”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Domenica, 27 Novembre 2016 00:00

Le storie dell'orto

Scritto da 

Un giorno nell'orto...

Albeggiava e nell’orto di Mino si stavano formando le prime gocce di rugiada. La casa era ancora immersa nel silenzio e tutti i suoi abitanti dormivano profondamente. Anche il gallo taceva. D’altra parte Aristide, questo il suo nome, non cantava mai all’alba, ma lo faceva ad orari improbabili come le 12 o le 13. Lui era un nottambulo e la mattina faceva fatica a svegliarsi e, di conseguenza, a svolgere il suo lavoro di gallo. Erano inutili i rimbrotti di Mino: “Ma che gallo sei se non canti all’alba? Domani ti metto la sveglia e vediamo se impari a comportarti!”. Niente da fare. Aristide era un sognatore, un gallo davvero poco pratico. Trascorreva le sue serate guardando le stelle e interrogandosi sui misteri della natura (perché il giorno e la notte si susseguono sempre nello stesso modo? Perché ho questa cresta rossa se non posso metterci la gelatina?... e via dicendo). Insomma, pensa e ripensa, finiva per addormentarsi sempre verso le quattro della mattina e va da sé che non ce la faceva a svegliarsi alle cinque per cantare.

Qualcuno però nell’orto era già sveglio. “Ma che cos’è tutta questa umidità? – disse Adele, la zucca”. “È la rugiada. Si forma ogni mattina, ci rinfresca e ci dona vigore” – rispose Nello, il cavolo. “E chi se ne importa del vigore – replicò indispettita Adele – se non dormo abbastanza mi vengono le rughe e io non voglio sembrare una vecchia zucca avvizzita!”. “Ma che avete tanto da parlare a quest’ora?”. Era Rino, il peperoncino. Pigramente fece capolino dal terreno e dopo un largo sbadiglio: “Mi avete svegliato” – disse – “Si può sapere qual è il motivo di tanta animosità?”. “Adele ha paura che le vengano le rughe” – disse Nello. “Se fossi in te, Adele – replicò Rino con un sorriso di scherno – non mi preoccuperei tanto delle rughe quanto, ehm... del diametro! Ma ti rendi conto che ti stai prendendo piano piano tutto l’orto? Quanto hai intenzione di crescere ancora?”. “Più cresco e più sono bella”. Rispose Adele un po’ acida.
Svegliato suo malgrado da tanto vociare, si avvicinò anche Aristide. “Ho fatto un sogno strano – disse – ho sognato che Mino veniva da me e mi tingeva la cresta di biondo. Che dite, come starei?”. La zucca, il cavolo e il peperoncino si guardarono un po’ disorientati non sapendo che consiglio dare ad Aristide che, in quanto a cresta, non stava messo tanto bene. Tre piume spelacchiate che seguivano la direzione di ogni alito di vento. “Dal momento che siamo tutti svegli – propose Rino, cercando di cambiare argomento – che ne dite di fare qualcosa di nuovo oggi?”. “E che cosa???” – chiesero in coro gli altri tre. “Beh, da un po’ di giorni mi chiedo che cosa ci sia al di là della staccionata. Potremmo andare ad esplorare”. “Ma sei matto?” – esclamò Nello – “Non si può uscire dall’orto. Quanto pensi che potremmo resistere senza radici? E se poi incontriamo qualche animale famelico che ci divora? No, io ho paura. Io resto qui e aspetto che Mino venga ad annaffiarmi”. “Sai che divertimento” disse Rino, e poi, rivolto agli altri due: “Voi che ne dite? Facciamo questa gita?”. “In effetti potrei sgranchirmi un po’” – riflettè Adele ad alta voce – “Ultimamente mi sono un po’ appesantita”. “Io dico di andare! Questa monotonia ha stufato anche me” – intervenne Aristide – “Se usciamo, perlomeno, nessuno mi chiederà di cantare”. “E mi lasciate qui tutto solo?”. Nello aveva paura di uscire dall’orto, ma non voleva certo trascorrere l’intera giornata senza i suoi amici. “E se poi vi succede qualcosa io che faccio? Rimango per tutta la vita da solo?”. Ci volle un po’ per convincerlo, ma alla fine, anche il cavolo fu trascinato in quella allegra scampagnata.
Uscire dal recinto non fu difficile. Nessuno di loro era quello che si può chiamare uno spilungone, quindi passarono tutti con molta facilità al di sotto della staccionata, tranne Aristide che dovette arrampicarsi.


