorato e non lo dice a noi che siamo i suoi migliori amici” – protestò Adele – “E ora Gertrude chi è? Ah si! Quella melanzana che sta qualche metro più in là!”. “Shhhh!” – fece Rino – “vuoi farti sentire? E va bene però, per favore, non ditelo in giro”. “Ma perché non glielo dici?” – disse Nello – “Dichiarati, così vi fidanzate!”. “Magari” – rispose sconsolato il peperoncino – “quella nemmeno sa che esisto. E poi ho paura che mi riderebbe in faccia. Lei è così imponente, elegante, nera, lucida e alta, non guarderebbe nemmeno un bassotto come me. E poi lei è una verdura nobile, io che cosa sono? Non sono nemmeno una verdura vera e propria e, come se non bastasse, sono così piccante che non tutti riescono a mangiarmi!”. “Beh, lanciale qualche occhiata” – suggerì Adele – “una donna sa capire tanto da uno sguardo”. “Ma se ogni volta che le passo davanti arrossisco” – protestò Rino – “solo che lei non se ne accorge perché sono già rosso di natura!”.
Rino era triste perché era la prima volta che provava quella strana emozione nei confronti di un’altra verdura e non sapeva esprimerla. “Questo è pane per i miei denti!”. Aristide era sbucato dall’erba incolta. Aveva sentito l’intera conversazione e ora voleva dire la sua. “Non ti crucciare amico mio” – disse il gallo – “posso esserti di grande aiuto. D’altra parte io con le donne ci so fare, quando ero ragazzo mi chiamavano Casanova”. Il gallo gonfiò il petto, vanitoso. “Tanto per cominciare, eliminiamo queste fesserie sulle verdure che sono più nobili di altre e poi, per mettere i puntini sulle I, tu sei una verdura, ma un frutto, più precisamente una bacca. Adesso ti vado a elencare tutte le proprietà del peperoncino: intanto è importantissimo per insaporire tutti i piatti, insomma... tu sì che sai mettere quel nonsoché anche nella ricetta più insipida! Poi sei pieno di elementi nutrienti e salutari come la vitamina C e la capsaicina, la sostanza che ti rende piccante. Sei un antiossidante, antibatterico e aiuti la vasodilatazione. Questo significa che migliori la circolazione e abbassi la pressione. E ti pare poco? E poi non è vero che le persone non amano il piccante, sono in tanti che lo preferiscono!”. Rino lo guardava stupito. Non sapeva di poter fare tutte quelle cose. “E poi, ammettiamolo” – continuò Aristide – “non sei affatto male con questo colore rosso brillante. Insomma, sei un tipetto!” e gli strizzò l’occhio. “Beh! Adesso dobbiamo solo trovare il modo di farlo sapere a Gertrude”, disse giuliva Adele che nonostante passasse per essere una zucca burbera, sotto sotto era una sentimentale. “Dobbiamo preparare un piano”, disse Nello. “Dobbiamo fare amicizia con lei!” esclamò Adele. Nonostante le proteste di Rino che moriva dalla vergogna e si rifiutava di andare a presentarsi a Gertrude, Adele decise che avrebbe fatto di testa sua. Senza chiedere il permesso a nessuno si diresse verso il piccolo appezzamento di terra coltivato a melanzane.
Una volta arrivata, Adele si chiese come avrebbe fatto a riconoscere la melanzana giusta. Ma proprio in quel momento sentì: “Gertrude, ma la smetti di lucidarti?”. Si girò e vide una melanzana di forma allungata che si stava lustrando. “La mamma mi dice sempre di essere in ordine e ben pulita altrimenti non mi raccoglieranno mai”, aveva risposto. Era lei! Adesso Adele doveva cercare di attaccare bottone. “Mi sembra che tu ti sia lucidata a puntino”, le disse. “Dici che va bene così? Grazie! Ma tu chi sei?”, chiese la melanzana. “Ciao, io mi chiamo Adele e vengo da laggiù, sto in terra insieme al cavolo e al peperoncino. Loro sono i miei migliori amici e insieme ci divertiamo tantissimo”. “Beata te” – risposte Gertrude sotto voce – “io sto sempre qui insieme a queste melanzane uguali a me. Una noia! Mia mamma, poi, non mi molla un attimo e mi tiene sempre sotto controllo!”. “Perché non vieni a trovarci?”, azzardò Adele. “E come faccio? Te l’ho detto, mia mamma è molto severa e non vuole che mi allontani”. Adele chiese a Gertrude quale fosse l’austera genitrice e lei le indicò una melanzana enorme che, in quel momento, stava schiacciando un sonnellino. “Gertrude, adesso tua mamma sta dormendo, vieni con me. Ti accompagneremo di nuovo qui prima che se ne accorga”. A Gertrude brillarono gli occhi, non le pareva vero di poter conoscere qualche altra verdura. Dopo aver raccomandato alle sue compagne di non dire niente alla madre, ma riponendo ben poca fiducia nella loro discrezione, andò via con Adele.
