“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Domenica, 18 Ottobre 2015 00:00

Chiaroscuro

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Subito dopo quel disastro − pur in assenza di una qualsiasi prova o possibile indizio sulla causa che l’aveva provocato − Matteo provò a immaginare un mondo senza confini dove l’accoglienza fosse un valore condiviso non meno di quanto possa esserlo un’auto di cilindrata medioalta dalla carrozzeria metallizzata con cerchioni in lega leggera. Ma fu un pensiero volatile.
Matteo e Toni, due cugini. Vivevano in un minuscolo paese − talmente insignificante che il suo nome è quasi impossibile da ricordare − alle falde delle Alpi, dove il Piave taglia per il lungo la vallata che congiunge Belluno a Feltre.
Toni se ne andò via presto, poco più che ventenne. In paese girava voce che avesse delle idee tutte sue su come fare fortuna tra gente straniera. Matteo aveva quattro anni meno di lui, e stava terminando gli studi.

Per qualche anno Toni non si fece vivo. Dove fosse finito  nessuno lo sapeva, neppure Matteo. Nell’osteria bar del paese capitava che qualcuno si ricordasse di lui, e allora ognuno diceva la sua. C’erano due fratelli un po’ balordi che quando alzavano il gomito saltavano su a dire di avere visto da qualche parte all’estero un tipo che gli somigliava molto, ma se cercavi di saperne di più si affrettavano a farfugliare che in realtà non erano tanto sicuri che fosse lui.
Una gelida mattine d’inverno, Matteo se lo vide sulla soglia di casa.
“Vorrei fermarmi qualche giorno da voi” Toni, sorridendo. “Ho bisogno di riposarmi. Chiedi ai tuoi genitori se non hanno nulla in contrario”.
Matteo e i suoi furono felici di ospitarlo. Gli indicarono un posto ben riparato dove parcheggiare la grossa auto.
L’auto aveva targa straniera.
Toni passò gran parte del tempo a dormire. A tavola parlava poco, e ogni volta che gli domandavano cosa avesse fatto in tutti quegli anni dava la solita risposta. “Ho lavorato molto”. Su quale fosse il Paese dove viveva restava vago. “Un po’ dappertutto”.
Una notte restò fuori casa. Rientrò il giorno dopo all’ora di pranzo. Quello stesso pomeriggio ripartì. All’improvviso, com’era arrivato. “Avrete presto mie notizie... e tu, tu Matteo, preparati a raggiungermi prima o poi“ disse a mo’ di saluto, mentre s’infilava in macchina.
Quando pochi mesi dopo Toni gli scrisse di trasferirsi all’estero, Matteo per qualche istante stentò a crederci. Sebbene avesse ormai l’età per cercarsi un lavoro, quell’idea di lasciare i luoghi della sua vita non gli era mai passata per la mente. Figurarsi adesso, che si era fatto una bella compagnia di amici coi quali divertirsi un sacco. Senza contare che Toni gli era parso alquanto sfuggente, l’ultima volta che s’erano visti.

Emigrazione. Matteo ne sentiva parlare fin da piccolo.
C’erano passati tutti in famiglia. Prima suo nonno, per una vita intera da una parte all’altra al di là del confine. Poi i genitori. Loro, però, non avevano resistito molto; s’erano fatti qualche anno nella Sambre-Mosa: il padre in miniera, la madre a servizio di una famiglia belga piena di marmocchi che strillavano tutto il giorno.
Se ne tornarono al paese appena lei seppe di essere incinta di Matteo.
Coi pochi soldi risparmiati presero in gestione un malandato distributore di carburante. Sopra il distributore c’era un appartamento di due stanze dove si sistemarono.
Così Matteo era cresciuto con la consapevolezza che in passato c’era lavoro per pochi nel profondo nord e che, allora, mettersi in viaggio era l’unica cosa. Ma adesso per quanto riguardava lui, di espatriare neanche a parlarne.
Oggi qui sta cambiando tutto, pensava, nel rileggere la lettera di Toni. Questa non è più un’area depressa come una volta. Col diploma di geometra in tasca potrei fare l’imprenditore edile. Basta avere iniziativa. Stavolta però dovrei almeno chiedere un consiglio a chi se ne intende. Ci sono società specializzate che danno un servizio di consulenza in questi casi, s’era detto.
Ma alla fine non ne fece niente; era abituato a tenersele dentro le sue questioni.
Matteo era consapevole che presto sarebbe venuto il momento di fare i conti con sé stesso. In certe situazioni la sua insicurezza gli dava un senso di vuoto che lo urtava.