Intanto nell'orto...


Quella mattina Mino si alzò un po’ più tardi. La sera prima aveva festeggiato il suo compleanno con la moglie, la figlia, il genero e i nipotini. Era stata una bella serata, però avevano fatto tardi e lui aveva deciso di concedersi qualche minuto in più di sonno. Come tutte le mattine andò a prendere la pompa per annaffiare il prato. Mentre dava l’acqua ai suoi ortaggi ripensava alla sera precedente, al calore della sua famiglia e a quanto gli piacesse essere nonno.
Il suo orto era un piccolo appezzamento di terra e non era certo all’altezza di quello dei suoi vicini, gli odiosi coniugi Frescorosi, ma gli aveva sempre dato tante soddisfazioni. Dedicarsi alle piante lo rilassava e allo stesso tempo lo faceva sentire utile. Senza contare che i suoi pomodori, i suoi cavolfiori, le sue zucche e i suoi peperoncini avevano un sapore di gran lunga migliore di quelli che comprava al supermercato fino a qualche anno prima. Si stava giusto compiacendo della sua piccola opera d’arte quando vide, nel bel mezzo del prato, un grosso buco. Non l’aveva mai notato. Forse qualche animale era venuto a scavare.
Poi cominciò a contare le piante (sapeva perfettamente quante ne aveva) e si accorse che all’appello ne mancavano tre: un cavolo, una zucca e sicuramente qualche peperoncino. “Quei brutti Frescorosi mi hanno rubato le piante!” – automaticamente diede la colpa ai vicini di casa – “Ora gliene vado a dire quattro!”. E partì di gran carriera verso la loro villa (si, avevano una villa con tanto di piscina), pronto a dar battaglia.


