“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Domenica, 10 Aprile 2016 00:00

Jolene

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Palazzo Mezzanotte, il nome di quel monumentale edificio dal singolare sviluppo architettonico, evocava nella giovane mente di Jolene pensieri vagamente oscuri. Quando suo padre l’accompagnò per la prima volta − lei aveva quindici anni − in Piazza Affari, nel tempio del mercato finanziario milanese, per mostrarle dove lui svolgeva la sua attività quotidiana, osservando dalla vetrata esterna al salone la frenetica, vorticosa agitazione di persone e cose, da lei mai immaginata prima, braccia nervosamente protese in alto verso svariate direzioni, dita puntate non si sa dove, l’incredibile vociare che le giungeva sia pur ovattato alle orecchie, Jolene si fece un’idea  del tutto diversa di quel luogo. Un luogo pieno di vita, pensò, pur non comprendendone del tutto il significato. Quasi un gioco, le venne da dirsi. Un gioco carico di energia quasi allegramente schizofrenica.

Prima di allora la sua famiglia aveva vissuto a Londra per qualche anno, il padre agente di Borsa impegnato nella London Stock Exchange, la madre tranquilla casalinga che passava languidi pomeriggi tra un bridge e un the con amiche di varie nazionalità lasciando la cura della casa che avevano in affitto nella periferia borghese a una domestic help di colore.
Quando Jolene nacque, per i genitori fu del tutto spontaneo darle un nome British. In coerenza con il loro status sociale. E poi al padre quel nome  ricordava una rock band per la quale da giovane aveva avuto un debole. Tornati a Milano, dopo la parentesi londinese, i genitori comprarono un appartamento, con annesso ufficio, nei pressi di Piazza Affari. Per il padre sarebbe così stato più agevole recarsi ogni mattina nella sede della Borsa dove svolgeva le contrattazioni per conto dei suoi clienti. Una tranquilla vita di benessere, ma col passare dei mesi quello che il padre chiamava un tran-tran di piccolo cabotaggio mercantile non gli bastava più, era consapevole di lavorare in un campo non disciplinabile, soggetto a sbalzi imprevedibili. Lui era portato per le certezze. E col tempo andava maturando l’idea di costituire le basi per dare più sicurezza al suo lavoro e prevenire rischi sempre possibili. E l’unica soluzione era quella di cercare un socio di solida esperienza finanziaria con il quale lanciarsi in operazioni di più ampio respiro.
Jolene venne iscritta a un liceo classico privato, per garantirle un’istruzione adeguata alla posizione della famiglia. Poi sarebbe stato a lei scegliere l’indirizzo universitario più congeniale, così almeno si pensava in casa.

