"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Domenica, 08 Novembre 2015 00:00

Serendipity

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Se ne sta seduto a un tavolino di un bar, all’aperto, in Piazza Amendola.
Lo spritz di quelli che piacciono a lui, una briosa bevanda originaria del Triveneto. La sua famiglia paterna proviene da quei luoghi. Da tempo ormai lo spritz è diffuso in tutto il Paese, e qui a Milano è aperitivo trendy.
Contempla lo skyline, i tre nuovi grattacieli: Il Dritto, Lo Storto, Il Curvo, che si slanciano in un cielo di rilucente cobalto; all’altezza del suo viso una brezza a tal punto sottile e tiepida e calma che quasi gli sembra di avvertire solo col pensiero. Non se la sente proprio di andarsene da lì, è in armonia con tutto il suo essere, ma sa che tra un po’ dovrà farlo.

Al terzo spritz il senso di euforia si appanna di quel tanto. Subentra quasi di colpo un black-out della rete neurale, che ben conosce. Si alza e procede incerto verso l’auto parcheggiata lungo il marciapiede.
Fabio Roversi, in tardiva ricerca di sé. “Che c’è, Fabio?”, gli torna alla mente quella domanda mentre sta guidando verso casa a una velocità da far morire d’invidia un bradipo. Gliela aveva fatta il giorno prima Milena, sua nuova collega presso la banca dove lui lavora da più di vent’anni. Lui muto.
Il giorno dopo. “Dottor Roversi” il direttore della banca. “Le abbiamo provate tutte con lei, ma non se ne viene fuori. L’abbiamo messa alla prova in non so quante posizioni. Non sto a elencarle. Dovunque, soltanto velleitari tentativi privi di prospettiva. Adesso che facciamo? Anche qui, allo sportello per sbrigare le più elementari funzioni non c’è giorno che lei non ne combini una nuova... ieri ha autorizzato un giroconto a un cliente che aveva sforato il fido. Guardi che, tra l’altro, tira una brutta aria nel nostro gruppo bancario. Si parla di qualche centinaia di sportelli da chiudere”.
“Sì, l’ho letto sul giornale... o ne ho sentito parlare in televisione”.
“E allora?”.
“Non saprei”.
“Mi ascolti bene... a questo punto non mi resta che offrirle un’ultima occasione. Da domani lei passa in archivio e il suo compito sarà di tenere in ordine la pratiche nei vari scomparti... e veda di stare attento, molto attento a quello che fa!”.