Al di là della staccionata

Dopo aver superato la staccionata, Adele, Nello, Rino e Aristide si trovarono di fronte ad una strada sterrata e ci mancò poco che fossero investiti da un fuoristrada che passava a tutta velocità. “Ma è questo il modo di guidare? Per poco non ci lasciamo la pelle”, esclamò Adele tentando di togliersi di dosso tutta la polvere sollevata dall’automobile. Per un attimo si guardarono tra di loro con aria interrogativa. “Al di là della strada inizia il bosco” – rispose Rino prendendo l’iniziativa – “Direi di andare a vedere cosa c’è”. “Ma nel bosco potremmo incontrare qualche animale spaventoso o qualche cacciatore!!!”. “Beh, stai tranquillo, non si è mai visto un cacciatore che spara a un cavolo” – gli disse Aristide, prendendolo in giro. “Poche chiacchiere!” – intervenne Rino – “Mettiamoci in marcia”.
Finalmente si decisero ad attraversare la strada, facendo bene attenzione che non ci fossero altri automobilisti frettolosi in transito, e si addentrarono nel bosco.
Per un lunghissimo momento nessuno ebbe voglia di pronunciare una parola. Lo spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi era davvero impressionante. Sembrava di essere in un’enorme casa fatta di fusti e foglie. Sulle loro teste, le fronde degli alberi fungevano da tetto, la luce filtrava a intermittenza quando il vento faceva muovere le foglie e c’era un piacevole silenzio rotto solo da qualche scricchiolio provocato dai rami secchi che si piegavano al loro passaggio. Tutti e quattro camminavano in silenzio, assorti nei loro pensieri. “Ascoltate!” – disse a un tratto Rino il peperoncino – “Mi sembra di sentire delle voci”. Fecero silenzio e poi iniziarono a camminare in direzione dei rumori. Attraversarono una siepe e si trovarono di fronte ad un piccolo stagno. Lì una rana, pigramente adagiata su una ninfea discuteva con una volpe. “E fammi un indovinello dai! Fammi un indovinello!”, chiedeva insistentemente la volpe. “Ti ho detto mille volte che non ne so nemmeno uno!”, rispondeva spazientita la rana. “Almeno un problema di matematica, un teorema di geometria”, insisteva la volpe. “Ti ho detto di nooooo!!!! In matematica sono sempre andata male e in geometria ancora peggio, lasciami stare. Vai chiederlo a qualcun altro!”.
“Ehm, possiamo aiutare?”. Aristide non aveva resistito, cedendo alla curiosità di sapere di che cosa dibattessero i due. Rino si coprì la faccia mimando un gesto di disperazione perché temeva che la curiosità del gallo li avrebbe messi nei guai. “Magari!” – rispose entusiasta la volpe – “Vengo qui tutti i giorni a chiederle di farmi un indovinello o di chiedermi di risolvere un problema, ma niente, non vuole”. “Scusa ma perché ti piacciono tanto gli indovinelli?”. Anche Adele adesso era curiosa. “Perché di sicuro li saprò risolvere!” – rispose – “Io sono una volpe e come tale sono estremamente furba. Mettetemi alla prova!”. La rana emise un gracidio annoiato. “Fa così tutte le mattine. Non la sopporto più”. “Allora? Volete farmelo voi questo indovinello? Va bene anche un problema, va bene anche una divisione...”. “Va bene, basta, zitta un attimo” – Nello si era stancato di sentire rane e volpi e zucche e galli che blateravano e, soprattutto, non voleva rimanere lì all’infinito. Voleva tornare a casa, nell’orto – “Te lo do io un problema da risolvere: in un orto ci sono dieci cavoli, cinquanta carote, trenta pomodori. Il contadino raccoglie due cavoli, cinque carote e un pomodoro e semina sette pomodori, quattro cavoli e una carota... adesso quanti cavoli, carote e peperoncini ci sono?”. La volpe cominciò a roteare gli occhi all’indietro e a usare tutte le dita che aveva nella zampe per fare i conti. La rana la guardò sempre più annoiata, questa volta emettendo un sonoro sbadiglio. Nello, Adele, Rino e Aristide si guardarono tra di loro e, senza proferire parola, capirono che quello era il momento buono per tirarsi fuori da quella situazione. “Ehm” – esordì Rino – “Ti diamo altri dieci minuti per risolvere il problema. Quando torniamo ci darai la soluzione, va bene?”. Ma la volpe non li sentiva neanche più, tanto era impegnata a sottrarre e addizionare. “Se avessi avuto un altro paio di zampe sarebbe stato più facile”, disse tra sé e sé. I quattro si incamminarono lentamente e, una volta al di là della siepe, cominciarono a correre per allontanarsi il prima possibile. “Chissà perché si dice ‘essere furbi come una volpe’”, si chiese Rino a voce alta.
Camminarono per circa un’ora, ma cominciavano ad annoiarsi perché il panorama era ormai ripetitivo: siepi e alberi, alberi e siepi. “Fino a quando continueremo a camminare Rino?”, chiese Nello ormai sfinito. “Sinceramente non lo so. Non so dove stiamo andando, né cosa stiamo cercando”, rispose Rino un po’ scoraggiato. La sua gita di perlustrazione si stava rivelando una noia mortale. “E se ce ne tornassimo indietro?”, propose Adele. Aristide, invece, non parlava più da un po’. Camminava a passo spedito guardandosi a destra e sinistra. “Aristide, tu che ne pensi? Torniamo a casa?”, gli chiese Rino. “Non saprei” – rispose il gallo – “Secondo voi c’è la possibilità che io incontri qualche bella gallina con cui fare conoscenza? Quelle che ci sono nell’orto sono tutte vecchie e spennacchiate, buone ormai solo per il brodo!”. “Sinceramente il bosco non mi sembra il posto più adatto per fare incontri di questo tipo”, sentenziò Nello che ormai aveva perso tutta la pazienza. “Va bene ragazzi” – si risolse Rino – “Facciamo dietrofront e torniamo a casa”. 