Bella trovata, davvero, quella di Toni, si disse. E nient’altro.
Si distese sul letto con addosso i vestiti, si girò sul fianco e lasciò cadere la lettera sul pavimento. Fece caso alle piastrelle, uno strato di polvere opaca aveva fatto sparire ogni traccia di colore. Pensò che qualcuno dovesse lavarle.
Un altro pomeriggio stava per iniziare.
Quella, di solito, era l’ora più deprimente per lui. Non reagì. Del resto non c’era ragione di dare peso all’inattesa offerta di Toni. E nell’abituale stato d’inerzia − ormai assopito − ebbe come l’impressione di udire la voce del cugino che ripeteva il contenuto del suo stesso scritto. “Ehi, Matteo, ti ho osservato, sai, l’inverno scorso, in vacanza lì da voi. Non sei cambiato per niente da quando eri un ragazzino, sempre pigro e svagato. Di' un po’, vuoi farmi credere che stai aspettando che i tuoi vecchi vadano in pensione e prendere tu in gestione quel piccolo distributore? Non ti ci vedo a maneggiare tutto il giorno pompe di benzina, per quattro soldi. Naturalmente preferiresti passare il tempo a leggere quei tuoi libri che ti piacciono tanto, e spassartela di sera con gli amici. Non è così? Ma, caro cugino, è ora che tu pensi a qualcosa di concreto. Guarda me, sono venuto via dal paese con le pezze al culo. Ho lavorato come cameriere qua e là in ristoranti di ogni genere, quanto bastava. Poi un nostro compaesano che aveva aperto una gelateria nel sobborgo della città qui nel nord Europa dove adesso vivo volle che mi trasferissi a lavorare da lui, anche lì avrei fatto il cameriere. Andai alla gelateria con in testa un’idea che ci avrebbe permesso di aumentare le vendite. La mia intenzione era di trasformarla in una gelateria ‘ecologica’. Cominciammo a produrre gelati senza conservanti né coloranti chimici. Fu un successo. Nel giro di pochi mesi gli affari andarono alle stelle. Diventai socio e aprimmo una seconda gelateria in un’altra città. Adesso mi serve un uomo di fiducia, perché voglio rilevare i suoi locali. E siccome il mio socio sta invecchiando ho pensato a te, vieni! Non puoi sprecare un’occasione come questa! Comincerai come ho fatto io, da cameriere, ma avrai anche il compito di controllare il personale. E se ci sai fare, un giorno o l’altro potrai metterti in proprio...".
Toni aveva una forte influenza su Matteo, non solo per via dell’età.
Erano cresciuti insieme. Giorno dopo giorno Toni aveva fatto scoprire al giovane cugino le cose della vita, mostrando talvolta un’eccessiva curiosità per quelle più intime. Come i primi turbamenti dell’adolescenza, che col passare degli anni avrebbero finito per segnare profondamente il carattere di Matteo.
Di scuola, a differenza di Matteo, Toni ne aveva fatta poca ma sapeva intuire i pensieri degli altri senza che loro se ne accorgessero. Era un’arma formidabile che lui usava sapientemente; quando c’era una discussione o una decisione importante da prendere in un modo o nell’altro riusciva a spuntarla sugli altri.
A detta di tutti era uno nato per vincere.
Questa volta, però, la sua lettera non persuadeva Matteo. Anzi, gli dava la sensazione di dover fronteggiare da un momento all’altro una complicazione dagli esiti imprevedibili.
Matteo non sopportava le complicazioni. E quel pomeriggio riuscì a risollevarsi con insolita fatica dal torpore che sempre lo prendeva dopo il pranzo.
Qualcosa con Toni non funzionava.
Un altro giorno inutile, pensò Matteo, dopo essersi alzato dal letto − abituale siesta − dovrei decidermi ad aiutare seriamente i miei genitori al distributore, anziché perdermi nella mie fantasticherie. È un lavoro duro per loro, e gli anni si fanno sentire.
Andò in bagno a rinfrescarsi la faccia, e uscì di casa senza avere idea di quello che avrebbe fatto per tirare sera.

Per un po’ Matteo non pensò a quella faccenda. Ma una notte si svegliò di colpo con la sensazione che stava per accadere qualcosa di inaspettato. E, come se il suo cervello agisse in totale autonomia dal resto del corpo, si accorse che era sul punto di fare ciò che in un primo momento gli era parso semplicemente improbabile.
C’era un che di preoccupante nell’aria, ma non voleva pensarci.
