"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Domenica, 02 Ottobre 2016 00:00

In quel libro la mia salvezza

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Siamo all’ottavo piano di un nuovissimo grattacielo, qui alla porte di Milano, al confine laterale destro della Tangenziale Est. Poco più avanti lo osservo dall’alto – il viale Forlanini, attraversato da un indolente flusso di auto dirette all’aeroporto di Linate. Quella lentezza è dovuta ai lavori per costruire un nuovo tratto della metropolitana che si colleghi al passante ferroviario e alle altre linee già attive. Un’operazione programmata per l’Expo, come uno dei concreti lasciti dello spirito della grande manifestazione internazionale che ha elettrizzato milioni di visitatori.

È lui che ormai posso chiamare “il mio editor”, Antonio Vitali, siede su un’imponente poltrona di pelle bordeaux disegnata verticalmente da striature blu cobalto. La sua postura si adagia lungo l’intera forma della poltrona. È stravaccato, insomma. Il che mi tranquillizza.

– Dopo due raccolte di racconti, adesso siamo al primo romanzo. Che ne dici, Enrico?
– Sei tu a dovermi chiarire come si stanno mettendo le cose.
– Puoi dire di avercela fatta. Lascia solo che ti spedisca via mail la bozza con le dovute correzioni. Poi, se sei d’accordo, andiamo in stampa. Giusto per le feste di fine d’anno... quando la gente spende quel tanto o poco anche per la cultura, secondo la sensibilità di ciascuno.
Quando ho iniziato a scriverne l’incipit del romanzo avevo un gran bisogno di immaginare le cose. Il plot, i personaggi, la tecnica narratologica, lo stile (diverso da quello dei racconti a finale sottratto, come ero solito scrivere), l’uso dei simboli, gli errori da evitare, compresa la necessità di non farmi prendere dall’influenza di scrittori da me particolarmente amati; tutto quanto fosse necessario per esprimere un auspicabile senso, fosse pure soggetto a possibili differenti se non radicalmente opposte interpretazioni. E, inutile nasconderlo, come soddisfare il mio Ego letterario.
– Mi aspettavo che ci impiegassi di più a finirlo, il romanzo – Antonio.
– Mah, ti dirò...
– Cioè?
– Prima di iniziarlo, un certo timore di farmi prendere dal panico mi ha procurato qualche brivido. Ma è durato poco, e ne sono stato soltanto sfiorato.
– È il classico battesimo del romanziere, o sbaglio?
– Tu, col mestiere che fai, chissà di quante e diverse esperienze del genere sei stato testimone.
– Sì, è vero. Ma tu m’incuriosisci, non poco. E poi la nostra casa editrice ha in programma di lanciare nuove figure innovative. Il nostro Paese risente ancora fortemente del mito americano − dove ci si confronta con altra libertà e altri mezzi per creare un nuovo gusto − le cui radici risalgono a tre generazioni fa, come ci ricorda Umberto Eco nel suo saggio dal titolo Sulla letteratura.
– Certo, l’ho letto anch’io quel saggio. Se pensiamo che nel 1947 Cesare Pavese, già autore famoso, comunista, in un articolo su l’Unità sosteneva che “La cultura americana ci permise in quegli anni di vedere svolgersi su uno schermo gigante il nostro stesso dramma...”. Ciò che ha portato gran parte dei nostri scrittori a tenere conto, se non a conformarsi, riguardo a quanto approdava ai nostri lidi da oltreoceano sull’arte del narrare. Ma già agli inizi degli anni Ottanta − tu ‘ste cose le conosci meglio di me − si parlava di nuova narrativa italiana che potesse affrontare alcuni caratteri comuni, con l’intento di interpretare, se possibile, il sentire nazionale in modo non subordinato ad altre realtà. Occorre dunque continuare, pena l’inaridirsi della nostra sensibilità letteraria. Specie di quella più giovane, che già sta portando alla luce, sia pur lentamente, i primi segni di un recupero del bisogno di indagare l’esistenza umana entro i nostri confini.

