“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Lunedì, 25 Aprile 2016 00:00

Quel qualcosa che non ho trovato

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È Georges Perec che scrive “Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po’ pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s’incontra quasi senza vedersi, in cui la vita dell’edificio si ripercuote, lontana e regolare... le scale restano un luogo anonimo, freddo, quasi ostile...“. Parole che vorrei definire illuminanti, puoi trovarle nel Capitolo 1 del suo romanzo La vita istruzioni per l’uso. Sto parlando − col pensiero − a me stesso, come fossi un’altra persona.

L’ho letto tutto d’un fiato quel libro, suggestivo, affascinante, l’esatto contrario di ciò che sostengono taluni lettori monocordi avvezzi a reiterate critiche al solo scopo di dimostrare che la realtà non esiste, è soltanto un’illusione, perché così dimostrerebbero certi filosofi di loro riferimento, e tuttavia (contraddicendosi) non mancano di assimilare la letteratura alla fisica della meccanica dei Quanti, secondo la quale la realtà è tutta interazione, laddove, conviene ricordarlo, è dato interagire unicamente con entità concrete. Senza contare che sarebbe opportuno richiamarsi a Socrate, che dopo aver spiegato con un po’ di giusto e un po’ di confusione la forma della Terra che è una sfera con grandi valli dove vivono gli uomini, aggiunge “non sono sicuro”.
È la vita di un palazzo parigino, gli abitanti dei vari appartamenti, le loro storie, misteri anche, che Perec racconta con partecipazione. Non escludo che abbia inventato tutto ciò che viene narrato, ma al tempo stesso questo libro rafforza la mia convinzione che la creatività letteraria è mimèsi, insomma consiste in un rapporto di analogia tra qualcosa che realmente esiste e la sua rappresentazione che un buono scrittore deve sforzarsi di collocare in una cornice umanamente riconoscibile.
Sì, amo leggere, lo sai. Faccio il project manager presso una grande società multinazionale. E sono in carriera.
In questo momento sto salendo al mio appartamento facendo le scale a piedi, oggi non mi va di usare l’ascensore. Quarto piano di una palazzina nella periferia est di Milano. L’ho comprato da poco perché, ormai prossimo ai trent’anni, non me la sentivo più di vivere a casa dei miei. Una normale esigenza di libertà.
Sin da ragazzino divoravo senza tregua libri adatti alla mia età, finché a tredici anni mi sono imbattuto in Martin Eden di Jack London, che mi ha subito fulminato. Da grande farò lo scrittore, mi dicevo nel leggerlo. Ma poi le cose sono andate diversamente. La vita la fa quel che la veur, cantava il grande Enzo Jannacci.
Salgo lentamente per non privarmi del piacere di ammirare dalle finestre, tra un piano e l’altro, il rilassante verde che avvolge il mio quartiere nel Parco Monluè di antichissime origini. Prati, boschetti e lunghi filari di pioppi lombardi lungo la sponda destra del fiume Lambro.
Palazzina di otto piani che ospita trentasei famiglie. Adesso mi trovo al secondo piano, sulla mia sinistra l’appartamento di una ragazza dalle movenze gaiamente disinvolte che di solito esce di casa la mattina presto e rientra a notte inoltrata. Si chiama Edith e si occupa di moda ma non è una modella, forse una stilista, così mi ha detto il nostro custode cingalese. L’ho incrociata poche volte, un trattenuto scambio di sorrisi e nient’altro. Mi soffermo per un attimo davanti alla sua porta. Pensieri in libera uscita.
Col tempo quelle trentasei famiglie, mi diverranno a poco a poco familiari, chi più chi meno, se non altro le vicende, atti e sentimenti, che scandiscono la loro vita, il saliscendi delle storie in quegli appartamenti filtreranno in un modo o nell’altro giorno dopo giorno e diverranno parte integrante dell’ambiente dove mi trovo ad abitare.