Me ne vado all’estero e facciamola finita, disse fra sé. Ma non gli andava di prendere l’aereo, come gli aveva suggerito Toni. Aveva un certo timore per quel mezzo che non aveva mai provato. Pensò che per lui fosse meglio il treno, non gl’importava di dover sobbarcarsi diversi cambi di vetture nelle varie stazioni da un Paese all’altro.
Fu un sabato, turno di chiusura del distributore. Tra le cime che sovrastavano la valle il sole tardava a presentarsi, a tratti le nuvole striavano la luna che impallidendo a poco a poco sembrava mutare forma. Nella semioscurità Matteo intravedeva dalla finestra quelle poche anse del Piave dove, emanando timidi accenni di chiarore intermittente, si addensava la poca acqua che la stagione povera di piogge metteva a disposizione del vasto letto. Un fiume indolente, gli venne da pensare. Come lui.
Per non svegliare i genitori Matteo fece le poche cose necessarie stando attento a evitare ogni rumore. Si vestì in fretta: jeans, felpa e scarpe da ginnastica. Nello zainetto un paio di libri e il beauty. Dopo avere controllato che nel portafoglio vi fossero abbastanza soldi per il viaggio lasciò una lettera di saluto ai suoi: con poche parole si scusava per non averli informati prima, ma forse era meglio così e in ogni caso si sarebbe fatto vivo presto. Uscì di casa lasciando la porta socchiusa e s’incamminò verso Belluno. Lungo la strada un bar stava per aprire. Matteo conosceva il proprietario. Entrò e se ne stette appoggiato al bancone per qualche minuto in attesa che la macchina del caffè si scaldasse.
Un ragazzo che era sceso da un furgone lasciando il motore acceso entrò di corsa nel locale. “Buongiorno a tutti” disse con fare allegro, e depositò su una sedia vicino alla cassa i giornali che portava lì ogni mattina. Poi scappò via. Matteo scelse il suo quotidiano preferito e diede un’occhiata alla pagina sportiva. Il giornale odorava di fresco.
L’uomo del bar gli fece cenno di sedersi al tavolo dove aveva posato la tazzina e lo zucchero. Il caffè era buono, e Matteo cominciava a sentirsi in forma.
Giunto a Belluno non dovette aspettare molto, prima di partire. Dopo viaggiò un paio d’ore per raggiungere la stazione successiva dove avrebbe preso la coincidenza per passare la frontiera e proseguire verso nord.
Lì l’attesa fu più lunga, e per ingannare il tempo Matteo comprò qualcosa da leggere all’edicola. Andò a sedersi nella sala d’aspetto. Pochi istanti prima che il treno si avviasse entrò nello scompartimento dove aveva prenotato un posto vicino al finestrino. Si guardò attorno con aria distratta senza salutare gli altri passeggeri. Un prete, un uomo distinto di mezza età e una giovane che subito gli lanciò uno sguardo di quelli che lui conosceva bene, erano i suoi compagni di viaggio; se ne stavano seduti di fronte a lui in silenzio. Matteo pensò di sfogliare il giornale, sapendo che di lì a poco si sarebbe addormentato.
Quando si svegliò non aveva idea di quanto tempo fosse passato. Nella fretta di partire s’era dimenticato l’orologio. Peccato, glielo aveva regalato quella brunetta dagli occhi sfavillanti che aveva conosciuto al mare l’anno prima.
Si mise a guardare fuori dal finestrino. Il treno correva veloce abbandonando dietro di sé tante piccole case ben allineate di cui l’ora ormai blu dissolveva i contorni; poi imboccò una valle stretta tra montagne che col calare del sole lasciavano solo immaginare le loro sagome.
A Matteo il buio non piaceva.
Una ripetuta contrazione delle labbra gli fece temere che qualcosa non andava. Quel piccolo disturbo gli capitava ogni volta che non riusciva a rendersi conto della causa di un malumore improvviso. Chissà, forse ora dipendeva solo dal fatto che il traballante carrello delle vivande tardava ad arrivare.
Passò ancora una buona mezz’ora e, finalmente, facendosi precedere da un tocco del suo campanello il cameriere si fermò davanti allo scompartimento. Matteo comprò un panino al prosciutto e una coca. Mangiò con svogliatezza mezzo panino, bevve tutto d’un fiato il bicchiere di coca e si avviò alla toilette. Tornato al suo posto, gli parve che il prete e il distinto viaggiatore non avessero mai cambiato posizione né espressione del volto da quando erano partiti. La ragazza gli dava l’impressione di essere a disagio. Passava da una mano all’altra una rivista che nervosamente arrotolava in continuazione.