Ma il bosco nasconde delle sorprese

Proprio in quel momento sentirono avvicinarsi delle altre voci. Si fermarono un attimo ad ascoltare chiedendosi chi altro ci potesse essere in quel bosco. Non si mossero finché le voci non diventarono sempre più chiare e più vicine e non poterono distinguere quello che dicevano. “Ma insomma, sono due ore che camminiamo e non hai trovato neanche un fungo?”. Li videro arrivare, erano un uomo e una donna, probabilmente marito e moglie. Lei camminava avanti con passo deciso e portamento autoritario, lui la seguiva a pochi passi di distanza con un enorme zaino sulle spalle. “Possibile che in questo bosco non ci sia neanche un fungo?”, disse la donna inviperita. “Probabilmente abbiamo sbagliato periodo”, il marito tentò una timida giustificazione, sperando con tutto se stesso che quella giornata finisse presto.
“Uh! Guarda cosa c’è laggiù!” – squittì la moglie – “Che strano bosco, ci sono una zucca, un cavolo e un solo peperoncino. Sbrighiamoci a raccoglierli prima che quel brutto gallo se li mangi!”. Senza voltarsi cominciò a correre in direzione di Adele distaccando di parecchi metri il marito, che a causa del peso dello zaino era molto più lento. “Corri! Corri!” – ripeteva la donna – “Voglio quella zucca! Ce la mangiamo questa sera, vedrai cosa ti preparo!”. Adele, Nello e Rino erano impietriti dalla paura mentre Aristide si chiedeva perché, secondo quella strana donna, avrebbe dovuto mangiare i suoi amici. La megera si avvicinava sempre di più. “Ma che cosa stiamo facendo?” – disse Rino ad un tratto – “Scappiamo!”. I quattro cominciarono a correre più velocemente che potevano, ma la loro andatura non era un granché dal momento che nessuno di loro aveva le gambe (e Aristide ne aveva solo due, e pure corte!). Si separarono, sperando di confondere l’arpia e suo marito. Aristide, che era un po’ più veloce degli altri, prese su di sé Rino, mentre Adele e Nello stavano perdendo terreno. “Ho quasi raggiungo il cavolo” – disse il marito – ”Lo prendo!”. “No!! Il cavolo non lo voglio” – rispose l’arcigna femmina con un filo di voce spezzato dalla corsa – “Mi impuzzolentisce tutta la cucina! Prendi la zucca!”.
Adele era terrorizzata, non voleva finire in padella e, soprattutto, nella padella di quella strega. La donna l’aveva quasi raggiunta. Adele pensò rapidamente ad una via di fuga. Vide una siepe alla sua sinistra, si fermò per una frazione di secondo e poi sparì nel cespuglio. La donna la seguì, gettandosi anche lei nel cespuglio. Adele, però, adesso era più veloce di lei. Dopo la siepe, infatti, il terreno era in pendenza e la zucca si lasciò rotolare sparendo presto tra l’erba alta. Nello era rimasto sul bordo della strada, insieme al marito della donna. “Dove sarà finita” – disse l’uomo tra sé e sé – “Il problema è che poi ritorna, ritorna sempre”. E, infatti, dopo pochi minuti, la donna riemerse dal bosco, sporca di fango e con i capelli pieni di foglie. “L’ho persa! Mai una volta che possa contare sul tuo aiuto”. Si rivolse al marito con una tale cattiveria che anche Nello si spaventò. “Amore” – accennò l’uomo balbettando – “Non lo vuoi questo cavolo? In fin dei conti, è come i funghi o la zucca, è un figlio di Madre Natura”. “Ti ho detto che io quella roba non la cucino! Puzza! Adesso andiamo via. Mi sono stufata di stare qui e mi sono stufata di te! Come al solito sei inutile. Stasera, pizza surgelata!”.
Nello era talmente stordito dalla scena alla quale aveva appena assistito che non aveva nemmeno avuto il tempo di temere per la sua incolumità. Quella brutta donna aveva detto che lui puzzava, era offeso!