Nello e Rino, intanto, erano rimasti nella loro parte di orto. Il peperoncino era triste perché era certo che Gertrude non avrebbe mai accettato l’invito di Adele. Poi, alzando lo sguardo, vide la zucca che si avvicinava a loro insieme a... no, non poteva essere vero! Adele stava tornando insieme a Gertrude. Rino desiderò sparire all’istante. Cosa le avrebbe detto? Avrebbe forse fatto una figuraccia?
“Ciao ragazzi, vi presento Gertrude, sta dall’altra parte dell’orto e si annoia da morire!”. Gertrude era completamente diversa da come Rino se l’era immaginata. Era socievole, simpatica e non aveva affatto la puzza sotto al naso. I due cominciarono presto a chiacchierare, escludendo gli altri inquilini dell’orto che pensarono bene di lasciarli da soli. “Insomma, con le altre melanzane non ti diverti eh?”, disse Rino a Gertrude. “Beh no. Sono sempre le stesse facce e, per di più, funeree... sono tutte nere! A me piace conoscere le altre verdure e mi piace confrontarmi con chi è diverso da me. E poi tu sei così carino, tutto rosso. Io, quando mi guardo, divento un po’ triste, con tutto questo nero e viola! Fossi stata almeno bianca e viola!”. Gertrude arrossì (su di lei si poteva notare) mentre Rino per un momento non seppe cosa dire. Non avrebbe mai pensato di ricevere un simile complimento. “Gertrude, tu sei bellissima” – disse prendendo tutto il coraggio che aveva – “ed era tanto tempo che volevo dirtelo, ma mi vergognavo, pensavo che non mi avresti neppure guardato”. “Ma scherzi?” – disse la melanzana – “io ho sempre amato i peperoncini”. “Gertrude” – Rino fece appello a tutta la sua audacia. O la va o la spacca, pensò – “vuoi fidanzarti con me?”. Per alcuni secondi, finché non arrivò la risposta di Gertrude, il suo cuore si fermò. Rino pensò che non sarebbe sopravvissuto a un rifiuto. “Si”, disse semplicemente la melanzana. I due si abbracciarono felici. Ma l’incanto finì presto. “Getrude, dove sei!” – era la madre, la vecchia melanzana arcigna – “come hai potuto allontanarti da casa? E con chi sei? Torna subito qui”. “Mamma, io adesso ho dei nuovi amici e voglio stare con loro, almeno finché non verrò raccolta”. Ma la mamma non volle sentire ragioni, prese la figlia per il peduncolo e la portò via. Rino era rimasto pietrificato. “E ora come farò” – piangeva – “non la rivedrò mai più!”. “Dobbiamo trovare una soluzione” – disse Adele – ma cosa possiamo fare?”. Ci furono minuti di silenzio durante i quali tutti rimuginarono sul da farsi. “Ho un’idea” – esordì Nello – “dobbiamo progettare una fuga”. “Ma come?” – disse Rino – “La madre adesso la sorveglierà ancora di più di prima!”. “Se la madre capisse che insieme state bene, forse non si opporrà più”, anche il gallo Aristide voleva aiutare Rino. “Dovete cercare di essere raccolti insieme per una stessa ricetta, così sarà chiaro a tutti che siete fatti l’uno per l’altra!” – spiegò il gallo – “Ora vi spiego come faremo. Adele, tu devi tornare nel campo di melanzane e portare un messaggio a Gertrude, senza farti vedere da quell’arpia della madre”. Aristide spiegò il suo piano. Avrebbero convinto Mino il contadino a cucinare una bella caponata di melanzane piccante poi, quando lui avrebbe raccolto le verdure che gli servivano, sia Rino che Gertrude sarebbero dovuti saltare nella cesta. Tutti li avrebbero visti andare via insieme e, una volta ricresciuti, neppure la madre si sarebbe potuta opporre al loro legame. Quella notte Nello, Adele, Aristide e Rino entrarono di soppiatto nella camera da letto di Mino e, avvicinandosi al suo orecchio iniziarono a sussurrare in coro “caponata di melanzane, caponata di melanzane, caponata di melanzane... piccante, piccante, piccante”. Rimasero lì a recitare quella litania per circa due ore sperando che Mino, nel sonno, recepisse il messaggio. “Dovrebbe essere sufficiente” – disse Aristide una volta tornati nel campo – “ora dobbiamo solo aspettare che faccia giorno e vedere cosa succede”.