Matteo aprì lo zainetto e tirò fuori un libro. Voleva leggere qualche pagina, ma all’improvviso il prete − il suo volto privo di espressione − si alza e senza dire una parola spegne la luce dello scompartimento. Non mi resta che dormire, decise. Si accomodò per bene contro lo schienale e si addormentò di nuovo. Il suo sonno, come al solito, fu profondo.
Alle otto del mattino dopo, brividi di freddo lo svegliarono bruscamente. Udiva persone che parlavano una lingua a lui sconosciuta, i suoi compagni di viaggio erano spariti. A malapena riuscì a leggere sul cartello segnaletico della stazione il nome della città. Era arrivato. Balzò in piedi, uncinò lo zainetto dal portabagagli e si precipitò fuori dallo scompartimento. Per poco non investì una vecchia coppia che si muoveva a fatica nel corridoio, l’uomo trascinava una pesante valigia alla quale la donna si appoggiava con una mano tenendo stretto nell’altra un ombrello che usava come bastone per mantenersi in equilibrio: il volto dei due divenne paonazzo, e Matteo sentì sibilare alle sue spalle parole che non capiva. Saltò giù dal predellino, appena un soffio prima che il capostazione le richiudesse per dare il via con la bandierina.
Si guardò attorno ansando un po’. Folate di gente si susseguivano nei corridoi provocandogli un senso di inquietudine.
Per la gran ressa non riusciva a distinguere Toni. Ci volle qualche minuto prima che l’affollamento si diradasse.
Di colpo si sentì sollevato. Aveva visto Toni, che lo fissava con un sorriso enigmatico standosene appoggiato a una colonna delle pensilina.
Salirono sulla grossa auto ipertecnologica di Toni. Per qualche istante tra loro fu silenzio, Matteo non aveva gran voglia di parlare, si sentiva impacciato. Toni si mise a filare sulla tangenziale. Fu lui a cominciare: una raffica di parole, senza interruzioni, e in pochi minuti gli disse tutto, o quasi, della sua vita in quel Paese straniero. A Matteo quel modo sbrigativo non piaceva per niente, ma non aprì bocca. Aveva notato qualche contraddizione nel racconto di Toni.
Toni se n’era accorto. “Vedrai, qui ti troverai bene in tutto. Certe ragazze poi...”.
“Lo spero” Matteo, senza aggiungere altro.
Dall’alto del raccordo anulare Matteo guardava la città che si estendeva a vista d’occhio. Pensò che neanche a mettere insieme diverse migliaia di paesini come il suo si potesse arrivare a tanto.
Superato lo svincolo, giunsero alla periferia occidentale. Toni parcheggiò l’auto in uno slargo circondato da palazzine bianche. “Ecco, vedi quel viale alberato?”.
Matteo annuì.
“Là in fondo” proseguì Toni “c’è la gelateria che ho aperto per prima. È la più piccola delle due ma anche la più importante per me. Capisci quello che intendo dire? Dopo, tutto è stato più facile”.
Lanciò uno sguardo obliquo a Matteo. Parlò sottovoce. “Bè, diciamo così che il giorno che me ne sono venuto via da casa ho pensato bene di nascondere nella valigia qualcosa che poi mi avrebbe aiutato molto. Una specie di sogno, come succede a ogni emigrante che vuol farsi rispettare”. Alzò il tono. “L’altro locale l’ho messo su a circa cento chilometri da qui, in un Paese confinante. Settimana scorsa ho comprato le quote del mio socio, che si è ritirato a vita privata”. E concluse con voce innaturalmente sommessa che sorprese Matteo: “Adesso le due gelaterie le ho in mano io, e nessun altro. Mica scemo, eh?”.
Matteo fece un mezzo sorriso.
Stavano ormai per imboccare il viale, quando Matteo vide quella cosa situata troppo vicina alla gelateria. Era un fabbricato fatiscente, dalla forma insolita, così almeno gli sembrò.
Toni si accorse subito del turbamento di Matteo.
“Non farci caso” disse “è un ostello per immigrati. Visto da fuori è davvero malconcio, e dentro è ancora peggio. Basta pensare che le tubature dell’acqua si fermano al primo piano. Negli altri due piani s’arrangiano in qualche modo portando su e giù l’acqua con secchi e catini. Per giunta, l’impianto elettrico ogni tanto salta”.
