“Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano”.

Mariangela Gualtieri

Venerdì, 23 Novembre 2012 18:25

Nessuna via d'uscita

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L’Accademia siamo noi. Platea (piuttosto scarna purtroppo) imbarazzata, sospesa, in attesa. Le luci in sala non si spengono, non subito, e sulle spine ci si chiede se è già cominciato, se quei passi che risuonano alle spalle siano già l’inizio dello spettacolo... e quando i passi si fermano e si seggono dietro di noi (sì dietro!) la seconda, terribile domanda, che non si osa rivolgere accanto, ma risuona nei precordi senza osare volgere lo sguardo è: “ci si è seduti troppo avanti?!”. E un altro pensiero, malevolo, figlio dell’imbarazzo destabilizzato, sarebbe già pronto ad archiviare la provocazione metateatrale, l’Accademia è già pronta a classificare, scrollandosi di dosso la sgradevole sensazione di straniamento.

Ma finalmente lo spettacolo inizia. La scimmia va in scena e l’Accademia si rilassa, è pronta a sostenere il monologo, ad accomodarsi sulla poltrona e ad ascoltare compiaciuta.
Un frac, la camicia bianca, il papillon, le scarpe nere di vernice e la canna da passeggio. La scimmia ammaestrata racconta la sua storia, alle sue spalle la porta dietro la quale ha lasciato la sua natura di scimmia.
Il monologo è una prova ardua, lo spettatore è cosciente e consapevole dell’azione teatrale, eppure ad un certo punto l’incanto parte, l’incredulità si sospende e lo spettacolo comincia davvero, il pensiero si ferma e la finzione prende corpo e voce, complice la maschera, semplicissima e al tempo stesso carica di tutta la sua arcaica potenza evocatrice. Un naso scimmiesco posticcio, le orbite infossate da poco trucco, la luce bianca diretta, e la scimmia seduta prende vita, uomo insieme e scimmia, straniante nella sua sofisticatezza, destabilizzante eppure magnetica.
“Nessuna via d’uscita”. Risuona più volte, a chiarire, se ce ne fosse stato bisogno, che non di un pamphlet illuministico si tratta, no di certo, non il mito della natura selvaggia guastata dalla cultura e nemmeno l’anelito alla libertà. La scimmia catturata e prigioniera si fa uomo perché quella è l’unica via d’uscita, posto che la libertà non esiste. E così la scimmia si è fatta uomo, Pietro il Rosso, disilluso (o forse mai illuso) e malinconico, è diventato artista di varietà e l’Accademia, piacevolmente inquieta, accoglie con un caloroso applauso la fine dello spettacolo, pronta a dimenticare o a far finta di non sapere, che ciascuno ha la sua vita di scimmia.

 

Una scimmia all'Accademia
da Franz Kafka
traduzione e adattamento Melita Poma
regia Jean-Paul Denizon
assistente alla regia Annika Strøhm
con Saba Salvemini
produzione Areté Ensemble
sostegno realizzativo di Teatro Forsennato, ResExtensa, Civica Accademia d'Arte
disegno luci Dario Aggioli
durata 1h
Napoli, Teatro Sancarluccio, 22 novembre 2012
In scena dal 22 al 25 novembre 2012

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