Verso la fine degli anni novanta, dopo aver ottenuto la laurea magistrale di Filologia e Storia dell’Antichità presso l’Università di Pisa, dove si era trasferita per gli studi, Jolene è di nuovo a Milano. Da Pisa in quegli anni si è mossa poche volte per andare a trovare i genitori. In quell’affascinante città toscana si era ambientata alla grande: una vivace compagnia di studenti la teneva occupata nel tempo libero. Feste disinibite tra amici con quel po’ di fumo, gite nel comprensorio, visite ai luoghi d’arte. E i primi occasionali incontri di sesso. Senza vincoli.
Ora è di nuovo nell’ambente famigliare. Ma presto percepisce che qualcosa aleggia nell’aria. Inafferrabile.
– Come vanno le cose in Borsa, papà? In quella bolgia che un tempo mi hai fatto conoscere e mi era parsa come una sorta di circo per soli adulti, o qualcosa del genere.
– Be'... Gli affari vanno bene... specie da quando abbiamo creato la società con Sebastiano Randelli, ma quella che tu chiami bolgia non è più come una volta. La Borsa gridata è stata abbandonata dopo l’avvento del sistema telematico, in quel salone che tu hai visto qund’eri una ragazzina oggi ci sono solo un centro congressi, sale convegni e anche una training room, ma il resto − le transazioni finanziarie, intendo − si fa ormai via web nei singoli uffici dagli agenti.
– E chi è lo smanettone tra voi, tra te e Sebastiano, dico? Te lo chiedo perché mi pare di ricordare che non eri molto portato alla cibernetica. È vero o no, papà?
– Ci alterniamo noi due. Ti dirò che avevamo pensato a una segretaria, dato che il nostro compito è di selezionare con cura operazioni finanziarie di probabile successo... ma poi... poi, ti dirò...
– Cioè?
– Niente, abbiamo lasciato perdere. Quel ruolo è piuttosto delicato, capisci? Ci vuole riservatezza. Senza contare che... insomma diciamo che non era il caso. Che pensi di fare adesso? Quale lavoro?
– Papà, sei sempre stato chiaro e diretto nel dire cosa pensi, ma adesso ho l’impressione di non riconoscerti più per quello che eri. Che c’è?
– Hmm. Qualche vaga allusione, davvero talmente vaga da non sembrare verosimile, da parte di Sebastiano riguardo a suo figlio, tipo che si potrebbe pensare a lui − al figlio, dico − come possibile operatore diciamo così informatico.
– Diventerebbe socio anche lui della Randelli&Granato?
– Ma guarda, non se ne è mai parlato in maniera esplicita. Allusioni, ti dicevo. A proposito, Jolene, con quel fior di laurea che ti trovi tra le mani cosa pensi di fare, quale lavoro?
– Voglio pensarci con calma, la cultura che mi sono fatta è molto specialistica, e il campo dove operare è ristretto, o forse no, dipende.
– E provare a fare un lavoro non proprio coerente con quella cultura, ma comunque di responsabilità?
– Ti sto leggendo nel pensiero: mi vorresti in agenzia a maneggiare titoli finanziari nel computer. Ma allora, l’altro?
– Chi, Loris? Il figlio... Jolene, il rischio di trovarmelo qui c’è, devo proprio essere sincero, perché suo padre ha la quota maggioritaria nella nostra società. Ma non sarebbe un grande acquisto. Stenta a laurearsi in Scienze Economiche, zero personalità. E poi non ci sa fare con gli altri. Per dirtene una, non ha nessuna considerazione per le donne, le considera prive di concretezza mentre lui...
– Bel tipo, quello lì! Si troverà bene in questo Paese maschilista. Papà, che fare? Se è necessario ti posso aiutare per un po’, ma niente di più. Un anno o due al massimo, giusto il tempo per scrivere nei momenti liberi un saggio sulla materia che ho studiato, poi vorrei fare editing, possibilmente dove si pubblicano lavori al mio livello. Dove, non so ancora. Devo pensarci.

È passato un anno. Loris e Jolene sono stati assunti in agenzia. Quella di Jolene è stata una mossa difensiva da parte di suo padre. C’era il rischio che si creasse uno squilibrio in agenzia. La convivenza tra i due non è stata facile sin dall’inizio.
Le operazioni più impegnative e delicate passano regolarmente per le mani di Jolene, con rancorosi sintomi che affiorano puntualmente dal comportamento di Loris, il quale, tuttavia non manca di manifestare con sguardi carichi di significato, sfioramenti e cose così, mezze parole, un forte interesse di chiara natura erotica nei confronti della ragazza. Lei finge di non capire perché sa che verrà il giorno − e non è lontano − che se ne andrà da quell’ ambiente che le crea solo disagi.
Capita talvolta che per un impegno imprevisto Loris debba chiedere a Jolene di sostituirlo in qualche operazione. Sono momenti in cui lui manifesta tutti i suoi dubbi sulle le capacità professionali della ragazza. – Se te la senti di farcela, – le chiede con quel tanto di spocchia. Lei non reagisce.
Col passare dei mesi i due soci fondatori non hanno dubbi su come vanno le cose in agenzia: Jolene brillante operatrice che non si limita a eseguire, ma dà utili suggerimenti per il successo delle operazioni, Loris, privo della benché minima autonomia nel prendere decisioni, è l’elemento passivo della situazione, soltanto un ingombrante presenza per l’agenzia.
Sebastiano ne è consapevole e gli viene da pensare con una certa preoccupazione quale potrà essere il ruolo del figlio nello sviluppo degli affari. Ma non ne parla col socio, teme che i rapporti con Granato potrebbero deteriorarsi mettendo a rischio la sua posizione di socio maggioritario; per non parlare di Jolene le cui idee in materia di investimenti si rivelano sempre più vantaggiose per i clienti dell’agenzia.
Doveva accadere.
– Oggi ha esagerato, papà. – È la tranquilla ragazza di sempre, i suoi ventitré anni gioiosamente offerti alla vita, non è turbata ma risoluta. Mentre stava sistemando un faldone in archivio si è trovata le mani di Loris pesantemente addosso.
– Chi ha esagerato?
– Loris, papà. La deve smettere.
– Ha cercato ancora...?
– Stava per farlo. L’ho fermato in tempo. Ma stavolta non la passerà liscia... quell’infoiato... e per giunta misogino.