“Ma è brava gente e, tutto sommato, non dà nessun disturbo” proseguì “si alzano all’alba per recarsi al lavoro in una fabbrica d’auto, quasi due ore di pullman; rientrano che è già buio per via degli straordinari e nei giorni di riposo se ne stanno rintanati nelle loro stanze piene di materassi e cianfrusaglie d’ogni genere”.

Il basamento della gelateria era decorato di beole color rosso tenue che accostate al perlinato verdeazzurro della parte superiore conferivano all’edificio un’insolita armonia. Largo e digradante, il tetto presentava una deliziosa alternanza di coppe arancioni e travi di legno scuro. Fuori, la terrazza con tavolini e sedie per la bella stagione.
Sulle prime il locale fece una buona impressione a Matteo, ma come per istinto il suo sguardo si volse all’ostello. Quel colore grigio sporco e le finestre che sembravano piuttosto nere orbite prive di occhi lo fecero sentire a disagio. Si sforzava di capire le ragioni del suo malessere. Qualsiasi ipotesi facesse gli sembrava inverosimile.
Il cielo intanto si era offuscato. Alzò gli occhi osservando le nuvole che si stavano abbassando velocemente e vide, teso tra il tetto dell’ostello e quello della gelateria, il grosso tubo bluastro segnato da profonde fenditure.
Bisognava intervenire. Toni non ne dubitava, c’era il rischio che Matteo si facesse un’idea sbagliata. “È solo un rudimentale cavo elettrico. Serve a quei poveri cristi per non restare senza luce quando il loro impianto non funziona. Insomma, ho permesso a ‘sta gente di allacciarsi ai cavi del mio locale per l’emergenza... chiamiamola solidarietà tra immigrati” vagamente allusivo.
Toni sistemò Matteo in una piccola stanza nell’attico, sopra la gelateria. Matteo diede un’occhiata di sfuggita al mobilio, soffermò con un certo interesse l’attenzione sul suo nuovo letto e sulla soffice moquette dai colori caldi. Non disse nulla di particolare, salvo chiedere quando avrebbe incominciato a lavorare.
“Domani stesso” rispose Toni. “E sveglia alle sette, mi raccomando!”.
In quel momento Matteo decise di scrivere due righe ai suoi.
Nei primi mesi, sul lavoro tutto andò liscio. Matteo imparò il mestiere; serviva con abilità ai tavoli, qualche volta anche al banco, ed era simpatico ai clienti.
Il brutto veniva quando staccava dal lavoro. La sera, sul tardi, saliva in camera sua. Un gesto automatico e il telecomando è già puntato sul televisore, subito s’accende il canale dove a quell’ora danno film porno. Ogni tanto gli capitava di addormentarsi sulla poltrona ed essere risvegliato dallo sfrigolio che seguiva la fine delle trasmissioni. Di scatto si alzava, come preso da un senso di colpa. Con gli occhi semichiusi a stento raggiungeva il lavabo, in qualche modo si lavava i denti e, stremato, finiva sul letto.
Durante il giorno, nelle ore libere non sapeva cosa fare. Si sentiva nell’angolo, come un pugile con poche speranze di tirare la fine dell’incontro.
Fu quando conobbe Ute che qualcosa nella sua vita cambiò.
Lei, Ute, era una ragazza del luogo d’un paio d’anni più giovane di Matteo. L’aveva assunta Toni come aiuto cameriera quando l’immigrato turco che prima svolgeva le stesse mansioni se n’era andato a lavorare alla fabbrica di automobili.
Matteo e Ute si ignorarono per qualche settimana. Agli inizi Ute lavorava dietro il banco, alle confezioni di gelati da asporto. Il che non spiacque a Matteo che non amava troppo parlare col resto del personale, se non per spiegare con poche parole le rare modifiche che Toni apportava agli ordini di servizio.
E poi c’era il problema della lingua.
Sebbene quando studiava da geometra fosse molto portato per l’inglese, ora con la lingua del luogo non faceva nessun progresso. La cosa non sfuggì a Toni. Ne era contrariato. Una sera che il locale era affollato di clienti impazienti di essere serviti, Toni prese in disparte Matteo e fu insolitamente scostante con lui. “Se proprio non te la senti di parlare di più con la gente, che sarebbe il modo naturale per imparare la lingua, comprati almeno un manuale o qualcosa del genere. Ce ne sono diversi tipi in libreria, puoi scegliere”.
Matteo comprò un corso di lingua in cassette.
Qualche giorno dopo Ute si offerse di aiutarlo a studiare. Matteo ne fu sorpreso e subito gli venne il dubbio che Toni stesse manovrando la situazione. Tuttavia era curioso di scoprire se ci fosse sotto qualcosa. Così accettò e si mise d’accordo con la ragazza per vedersi a casa di lei durante l’intervallo del pomeriggio.