E non poteva che essere un libro, nel mio caso, un romanzo come una “scorribanda letteraria”, così definita nella quarta di copertina di quello stesso libro, a sbloccarmi e farmi prendere coscienza di un percorso che mi avrebbe dato accesso all’ambiente letterario. La mia più gelosa ambizione.
Da un po’ avevo preso a frequentare la narrativa di lingua ispanica, sia europea che americana, ero in cerca di un’idea da confrontare con le ragioni storiche, culturali, e quindi di storie di umanità varia, provenienti dagli Usa. Non che volessi oppormi a quella imperante linea di tendenza. Sarebbe stato ingenuo tentativo di svalutare un patrimonio universalmente riconosciuto. Mi bastava soltanto mettere a confronto, gradualmente, una pluralità di sguardi. Non era cosa da poco.
Gli inizi. Quelli che hanno sorpreso anche me. Per prima cosa il libro che stavo per mettermi a leggere: Parigi non finisce mai, scritto da Enrique Vila-Matas.
Devo raccontarne il contenuto? No, non è necessario, se non accennarne qualche breve nota o sensazione che mi ha procurato. Perché ciò che voglio trasmettere a chi mi legge è la ferma certezza di avere trovato in un libro non una storia che, cambiando le coordinate umane e sociali, avrei potuto trasferire in una mia opera narrativa. Del resto, sarebbe stato poco originale, se non peggio un maldestro plagio o una simil-recensione. L’effetto più concreto assimilato dalla lettura di quel libro consiste nell’essermi subito convinto che, non avendo ancora in mente la benché minima idea di quale storia volessi scrivere, mi sarebbe bastato scoprire la mia città, Milano, dove sono nato e da sempre vivo.
È stato il vagabondaggio umano e culturale di Vila-Matas attraverso le meraviglie di Parigi, venato di una certa ironia e senza una meta narrativa fissa, a darmi la certezza che Milano, per la sua storia e soprattutto per lo slancio vitale e creativo che non s’arresta ma anzi si espande progressivamente, si sta imponendo con stupefacente rapidità tra le più prestigiose e attraenti città del continente europeo, e non solo. C’è dunque abbondante materia per chi vuole impegnarsi in quella che di questi tempi si usa chiamare fiction.
Dicevo del romanzo di Vila-Matas. Lui, di Barcellona, è stato a Parigi da giovane quando cominciava a scrivere, anche nei bistrot, poi nel corso degli anni vi è ritornato più volte proprio perché quella città non finisce mai. Cosa mi ha insegnato quel libro più che la storia o meglio i frammenti narrativi messi insieme: è stata semplicemente la necessità di andare alla scoperta di un collage di spunti di vita unici. E di rappresentare il tutto attraverso segni di scrittura creativa, poco importa se mimetica o di pura fantasia, tenendomi lontano da quello sterile esercizio tipico di chi si ritiene depositario della verità essendo del tutto refrattario a confrontarsi con le altre molteplici linee di tendenza nell’interpretare il significato di raccontare. Le mie numerose letture, col tempo mi hanno insegnato che la narrativa è l’arte magica per eccellenza, ma può dividere se interpretata in modo integralista e non aperto al confronto. La supponenza è triste. Mi è capitato di recente di scrivere su Facebook, citando dalla quarta di copertina, che Purity di Jonathan Franzen è un intenso romanzo capace di “evocare mondi interi”... e per tutta risposta un poco brillante blogger mi ha così replicato “io quello lì non lo leggo.” Che dire.