4 luglio, Independence Day degli Usa. Come ogni anno, da quando il nostro direttore generale è stato sostituito da un manager proveniente dalla casamadre con sede a New York, si festeggia la ricorrenza nel palazzo milanese dove lavoriamo. Una festa che comincia al termine della giornata lavorativa e dura fin quasi all’alba.
Tutto il personale − siamo circa duecento − è invitato. Nessuna defezione. La rappresentanza italiana della nostra società è stata fondata solo da due anni, per cui il personale è costituito da giovani, con la sola eccezione dell’alta dirigenza. C’è un sacco di ragazze attraenti, e disponibili come lo si può essere a quell’età, specie se sei avviato in carriera.
È circa mezzanotte, siamo nel pieno della festa. Il servizio catering eccellente. Alcol a volontà. Come sempre accade in queste occasioni, si formano gruppi di colleghi che tendono a isolarsi, piccole mafie aziendali. Quanto a me, mi comporto da libero battitore, la mia rapida ascesa grazie alla creatività del mio lavoro nel marketing desta qualche invidia tra il personale maschile. Pochi sono quelli che danno segni di cercare la mia vicinanza per stringere amicizia. E, del resto, io stesso sto moderatamente sulle mie, a meno che mi convenga. È una logica alla quale non puoi sfuggire, se vuoi emergere. Per quanto non mi piaccia.
Il complesso rock − quattro giovani ben preparati − ingaggiato per l’occasione alterna pezzi classici di Bob Dylan, Van Morrison e CSN con alcune new entry (almeno per me) come Ray LaMontagne, Radiohead e altri a me sconosciuti. Non amo ballare, ma quando i quattro attaccano Sailing to Philadelphia il mio pensiero corre a Mason & Dixon di Thomas Pynchon che ho finito di leggere da poco – tratta le vicende dei due scienziati britannici che nel XVIII secolo hanno tracciato la storica linea di demarcazione tra la Pennsylvania e il Maryland, vale a dire tra il Nord industriale e il Sud schiavista − volgo attorno lo sguardo leggermente appannato e vedo avvicinarsi Nancy Zama. Balliamo. Nancy è una giovane americana figlia di genitori italiani, il suo capo di New York l’ha incaricata di trasferirsi per un anno in Italia al fine di farsi un’esperienza internazionale. È destinata a un incarico di prestigio negli Usa.
I vari bicchieri di buon vino aggiunti ai due Bloody Mary – o forse tre, non ricordo – mi stanno ormai accompagnando in anarchica evasione dallo stato di lucidità. Nancy non è da meno. Balliamo stretti. C’è che ci sbircia in tralice, il solito gruppetto.
Sono le tre, molti se ne sono andati. Siamo rimasti in pochi. Là, nell’angolo, il gruppetto immobile, lo diresti ingessato.
– Ti accompagno al tuo albergo – dico a Nancy.
– Ok.
Faccio per aprirle la portiera e invitarla a entrare, ma d’istinto le dico di salire dal lato posteriore. Una volta in macchina non una parola, gesti convulsi nello spogliarci, siamo subito sul sedile in precaria posizione, un rapporto frenetico che si è consumato in pochi istanti.
Mi saluta con un grazioso gesto della mano, ed entra nella hall del Grand Hotel in Piazza della Repubblica, il motore dell’auto è rimasto acceso, riparto sgommando.
I pensieri hanno il potere di intrecciarsi senza che vi sia un nesso apparente, una necessità. Mi sto domandando come potrei descrivere in un immaginario racconto questa serata. Creatività e forma sono i cardini della buona scrittura. Anche nei minimi dettagli. “Regola numero uno: non usare il punto e virgola. È un ermafrodito travestito che non rappresenta assolutamente nulla”. È la verve comica e forse scherzosa con cui Kurt Vonnegut scrive i dodici “interventi”, così sta scritto nella seconda di copertina del suo brillante libro Un uomo senza patria.
Nel libro Vonnegut critica ferocemente il capitalismo malato delle multinazionali, ed eccomi a riflettere su quanto, con poche parole, mi ha detto Edith in auto: “Sta’ attento. Qualcuno ti vuole fregare. L’hai osservato quel gruppetto, no? Il direttore commerciale, l’account manager e altre due mezze figure... ma pericolose. So per certo che hanno tentato di screditarti inviando mail riservate ai piani alti di New York. La tua creatività, la tua capacità progettuale non piacciono a quei soggetti. Ti vedono già tra non molto in cima alla gerarchia a dare ordini. A metterli sotto, insomma”.
Parcheggio l’auto nel box del palazzo. Sebbene mi senta in equilibrio precario, voglio salire a piedi i quattro piani. Ora, qui al secondo, mi soffermo davanti all’appartamento di Edith. È ormai notte fonda, e mi viene da chiedermi se sia rientrata. Domani è sabato, proverò a scrivere un racconto.

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