Bastarono poche giorni e Matteo sentì crescere l’interesse per lo studio. Una notte era rimasto sveglio cominciando a pensare come sarebbe andata a finire con Ute.
Lei abitava nel quartiere delle palazzine bianche vicino alla gelateria, l’appartamento era piccolo ma pieno di luce. Matteo notò che in quella casa Ute si spostava silenziosamente, con lente movenze, qualsiasi cosa facesse. Per così dire, Matteo percepiva quel silenzio in maniera palpabile: c’era nell’ambiente, pensava, un’aria di ambigua leggerezza dovuta alla presenza della ragazza.
Durante la lezione Ute se ne stava seduta sul divano e azionava il registratore, mentre, adagiato sulla poltrona, Matteo seguiva concentrato i capitoli consultando le pagine del manuale corrispondenti alla cassetta che lei di tanto in tanto interrompeva per ripassare le frasi a lui più ostiche.
Un giorno, a poco meno della metà del corso, Ute gli disse che era molto bravo nell’apprendere.
“Sì” fece lui in modo brusco.
Ute rise coprendosi il viso con un grazioso gesto delle mani, come a voler nascondere un improvviso rossore. Matteo posò il manuale e le si avvicinò sul divano. La mano entrò sotto lo slip e lo fece scivolare lungo le gambe fino a farlo cadere sul pavimento.
Lei lo lasciò fare.

Gli affari intanto prosperavano. Toni aveva in mente un’idea di cui non aveva mai parlato a nessuno. Ci volevano molti soldi per quel progetto. Giocò d’anticipo, pensando che fosse il momento buono per fare il colpo che da tempo meditava. Si trasferiva nell’altra gelateria, quella più grande, per aprire una nuova ala del locale da adibire a pub in perfetto stile irlandese − aveva fiutato una moda che si sarebbe presto diffusa tra i giovani. Propose a Matteo di prendere in gestione la gelateria dove lavorava, con l’intesa che a partire dalla prossima stagione festiva ne avrebbe rilevato una piccola quota per diventare socio di minoranza.
Così me lo lego a doppio filo, pensava Toni.
Matteo senza pensarci su troppo rispose che ci stava, e dovendo decidere la forma di pagamento scelse le rate annuali. In quel modo avrebbe potuto organizzarsi con calma, evitando ogni rischio.
“D’accordo. Ma con tanto d’interessi, naturalmente” aveva buttato lì Toni.
Venne il giorno della partenza di Toni.
Matteo aiutò il cugino a caricare le valigie sull’auto parcheggiata fuori dal cortile, a pochi passi dall’ostello. Come sempre quell’edificio evocava nella fantasia di Matteo esistenze anonime, quasi irreali. E del resto, a causa dei diversi orari di lavoro, rare volte gli capitava di incontrare quei taciturni individui − molti di loro dalla pelle così scura − dai quali preferiva tenersi lontano. Se non altro perché gli davano la fastidiosa impressione di appartenere a un mondo a lui estraneo, se non addirittura ostile.
Partito Toni, Matteo temette di non farcela. La sua vita subì un totale mutamento, ma presto si accorse di essere all’altezza dell’impegno che si era assunto. Le nuove responsabilità sprigionarono tutta la voglia di fare che da tempo, senza neppure averne coscienza, teneva racchiusa dentro di sé.
Fu energico, efficiente; riorganizzò in maniera quasi maniacale l’intero ciclo di lavoro della gelateria.
Ma oltre agli affari che aumentavano, c’erano altre novità.
Gli succedeva qualcosa che non aveva mai provato prima. L’ambiente dove scandiva le sue ore sembrava essersi fatto più luminoso, in qualunque situazione si trovasse. A volte, senza alcuna apparente spiegazione, gli capitava di sfiorare con le mani i comuni oggetti della vita di ogni giorno per la semplice ragione che gli erano ormai familiari. Stava vivendo una sorta di processo di adattamento, di cui non era del tutto consapevole ma che gli procurava piacevoli momenti di serenità.
Si era trasferito nell’appartamento più grande dell’attico, quello che prima era occupato da Toni.
Ute aveva preso a fermarsi da lui quasi ogni notte,
Di giorno, nei turni di riposo facevano lente passeggiate in bicicletta lungo i viottoli costeggianti il fiume che si perdeva fuori dalla città. Stavano bene insieme. E Matteo cominciava a fare confusi progetti su Ute.