“Ehi Nello, tutto bene?”. Rino e Aristide lo raggiunsero. “Se ne sono andati quei due matti?” – chiese Rino – “E Adele dov’è?”. “Non lo so, è sparita in quei cespugli” – disse Nello – “Spero che non si sia fatta male”.
“Ecco! Ora sono tutta sporca! E mi sono anche ammaccata per colpa di quell’arpia!”. Era Adele, reduce dalla sua fuga rocambolesca. “Adele! Adele! Stai bene?”, dissero tutti e tre in coro. “Si, tutto a posto. Se potessi gliele farei io le ammaccature a quella racchia!”. Fu Aristide a prendere la parola: “Ragazzi, io dico che è ora di tornare a casa”. Tutti annuirono. Il gruppetto fece dietrofront e si incamminò in direzione della fattoria. Non proprio tutti. Dopo qualche metro Rino si voltò e vide che Nello era rimasto fermo sul ciglio della strada. “Ehi Nello, che fai? Perché non cammini? Stiamo tornando a casa, non sei contento?”. Ma Nello non dava segno di aver sentito. Rimaneva fermo, con le foglie basse basse. Gli altri lo raggiunsero. “Ma che hai?” – gli chiese Adele – “Perché te ne stai qui fermo?”. “Non servo a niente” – disse Nello con un filo di voce e cercando di trattenere le lacrime – “Quella donna non mi voleva prendere. Ha detto che, se mi avesse cucinato, avrei impuzzolentito tutta la casa. Nessuno mi vuole. I bambini odiano la verdura, le donne non vogliono la cucina puzzolente. Sono tutto bitorzoluto, non come Adele che è tutta bella tonda e liscia. Sono una verdura inutile. Perché Mino mi ha coltivato nel suo orto? Che se ne fa di me?”. Gli altri tre si guardarono negli occhi. La situazione era grave. Nello rischiava una seria depressione. Bisognava trovare il modo di tirargli su il morale, ma a nessuno veniva in mente un’argomentazione valida. Era vero, se lo avessero cucinato avrebbe sprigionato una puzza nauseabonda, e non era proprio quello che si dice un “adone”. Era bassotto, un po’ tarchiato e, per di più, pieno di bozzi. Cosa potevano dirgli per consolarlo?
“Beh, mettila così” – azzardò Rino – “Magari nessuno ti mangerà mai e tu te ne starai tranquillo al tuo posto nell’orto”. “Ma se nessuno mi mangerà mai, a che cosa sarò servito?” – piagnucolò Nello – “E poi, se mi lasciano nell’orto, appassirò. Se mi raccolgono, invece, ricrescerò di nuovo! Che futuro infelice che mi aspetta!”. E il piagnucolio di poco prima si trasformò in un pianto disperato con tanto di singhiozzi. Gli altri tacevano. “Nello, smettila di dire stupidaggini” – tuonò Aristide – “Mi sono stufato di sentire inesattezze di questa portata e mi meraviglio che a dirle sia proprio tu”. Tutti sgranarono gli occhi. Che cosa voleva dire Aristide? “Dovreste sapere tutti, e tu in particolare Nello, che il cavolo è una verdura importantissima. Dovresti sapere che contieni tante fibre, vitamine del gruppo B e vitamina C. E se i bambini fanno storie per mangiarti, ti si può cucinare in tanti modi diversi. E chi se ne importa per la puzza, se si aggiunge un po’ di aceto o limone durante la cottura, l’odore sparisce, altrimenti, si aprono le finestre e si fa corrente. E la vuoi sapere l’ultima? Sei buono anche crudo! E adesso smettila di frignare e torniamo a casa!”. Erano tutti sbalorditi. Come faceva Aristide a sapere tutte queste cose? Come se avesse letto loro nel pensiero, il gallo si girò e disse: “Soffro di insonnia, dovrò pure impiegare il tempo di notte, quindi mi documento! Ho rubato un libro di cucina alla moglie di Mino e me lo sono letto tutto d’un fiato!”. Che fossero vere o no quelle cose, Nello si sentiva già meglio. Lui era buono, lui faceva bene alla salute e se qualcuno non lo capiva, peggio per lui! Ringraziò Aristide e tutti insieme si misero in viaggio per tornare a casa.