Non sopporta il pigiama, né qualsiasi tipo di costrizione, gli piace dormire nudo. È a letto. Soffre d’insonnia. Prova a leggere qualche riga di un libro ma non ce la fa, è confuso. Così, come ogni notte, sperando di addormentarsi passa meticolosamente in rassegna momenti disomogenei della sua vita. Lo trova rilassante. E coglie un legame con il  libro che stava tentando di leggere per ripassare capitoli di suo interesse, Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes; quel libro, quando è in grado di leggerlo, è uno specchio che serve a Fabio per riflettere sui suoi amori; ne ha avuti tanti, per lo più fugaci. Con l’autore di quel saggio ha uno strano rapporto contraddittorio: lo attrae e al tempo stesso lo respinge. Fabio sa che in terra francese pochi ormai leggono Barthes, che viene ritenuto superato, ma è molto apprezzato negli Usa, dove nelle università i suoi scritti sono al centro di profondissime quanto pedanti analisi. Ed è allora − quando pensa a quel paradosso − che Fabio rafforza la sua convinzione di possedere un non trascurabile discernimento letterario, fino a sentirsi in perfetta sintonia con tutti coloro, e sono tanti − critici o semplici lettori − che in Francia non fanno che ironizzare su un altro saggio, La morte dell’autore, sempre di R. B., che con quel testo sostiene di non riconoscere nelle opere letterarie alcun elemento di valore biografico ritenendolo semmai, ove vi sia, puramente aneddotico. Se gli capita di leggere di lui o sentirne parlare, Fabio ripete mentalmente quello che ne dicono i francesi: “Les Americains sont des eternels enfants”. Un modo come un altro per tenere viva l’intima stima di sé. Ma non gli basta.
Il sonno tarda a venire. Poi − solita storia − finisce col chiedersi di che tipo è stata la sua vita fin qui. Inconcludente, gli viene da pensare. Mi sono laureato in scienze economiche alla Bocconi. Avevo una sola, ossessiva, idea nella mente: l’innovazione in quanto tale, al di là di ogni schema non più all’altezza dei tempi. L’innovazione come senso della mia vita. Una vita creativa, vita verticale. Puntare in alto. Come quei nuovi grattacieli alti centinaia di metri che stanno cambiando il volto della mia città, la fanno rinascere offrendola alla vista con un nuovo volto che ti cattura le emozioni. Dopo la laurea sono finito in banca. E mi sono subito messo alla ricerca del nuovo o meglio, a pensarci contando sulle mie doti immaginative di cui ero consapevole. Lì, in banca, avevo l’ambizione di ribaltare i fondamentali di quel settore: indirizzo finanziario, tecniche gestionali, partnership con altre attività a finalità di profitto e cose varie. Ma niente di tutto ciò ha avuto uno sbocco positivo. Di fallimento in fallimento, i miei tentativi. La dirigenza della banca col passare del tempo si è fatta di me una stramba idea, quasi fossi un’ameba, un essere privo di spina dorsale, privo di scheletro, per essere scientificamente preciso. Ma un’ameba acculturata, dico io. Liberarsi di me? In quanti se lo sono chiesto. Ma non se ne parla. La mia assunzione è stata a suo tempo fortemente raccomandata da un politico di quelli che pesano. Sono rischi da non correre... per i dirigenti della banca.
Un giorno, con la dovuta cautela, un funzionario gli ha fatto balenare l’idea di fare quattro chiacchiere con lo psicanalista di cui la banca si serve per certi casi con il personale in difficoltà. Ma lui l’ha guardato con aria stranita, e non ha detto una parola.
“Sai Fabio, tu sei un uomo in ricerca ma la faccenda, secondo me, sta andando avanti da troppo tempo, ne converrai. Del resto, non c’è solo il terreno bancario da sondare... tu hai una profonda conoscenza della letteratura, per esempio, e non t’impegni minimamente per trarne profitto in qualche modo, magari semplicemente per stimolare ancor di più la tua fantasia dopo tante letture” Adriano, suo amico da sempre. Fa il manager assicurativo.
“Vado per i cinquanta, Adriano, te ne rendi conto? Di questi tempi gli editori puntano sui giovani esordienti o su scrittori ormai affermati. E poi, quando mai mi hai sentito dire che vorrei mettermi a scrivere? Mai pensato”.
“No, non era quello che intendevo. Ma parliamo d’altro...  che mi dici di quella tua nuova collega?”.
“Milena. Ah, sì. Ha tutta l’aria di essere succosa e fragrante. Si vedrà”.
“Hmm”.

Questa mattina davanti ai suoi occhi, a Porta Nuova, si erge con tutto il suo fascino il Bosco verticale, due torri di diversa altezza disegnate da Boeri. Non cambia abitudini, Fabio, il bar dove sta seduto all’aperto è diverso da quello della zona Fiera ma le sensazioni che fortemente avverte sono le stesse. E poi quell’aggettivo, “Verticale”, lo fa sentire in coerenza con le proprie mai sopite aspirazioni.
Questa volta c’è Milena seduta di fronte a lui. Ce n’è voluta per convincerla a prendere un caffè con lui. Strano, che dire. Quello è sempre stato un terreno fertile per Fabio, dove però non ha mai trovato la forza interiore di scandagliare i suoi sentimenti per capire in che modo una relazione potesse trovare stabilità, con solide basi. Avvertiva ogni volta un deficit di intima concentrazione.
“Come va in archivio?” Milena.
“Sai che palle”.
Si sporge un po’ in avanti, lo sguardo sul languido. “Tu stai da tempo perdendoti nel tentativo di portare alla luce qualcosa dai possibili sbocchi non del tutto ben disegnati nella tua mente. Ma il tempo vola, Fabio. Ti aspetti forse prima o poi di venirne fuori con un’epifania di genialità?”.
“Genialità. Ma può bastare cercarla?”.
“Dipende”. E allunga lenta una mano sul tavolino sfiorando per qualche istante quella di lui.
Gli scorre un brivido per la schiena.
Milena sta per ritirare la mano, ma si ferma quando scorge sotto il posacenere un cartoncino multicolore con disegni di oggetti a varie forme geometriche, complesse all’inverosimile. Lo sfila da sotto. La scritta salta subito all’occhio Biglietto omaggio-FieraMilanoCity, e una riga più sotto MilanGames Week. Prima di passare il foglietto a Fabio gli dà una rapida occhiata: è un festival internazionale sui giochi high-tech − nuovi e da inventare − con la partecipazione dei più qualificati tecnici di cibernetica provenienti da ogni parte del mondo, un fiume di nerd a totale vocazione videoludica. Lui lo prende, lo gira e rigira, sul retro scorge una serie di lettere scritte a mano, ormai quasi del tutto sbiadite, fatica a leggerle, inforca gli occhiali, stringe gli occhi e sforzandosi cattura a stento le sfocate parole Stay hungry, stay foolish.
“Cazzo, ma è Steve Jobs. Quello, si, che era grande. E verticale, cazzo!”. Si sente preso da un’eccitazione alle soglie dell’isteria.