L’incendio divampò in piena notte. L’ostello bruciava.
Matteo fu svegliato da Ute, vide negli occhi chiari della ragazza l’ombra della paura e per qualche istante si sentì preso da un paralizzante stordimento. Da fuori, deformati dalle pieghe delle tendine, bagliori rossastri perforavano i vetri delle piccole finestre dell’attico traversando l’intera stanza fino a dissolversi sulle pareti. Udiva l’ovattato rumoreggiare proveniente dalla strada cui sul momento non seppe dare un significato. Ute lo trascinò giù per le scale mentre lui ancora si stava vestendo.
Corsero verso l’ostello. A poca distanza furono bloccati da un cordone di poliziotti che presidiavano la zona. Videro che le fiamme avevano invaso l’edificio; il tetto in gran parte bruciato, mentre dalle cavità di ciò che furono le finestre uscivano disperdendosi nell’aria nuvole di fumo denso e acre.
Le ambulanze stavano trasportando al più vicino ospedale gli ultimi feriti.
“Due... due sono i morti” qualcuno gridava. “E i feriti... gli intossicati, quanti sono?".
Il mucchio degli scampati era ammassato in fondo al viale.
Più numerosi i turchi, per lo più di statura bassa. Qua e là isolati spilungoni dalla pelle nerissima e grandi occhi − senegalesi, si disse Matteo.
Niente urla, semmai un sommesso brusio.
Le donne, alcune con accanto i figli piccoli, erano le più silenziose. Ognuno aveva sulle spalle o vicino a sé quel poco di masserizie e oggetti personali che era riuscito a strappare all’incendio.
Matteo alzò lo sguardo sul tetto ormai divorato dell’ostello.
Fece appena in tempo e distinguere una fulminea lingua di fuoco che crepitando percorreva il breve tratto tra l’ostello e la gelateria.
Si era incendiato il cavo elettrico che congiungeva la parte superiore dei due edifici.
Fu questione di attimi.
I travi della gelateria presero fuoco per primi. Le asticelle di legno che rivestivano la facciata svilupparono violente fiamme che in un batter d’occhio si diffusero nelle sale dove, dopo la chiusura, le sedie erano state poste sopra i tavolini per le pulizie del mattino.
I vigili del fuoco, ancora intenti a spegnere gli ultimi focolai dell’ostello, non fecero in tempo a intervenire.
Ute si teneva stretta a Matteo.
“Distrutti tutti e due, l’ostello e la gelateria” fece lui laconico.

Matteo decise di trasferirsi per un breve periodo a casa di Ute. Avrebbe pensato dopo cosa fare. Per la prima volta da quando aveva messo piede in quella terra straniera avvertiva un vago desiderio di tornarsene al suo piccolo paese. Ma a che fare? E se le indagini sull’incendio avessero preso una brutta piega?
Di lì a pochi giorni lo raggiunse Toni. “Non preoccuparti, Matteo” disse per prima cosa, ostentando tranquillità. “C’è l’assicurazione, e saremo risarciti di tutto quanto. Appena possibile faremo costruire un locale ancora più bello, vedrai. Ci sarà molto lavoro per voi due, e tante soddisfazioni. E poi quanto avranno rimosso le macerie, non avrete più sotto gli occhi quell’ostello di merda!” gli sfuggì a denti stretti.
Toni ripartì promettendo che al più presto sarebbe tornato a trovarli con buone notizie.
Dal canto suo, Matteo si sentiva assalire da un groviglio di dubbi su quel disastro. Era ormai al punto in cui non ce la faceva più a mettere insieme una qualche concatenazione logica.
Se la cavò a modo suo. Inutile tormentarsi, tanto c’è l’assicurazione, ha detto Toni, no? Si disse, illudendosi di liquidare così ogni incertezza.
Quelli che seguirono per Matteo furono giorni di tedio.
La mattina si alzava molto tardi, e subito si trascinava sul divano nel soggiorno restando disteso per ore davanti al televisore sempre acceso.
Una notte ebbe un incubo: disposti come a raggiera attorno a un cerchio di fuoco che nella notte bruciava sul selciato c’erano lui e Ute, alla loro destra una lunga fila di esseri somiglianti ai turchi dell’ostello, più in là figure alte e nere dalle spalle ricurve, e da ultimo, appartato, Toni completava quella geometrica composizione umana. Tutti se ne stavano lì in silenzio a fissare l’abbagliante cerchio di fiamme che inibiva qualsiasi movimento.