È stato più svelto di lei.
Era uno di quei giorni di calma piatta in Borsa. Jolene aveva avuto l’incarico da suo padre di negoziare un pacchetto finanziario piuttosto semplice, al riparo da improbabili sbandamenti. Il cliente che l’aveva richiesto ne avrebbe tratto un guadagno modesto ma pressoché sicuro.
Una semplice manipolazione informatica, e il titolo di tutto riposo inserito da Jolene tra quelli da movimentare viene sostituito da un pugno di azioni altamente a rischio. La mano furtiva di Loris, mentre Jolene si era per pochi istanti allontanata dalla scrivania per verificare alcuni dati. Una volta tornata al suo posto, ha cliccato automaticamente “avvio” e l’operazione è volata in Borsa.
Il danno per il cliente è stato pesante. Quasi diecimila euro andati in fumo.
Non c’è voluto niente per scoprire come erano andate le cose. Loris non ha avuto altro da dire che era convinto di essere d’aiuto all’agenzia perché pensava che dopo mesi di depressione fosse ormai giunto il momento di un’inversione di tendenza per quelle azioni: un rialzo del titolo stando alla logica della dinamica borsistica, a suo dire sarebbe stato più che probabile.
Dopo quel disastro, tutti i tentativi per riportare la situazione dell’agenzia alla normalità era fallito. E i due soci, dopo aver consultato il notaio, hanno deciso di sciogliere il sodalizio. Le speranze di Loris di prendere il posto di Jolene al quale ambiva sfumate per sempre.

Il Motel si trova alle porte di Milano, nelle vicinanze dell’Idroscalo. Jolene e Vittorio giacciono nudi sul letto, specchi su tutte le pareti della camera, stanno sorseggiando un ottimo Malvasia fresco quanto basta. Nella camera c’è un mini-frigo dove non manca nulla di quello che può servire in certe speciali occasioni. È stato un incontro ad alto grado di intima partecipazione, come quelli che erano soliti avere a Pisa quand’erano colleghi di studio.
– Stavi per cacciarti in un bel casino con quell’avventura in Borsa, Jolene.
– Che vuoi che ti dica, Vitto, l’ho fatto per mio padre, gli accordi erano che si sarebbe trattato di un aiuto temporaneo. Ma non avevo fatto i conti con quel povero frustrato di Loris. Non me l’aspettavo. In fondo, però, quell’esperienza è stata salutare anche per mio padre, che così si è liberato di un socio tanto scomodo quanto pericoloso, e adesso potrà cercarsene uno più affidabile.
– Capisco. E tu? Ah, lo sai che sono riuscito a ottenere il ruolo di Assistente alla nostra Facoltà?
– Ma dài! Complimenti. Un giorno o l’altro quella cattedra sarà tua.
– Vedrò d’impegnarmi. Ma dimmi dei tuoi programmi di lavoro e...
– Vitto, il mio forte interesse per la Filologia mi sta portando verso l’unica conclusione che fa per me: mi metterò a scrivere... racconti, romanzi, saggi e tutto ciò che potrà soddisfare questa mia passione che sento crescere nel mio animo giorno dopo giorno. Davvero. Se ne hai la possibilità – vista la tua posizione in Università – vedi di aiutarmi a trovare una casa editrice che mi possa assumere, considerata la mia formazione accademica.
– Non ho dubbi che ce la farai... ma per il resto? La tua vita, voglio dire...
– Tu quando rientri a Pisa?
– Questa sera stessa. Ho il treno alle ventuno e trenta.
– Il prossimo mese è Pasqua. Che ne dici di prenotarmi una stanza a Pisa per quattro o cinque giorni, così potremmo vederci e... no?
– Non serve l’albergo, i miei se ne andranno per una settimana nella nostra casa in Lunigiana. Starai da me.
La bottiglia è ormai vuota, fuori la luce del pomeriggio calante dà segni di indebolimento, ma filtra ancora sia pur velata nella camera dove sono sparsi gli indumenti, che stanno per essere raccolti uno per uno. Lentamente. 

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