“Ciao Adriano”.
“Ciao, come va?”.
“Da Dio... se mi segui”.
“Spiegati meglio, Fabio”.
“Hemm... Adriano tu sei o no il gran manager del ramo ‘Abitazioni’ della compagnia di assicurazioni dove lavori?”.
“Si... grande io... be’  insomma”.
“Sì, sì. Lasciami dire”.
“D’accordo, e allora?”.
“M’è venuta un’idea. Un’idea verticale”.
“E dài, con ‘sto cazzo di verticale. Ti vuoi spiegare?”.
“Vieni a cena da me stasera, con tua moglie. Preparerà Milena qualcosa di gustoso”.
“Dunque te la sei fatta... anche lei”.
“Siamo amici... per ora. È una tosta. Allora, vieni?”.
“Va bene, giusto perché è venerdì e domani si riposa. Ma ti sento eccitato, vuoi almeno accennarmi...”.
“Casualità, Adriano, casualità. Qualcosa che non mi aspettavo, ma che può cambiarmi la vita... e magari essere utile anche a te”.

La serata è stata vivace, a buon tasso alcolico. Milena padrona della situazione quasi fosse di casa, del tutto complementare alla concretezza di Ilaria, moglie di Adriano. Fabio e Adriano in un intenso e vivace scambio di vedute su un possibile programma di comune lavoro da valutare.
Dopo quella cena, sono bastati due mesi per lanciare il programma la cui idea aveva fulminato Fabio da quel momento − per lui esaltante −, da quando il forte motto di Steve Jobs veicolato dal foglietto gli aveva acceso il fuoco che lo avrebbe lanciato verso un’avventura del tutto inaspettata.
Prima di allora, della banca non ne poteva più. Cadere in depressione non era più un rischio, ma un’evenienza dietro l’angolo. Sentirsi preso da un’irrefrenabile spinta interiore per fuoriuscire dalla mediocrità e affermare sé stesso grazie alla semplice volontà propulsiva che la sola evocazione del fondatore di Apple aveva come fatto esplodere nel suo animo lo portava a concludere che talvolta nella vita può capitare che la casualità prenda il sopravvento sulla ragione. Una sorta di ribaltamento filosofico.
Ora il programma sta marciando con risultati sorprendenti: si è trattato semplicemente di siglare un accordo tra la compagnia di assicurazioni di Adriano e la banca per rendere obbligatoria alle molte migliaia di titolari di mutui-casa una copertura assicurativa contro ogni rischio derivante dalla proprietà. Idea di una semplicità elementare, che mai gli sarebbe venuta prima. Ci sono voluti centinaia di incontri collegiali con i broker finanziari della banca, un lavoro entusiasmante per Fabio, che ha diretto l‘operazione viaggiando in lungo e in largo per tutto il Paese, da nord a sud, da Trento a Oristano. Neppure certi piccoli centri trascurati. Da subito la partnership ha prodotto consistenti utili per le due società, al di là di ogni aspettativa. Con personali vantaggi anche per i protagonisti, Fabio e Adriano, che in certi momenti stentano ancora a crederci.
Fabio e Milena. Hanno deciso di convivere stabilmente, senza escludere di avere figli; del resto la differenza di età tra i due è di soli quindici anni. Pensano di potercela fare.
È notte piena, fuori nel cielo si staglia la luna di un chiarore da non credere. Prima lui le è sopra, poi passa sopra lei. Per Fabio il letto e i pensieri letterari sono una sola cosa. E la sua mente corre ai Detective Selvaggi, si era immerso in quel romanzo di Bolaño qualche mese prima di iniziare il lungo viaggio di lavoro, e sente ancora vivido il ricordo di quel personaggio femminile che, tra una manciata di pagine e poche altre, fa sesso fino a quando l’alba timida consegna i suoi primi segni di risveglio al giorno che sta per nascere.

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