Al mattino, Matteo si sentì nel solito stato di cupa insofferenza, non tentò neppure per un istante di dare un possibile significato al sogno. Un particolare di quell’incubo sembrava però non volergli uscire dalla mente: ricordava con chiarezza che ogni uomo aveva al suo fianco una donna. Eccetto uno, il cugino Toni.
Accese il televisore. Trasmettevano un film molto violento. Le scene gli fecero venire in mente un libretto tascabile che per pura curiosità aveva comprato, assieme a qualche giallo, all’edicola della stazione di Belluno quand’era partito per l’estero. Era una specie di intervista, o forse un saggio, sull’intrattenimento televisivo di un filosofo che andava di moda. La prima volta che Matteo aveva tentato di leggere quel libro non riusciva a concentrarsi, saltava con disinvoltura da un capitolo all’altro. Solo qualche passaggio lo aveva impressionato. Per la semplice ragione che a lui piacevano soltanto quelle situazioni dove i personaggi si trovano di continuo coinvolti in conflitti di ogni genere. Ripensandoci avvertì un disagio che gli parve farsi più acuto di momento in momento. Cercava un alibi morale o un attenuante da chissà cosa, forse? e per chi e a che scopo? Ma il tentativo di venirne fuori fallì sul nascere: per tutta risposta la sua mente stava già correndo in direzione della gelateria andata in fumo. Gli bastò fingere di essere convinto che di sicuro qualche dettaglio della faccenda sfuggiva alla sua comprensione.

Per lunghe settimane Matteo e Ute rimasero in passiva attesa di novità. Lei badava con calcolata discrezione alla casa. Ogni mattina, con la scusa delle provviste, andava al centro commerciale, e lì si aggirava per i corridoi più di quanto fosse necessario; in quei momenti le sembrava di alleviare lo stato di tensione nella quale, dopo l’incendio, era stata trascinata. Al rientro evitava di fare domande a Matteo, per non irritarlo. Un giorno, senza una ragione, pensò dopo, gli chiese come stavano i suoi e se lavoravano ancora al distributore. Lui fece cenno di sì muovendo due volte il capo dall’alto in basso. Non una parola.
Niente più passeggiate in bicicletta, era autunno inoltrato e in ogni caso lui non se la sentiva. Quei pomeriggi sembravano non finire mai. Matteo si difendeva dallo smarrimento come poteva, per lo più cercando sollievo tra le braccia di Ute. La ragazza sapeva di buono. Ma, dopo, tutto tornava come prima.
Toni si fece sentire al telefono una domenica mattina: disse che aveva firmato la quietanza di risarcimento. Il che stava a significare che la settimana seguente sarebbe venuto a ritirare l’assegno dell’assicurazione.
Più che dalla notizia in sé Matteo fu subito colpito dal tono di voce del cugino. Gli dava l’impressione di un’elusiva indifferenza, come se Toni avesse qualcosa da nascondere. E in un attimo si insinuò nella sua mente un timore indistinto che poteva trasformarsi in sospetto se non l’avesse rimosso con forza. Di quella storia non ne voleva più sapere.
Due giorni dopo, dalla finestra, Matteo e Ute videro arrivare Toni.
Un azzurro slavato tingeva le palazzine bianche.
Toni camminava a passi decisi, sicuro di sé, come se niente al mondo potesse fermarlo. Sulle sue labbra spiccava un sorriso rassicurante.
In quell’istante Matteo si sentì pervadere da un senso di quiete. Dalla nebulosa delle sue idee stava per farsi strada la convinzione che la verità era a portata di mano. Moriva dalla voglia di abbracciare Ute. Le si accostò. Lo sguardo della ragazza si era fatto d’un tratto duro. Matteo si trattenne, e di nuovo gli parve di vedere allontanarsi ogni possibile certezza.
Toni, prima ancora di salutare, mostrò l’assegno, lo sventolò sotto gli occhi dei due con voluta lentezza tenendolo stretto tra l’indice e il pollice. “Un bel gruzzolo, no? Oggi stesso andrò dall’architetto per dare il via al progetto. A primavera sarà pronta la nuova gelateria. Ce l’abbiamo fatta, che ne dite?”.
Mentre le parole di Toni si perdevano nell’aria, lanciando uno sguardo a Ute che gli puntava gli occhi addosso Matteo si sorprese a pensare che era ormai venuto il momento di sostituire il decrepito impianto di autolavaggio con uno più moderno e agevole da maneggiare... là alla stazione di servizio dei suoi.
Fuori il tempo cominciava a guastarsi.

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