Il picchio

Camminavano già da una mezzora, ognuno assorto nei suoi pensieri, quando furono distolti da un altro strano rumore, come un ticchettio. Non ci fu neanche bisogno di dirselo che si mossero tutti in direzione di quel suono. Si addentrarono di nuovo nel bosco e, seguendo il rumore, arrivarono ai piedi di un castagno. Guardarono in alto e videro un uccello che dava ripetuti colpi con la testa contro la corteccia e, di tanto in tanto, sbuffava e si asciugava la fronte dal sudore. “Ma che stai facendo? Perché prendi l’albero a testate?”. Adele non poteva sopportare di vedere quell’uccello che si riempiva di bernoccoli picchiando con la testa sul tronco del castagno. “Chi siete? Che volete? Lasciatemi in pace!”. Quel pennuto era un po’ nervoso, meglio prenderlo con la diplomazia. “Amico” – tentò Rino – “Siamo preoccupati per te. Continui a dare delle testate tremende, non ti stai facendo male?”. “Certo che mi sto facendo male, ma devo picchiare questo albero e le mie zampe sono troppo esili, quindi uso la testa”. “Scusa” – intervenne Nello – “Perché dovresti picchiare un albero?”. “Ma è ovvio, perché sono un picchio!”. Poi scese dall’albero e andò loro incontro. “Anzi, lasciate che mi presenti, e scusate se sono stato un po’ brutale, ma come potrete immaginare, sono un po’ nervoso. Mi chiamo Roky, tanto piacere. E voi, come vi chiamate?”. Tutto era chiaro, era un picchio e si chiamava Roky. La sua indole guerriera era spiegata, ma tutti continuavano a non capire perché si ostinasse a farsi del male. Tutti, tranne uno. “Questo deve essere un po’ scemo” – disse sottovoce Aristide ai suoi compagni – “Credo che dovremo spiegargli un paio di cosette”. “Caro Roky” – proseguì il gallo impostando la voce – “Hai ragione a voler picchiare sulla corteccia dell’albero, tuttavia, io sospetto che tu stia sbagliando il metodo”. Roky lo guardò con espressione interrogativa. “Mi spiego meglio” – proseguì l’illustre professore dalla cresta vermiglia – “Il picchio, per sua indole, è solito picchiare la corteccia degli alberi, ma con il becco! Questa all’apparenza stramba abitudine gli deriva dalla necessità di procurarsi il cibo. Rompendo la corteccia, infatti, egli riesce a procacciarsi gli insetti di cui è ghiotto e usando sempre il becco come una piccozza, riesce ad afferrarli. Pensa che ogni picchio ha un modo tutto particolare di picchiettare, quindi tu, a tuo modo, sei un esemplare unico!”. Roky lo guardò esterrefatto. Se lo avesse saputo prima, si sarebbe risparmiato un sacco di bernoccoli. Con due salti tornò sull’albero e provò a seguire i consigli di quel gallo così saggio. “Funziona!” – disse poi – “Grazie davvero!”. E tornò alla sua attività. Adele, Rino e Nello cominciarono a guardare Aristide con una certa ammirazione. “Amici miei” – disse il gallo – “Penso che sia ora di andarcene, prima di incappare in qualche altra strana specie”.