La mattina dopo Mino si svegliò con una strana acquolina in bocca. “Annina” – disse alla moglie – “ho un’idea per pranzo. Non so perché, ma ho una gran voglia di una caponata di melanzane. Che ne dici di renderla un po’ più... piccante?”. Detto fatto. Ad Annina piaceva accontentare il marito e, considerato che Mino era uno di bocca buona che non pretendeva mai niente, per lei era un piacere soddisfare le sue rare richieste.
Mino, subito dopo aver annaffiato l’orto, si dedicò alla raccolta. Adele si era svegliata molto presto per portare il messaggio a Gertrude che, anche se un po’ scettica, aveva deciso di accettare. “O la va o la spacca” - pensò anche lei – “se non faccio così mia mamma non mi mollerà mai”.
Mino andò prima a cercare i peperoncini più adatti per la sua caponata. Per Rino fu uno scherzo. Mentre il contadino rimirava il campo, lui saltò nel cestino, salutò i suoi amici, li ringraziò e andò via alla volta del campo di melanzane.
Quando Mino arrivò, Gertrude si accorse con terrore che aveva iniziato a raccogliere melanzane esattamente all’inizio dell’orto. Lei si trovava al centro e temette che il contadino non sarebbe arrivato fino a lì. Si guardò intorno, la madre era occupata a ciarlare con la sua amica Eva. Getrude cominciò a rotolare verso l’estremità dell’orto. Una rotolata dopo l’altra, riuscì ad avvicinarsi a Mino. Quando fu ai piedi del contadino si protese più che potè verso l’alto per farsi notare. In quel momento Mino fu chiamato dalla moglie che aveva bisogno di aiuto e tornò indietro, verso casa. “Oh no! Non ce l’ho fatta”, pensò Gertrude guardando Rino con disperazione, ma poi sentì le voci da lontano. “Mino adesso torna nell’orto” – lo rimproverò la moglie – “con queste poche melanzane non riesco a cucinarti neppure una tartina!”. Forse aveva ancora una speranza. Infatti Mino tornò indietro e si guardò intorno cercando di scorgere le più mature. Gertrude si protese ancora una volta verso Mino fino a farlo inciampare. Il contadino fece uno sforzo per non cadere, ma poi il suo sguardo cadde su Gertrude. “Questa è proprio pronta per essere raccolta” – disse, e la tirò su. Mentre si allontanava verso l’altro lato dell’orto Gertrude chiamò sua madre: “Mamma, mamma, mi hanno raccolto insieme a Rino! Adesso staremo insieme!”. La madre rimase senza parole. Sapeva che sarebbe arrivato il giorno in cui sua figlia sarebbe stata raccolta e cucinata, ma non pensava che l’avrebbero messa insieme a quell’insulso peperoncino. “Mamma” – continuò Gertrude – “quando ricresceremo non potrai separarci, lo vedi che siamo fatti per stare insieme?”. La vecchia melanzana, dopo un attimo di sgomento, capì e rispose: “Hai ragione, i genitori non si devono intromettere nella vita dei figli. L’importante è che tu sia felice. Ciao ragazzi, ci vediamo tra qualche mese quando ricrescerete. E tu, Rino, vieni a trovarmi presto!”.

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