Oggi qui al Bar Brera, a pochi passi dalla Pinacoteca che custodisce preziosi tesori di arte pittorica e altro, pregiatissime collezioni e una ricca biblioteca, sono seduto a un tavolino all’interno. Fuori una spiritosa pioggerellina. Quando nella stagione propizia il tempo è bello, Mario, il titolare, mi riserva un tavolino all’aperto, dove scrivo usando il mio personal computer.
L’idea di non rintanarmi nell’angusto angolo del soggiorno di casa mia per mettermi adesso a scrivere il primo romanzo − come facevo per i miei racconti − è stata una sorta di folgorazione che mi ha preso leggendo Vila-Matas.
Parla di Hemingway, il catalano, che a Parigi aveva scritto il meglio di sé nell’atmosfera che più gli era congeniale. Una certezza emerge dal libro di Vila-Matas, ed è quanto mi è parso essere il mio imperativo letterario: non scrivere al di fuori di un contatto con la vita percepibile, quello deve essere lo scopo. La scrittura come isolamento fisico può anche dare ottimi risultati, per la possibilità di concentrazione che offre, ma non pochi grandi letterati, così come famosi filosofi, hanno scelto il contatto emotivo con gli altri nel creare le proprie opere.
Sempre a Parigi, così faceva Jean-Paul Sartre nel brioso ambiente che lo storico Café Les Deux Maagots, in Boulevard Saint Germain des Prés, gli offriva. Per non dire di Julio Cortázar, che nei bar della capitale francese ha scritto il capolavoro del Novecento Rayuela, che è rimasto nel cuore di molti lettori lasciando un segno profondo nella loro vita.
Ed qui da noi un’eccellenza letteraria come Claudio Magris che a Trieste ha a sua esclusiva disposizione un tavolino presso il prestigioso Caffè San Marco.
Vitale, quindi, per la mia vocazione letteraria l’ incontro con Parigi non finisce mai. Ma non basta. Perché da lì, da quel libro ho ricevuto l’impulso di conoscere il vissuto di Milano, dove scrivo. Volevo tentare di cogliere e raccontare l’intimo significato di quanto accade sul piano fisico-sentimentale-psicologico in ogni angolo della città, che generosamente si offre alla mia ricerca.
Da Vila-Matas una citazione del suo idolatrato Hemingway: “Quando a Parigi arriva la primavera, anche quando si tratta di una falsa primavera, l’unico problema è trovare il posto in cui essere più felici”. E se è vero che il tempo che passa è capriccioso, ma talvolta sa scegliere, come posso non dire che qui a Milano ho a disposizione per la mia scrittura molti dei suoi aspetti (anche umani, naturalmente) più entusiasmanti.
Ecco allora che per tre mesi sono andato a scoprire i contorni della milanesità, che tuttavia non fosse fine a se stessa, ma un armonioso coagulo di storia nata dal suo ceppo e dallo spirito inclusivo che da sempre ha accolto tanti del nostro meridione e ora quegli immigrati bisognosi di accoglienza.
Il romanzo è ora nelle mani di Antonio, non dubito che il suo editing ne eliminerà il superfluo, affinerà certi passaggi stilistici, darà colore là dove ce n’è bisogno. Ma quel che più conta e mi eccita è che il mese prossimo, maggio, io e mia moglie Laura ce ne ritorneremo a respirare un po’ di aria parigina.
L’ho conosciuta qui al Bar Brera, Laura. Aveva l’abitudine, al mattino, di venire a leggere il giornale seduta a un tavolino di fronte al mio. Da principio qualche fugace, reciproco sguardo. Poi un mezzo sorriso quando all’interno del bar si creava all’improvviso l’allegra e contagiosa vivacità giovanile degli studenti dell’Accademia di Belle Arti. Quel giorno, eravamo all’aperto, che distrattamente ha fatto cadere il giornale dal tavolino non ho esitato un nanosecondo a raccoglierlo. Uno scatto, direi.
Sono bastati pochi giorni per decidere di fare qualche breve passeggiata insieme nei pressi di quell’angolo della città così coinvolgente. Il resto ha avuto inizio da una calda visita nella sua casa dove abitava da sola, lì a pochi passi dal Bar Brera. Per il viaggio di nozze abbiamo scelto Parigi.

 

 

 

 

 

Enrique Vila-Matas
Parigi non finisce mai
traduzione Natalia Cancellieri
Milano, Feltrinelli, 2006
pp. 226

Umberto Eco
Sulla letteratura
Milano, Bompiani, 2002
pp. 359

Jonathan Franzen
Purity
traduzione Silvia Pareschi
Torino, Einaudi Editore, 2016
pp. 642

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