La cinciallegra

Si rimisero in viaggio. La strada sembrava enormemente più lunga rispetto all’andata e, ormai, erano tutti stanchi. “Ma quanto manca ancora?”, chiese Nello quasi lagnandosi. “Dovremmo essere quasi arrivati” – rispose Rino – ”Mi sembra di vedere la strada in lontananza”. “Speriamo che non capiti più niente” – commentò Adele – “Non voglio più avere a che fare con altre specie che non siano vegetali, e men che meno con gli umani!”. In effetti la zucca quel giorno se l’era vista davvero brutta. Finire nella padella di sconosciuti sarebbe stata per lei davvero una fine indecorosa!
“Ciao! Ehi ciao! Chi siete? Come vi chiamate? Dove andate? Ahahuauauauahhauauah!!”. Una voce dall’alto fece arrestare la marcia del gruppetto che tornava verso casa. Un po’ timorosi di ciò che avrebbero visto, alzarono tutti lo sguardo verso l’alto cercando di capire da dove arrivava quel richiamo. All’inizio non videro nulla. Sopra di loro c’era solo una quercia. Ad un tratto le foglie cominciarono a muoversi e dalle fronde spuntò un passerotto. “Ancora una bestiaccia che rompe le scatole!”, disse Adele con l’intenzione di farsi sentire dal nuovo intruso. “Ehi cicciottella, modera le parole. A chi hai detto bestiaccia? Ahabuabuabuahahahah!!”. E il passerotto scoppiò in una fragorosa risata. Rise così forte, rotolandosi sui rami dell’albero, che si fece venire le convulsioni. “Pennuto, scendi giù se hai il coraggio” – disse Adele con fare minaccioso – “Te lo faccio vedere io di cosa è capace una cicciottella. Ma che maleducata!”. “Ahahahahah!!! Buahbuahbuahahaha!!!”. Il pennuto non la smetteva di ridere. “Io non scendo mai dagli alberi” – rispose tra uno sghignazzo e l’altro – “Sali se ci riesci, ciccia bomba!”. “Questo è troppo” – si infuriò Adele – “Fatemi la scaletta che salgo su e lo schiaccio questo pennuto insolente!”. “Adele” – obiettò Rino – “Anche se ci mettessimo uno sull’altro non arriveremmo nemmeno al ramo più basso dell’albero”. “Ma chi sei tu? E perché ci prendi in giro? Perché ridi di noi?”, chiese Nello, che cercava di mettere pace tra le due femmine. “Ma io non rido di voi” – rispose il passerotto – “Io rido e basta!”. “Ma che hai tanto da ridere?”, intervenne Rino che stava perdendo la pazienza. “E che ne so” – rispose il pennuto – “Ahahahaha!!! Buahahbuahaha!!!” – e giù con un’altra risata – Io rido sempre perché sono una cinciallegra!!! Buahahahahah!!!!”. “E come ti chiami?”, chiese Aristide che ormai non si stupiva più di niente. “Mi chiamo Felicia, e voi? Ahahabuahahbuahah!!!!”. “Io sono Nello, questa tutta arancione è Adele la zucca, poi c’è Rino il peperoncino e Aristide, il gallo che si dimentica di cantare”. “Buahahahbuahha!”, fu la risposa di Felicia. “Io questa non la sopporto” – sbottò Adele – “Adesso la sistemo io!”. Poi rivolta alla cinciallegra. “Ehi tu! Lo sai che un giorno arriverà un uccellaccio più grande e più forte di te e che, se lo farai arrabbiare come stai facendo con noi, ti mangerà in un sol boccone?”. “In un sol boccone? Buahahahah!”, Felicia continuò a ridere. Poi si fermò un attimo e pensò a quello che aveva detto Adele. Si immaginò mangiata da un uccello più grande di lei. La sua espressione cambiò lentamente e i lati del becco iniziarono a piegarsi verso il basso. Cominciò a tremare e poi, improvvisamente, scoppiò in un pianto isterico. “Oh no! Mangiata no! Che fine infame che mi aspetta!!! Oh, povera me!!!”. “Ben le sta” – disse Adele in un sibilo – “Così impara a darmi della cicciona!”. “Adele, non sarai stata un po’ troppo dura con quel passerotto? L’hai fatto piangere!”, le disse Nello. “Zitto tu!” – fu la risposa – “Se la difendi ancora ne ho anche per te. E adesso, andiamocene a casa!”. Adele si era davvero arrabbiata. I tre non fiatarono e si rimisero in cammino al seguito della zucca, mentre sentivano il pianto di Felicia farsi sempre più lontano. Non durò molto. Prima che la sua voce sparisse del tutto, si accorsero che la cinciallegra aveva ricominciato a ridere, per quale motivo non si sa. “Quella è proprio scema”, commentò la zucca. Finalmente arrivarono alla fine del bosco.


Orto, dolce orto

Davanti a loro c’era solo la stradina sterrata che li divideva dalla fattoria. Si affrettarono a raggiungere la staccionata e a entrare nell’orto. Una volta a casa sentirono delle voci in lontananza, sembrava che qualcuno stesse litigando. Ormai era sera e sperarono che Mino non si fosse accorto della loro assenza. Prima di tornare al loro posto, spinti ancora una volta dalla curiosità, seguirono la direzione delle voci per scoprire cosa stesse accadendo. Attraversarono il prato e videro Mino che inveiva contro i suoi vicini di casa. “Ladro!” – diceva il contadino agitando una pala contro il signor Frescorosi – “Mi hai rubato le verdure!”. E quello rispondeva: “Sai che me ne faccio io delle verdure del tuo orto pidocchioso. Perché te le dovrei rubare?”. Annina, la moglie di Mino, cercava in tutti i modi di portarlo via: “Mino, lascia stare, erano solo un cavolo, una zucca e un paio di peperoncini, li pianteremo di nuovo”. “Veramente UN peperoncino” – pensò Rino un po’ offeso per essere stato confuso con gli altri”. Ma niente, non c’era verso di trascinare via il marito che era deciso ad ottenere giustizia. Se non poteva riavere le sue verdure, voleva almeno una confessione di colpevolezza da parte di quel gradasso e un bel pacchetto di scuse.
Nello, Adele, Rino e Aristide si guardarono negli occhi. “Forse dovremmo tornare al nostro posto” – suggerì il cavolo – “E magari si aggiusta tutto”. Si era fatta sera e probabilmente era tutto il giorno che Mino stava litigando con i suoi vicini di casa.
Nello, Adele e Rino tornarono nel campo e Aristide, dopo averli salutati, se ne andò sulla sua staccionata. “Oggi credo che mi addormenterò presto” – disse – “Così forse domani mattina riuscirò a cantare all’alba. Mino ne sarà contento”.
“Va bene, fammi vedere dove ti avrei rubato quelle verduracce ammosciate”, minacciò il signor Frescorosi. Mino raccolse la sfida e cominciò a camminare verso il suo orto. Frescorosi lo seguiva a qualche passo di distanza. Quando arrivarono nel punto incriminato, però, le certezze di Mino svanirono nel nulla. Le verdure erano tutte lì. Il buco nel terreno non c’era più. Il contadino cominciò a tremare e a balbettare qualche parola. Frescorosi lo guardò trionfante, aspettandosi le scuse del contadino. Ma Mino non voleva dargliela vinta. Quell’uomo era odioso e, se non gli aveva rubato le verdure, aveva combinato sicuramente altri guai, oltre al fatto di essere insopportabile. Fece un grosso respiro e poi si girò verso Frescorosi. “Bravo!” – gli disse con aria sicura di sé – “Mi vuoi far passare per scemo eh? Hai mandato quella racchia di tua moglie a rimettere le verdure al loro posto!”. Frescorosi non credeva alle sue orecchie. Quell’uomo vaneggiava. Tentò di replicare, ma Mino alzò la pala per aria e minacciò: “E adesso sparisci da qui e non farti più vedere!!!”. Frescorosi dubitava che quell’uomo mingherlino avrebbe avuto il coraggio di spaccargli la pala sul groppone, ma era meglio non rischiare. Per fortuna avevano trovato degli acquirenti per la villa e, nel giro di un paio di settimane sarebbero andati a vivere in città. Meglio non procurarsi guai all’ultimo momento. Frescorosi prese per mano la moglie, che nel frattempo lo aveva raggiunto, girò i tacchi e se ne andò. Mino era trionfante. Anche se aveva avuto torto su Frescorosi e sul furto delle verdure, non vedeva l’ora di cantargliene quattro a quello sbruffone. Annina lo guardava sollevata, ma allo stesso tempo severa. “Non dire niente Annina, si meritava una strigliata da tanto tempo quello lì”. Annina scoppiò in una fragorosa risata. Abbracciò il marito, gli diede un grosso bacio sulla guancia. Poi gli chiese cosa volesse per cena. Era ora di iniziare a preparare. Mino ci pensò un po’ su poi disse. “Ormai mi sembra pronto per essere colto. Cuciniamo questo bel cavolo. Fallo con quella ricetta segreta tanto buona che solo tu conosci. Mi farà bene dopo la mangiata di ieri sera!”. A Nello si illuminarono gli occhi. Mino voleva lui e solo lui! Aveva detto che gli avrebbe fatto bene, e non lo aveva evitato per il suo odore e per la sua forma stortignaccola. Era davvero felice. Anche gli altri, senza dire una parola, capirono tutto. “Ragazzi, finalmente tocca a me!”, disse trionfante Nello agli amici. “Stasera me ne vado, ma tra qualche mese ricrescerò. Aspettatemi!”. “Vai Nello, sei importante oggi” – gli disse Rino – “Così imparerai a non dare retta al primo stupido che parla!”. “Magari domani tocca a me” – pensò Adele – “Meglio tenersi pronti”. Aristide, che aveva sentito tutto, si affrettò a tornare sul campo per salutare Nello. “Grande amico mio! Fatti valere in pentola stasera! Io mi faccio una dormita. Ci vediamo quando ricrescerai!”. Dopo pochi minuti Mino tornò sul campo per raccogliere Nello.

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