“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 04 Ottobre 2015 00:00

Mio amato carceriere (Epilogo)

Scritto da 

FINO IN FONDO

 

 

Non avvilirti per la modestia dei tuoi progressi.
Ho gioito per gli sprazzi di luce che hai prodotto,
tra le crepe del muro che ci divide.
Ho udito il silenzio che hai creato
e per qualche istante ti ho parlato.
Non essere impaziente di conoscermi,
Perché per me una vita è come un battito di ciglia.
              (VII messaggio) 


Quel mattino dovevo essere impaziente anche nel profondo di alzarmi, perché aprii gli occhi che fuori era ancora buio pesto e un rapido sguardo all’orologio mi informò che mancava qualche minuto alle cinque, la stessa ora in cui mi da molti anni mi alzavo a casa mia.
Non avevo alcuna intenzione di alzarmi a quell’ora impossibile e riuscii a rinviare la mia uscita dal letto fino alle sette, ora a partire dalla quale era consentito l’uso del bagno.

Fui molto rapido e poco dopo ero già diretto verso la sala da pranzo per un’abbondante prima colazione. Per la prima volta, mi concessi di prendere posto ad un tavolo posto di fronte alla vetrata e notai con piacere che la tavolata dei focalizzatori era stata smantellata. Se avevo qualche dubbio sul significato di questa circostanza, mi bastò vedere il volto sereno delle nostre due guide per capire che la recente crisi doveva essere ormai alle spalle.
Si avvertiva già un’aria di smobilitazione, dovuta al fatto che quello era l’ultimo giorno del corso e solo pochi di noi sarebbero rimasti per un’altra settimana per partecipare ad un altro corso. Facevo parte di questo piccolo gruppo e avevo già scoperto che dal giorno successivo avrei dormito al Park, in un delizioso bungalow con vista sul luogo dove si erano insediati i fondatori della Comunità all’inizio di quell’esperienza.
L’idea di vedere più da vicino la vita della Comunità mi elettrizzava, anche se ero in apprensione per il corso che avrei frequentato dei contenuti del quale, come del resto era accaduto per il primo, non avevo alcuna idea.
Fui molto silenzioso e con la mente sgombra da pensieri durante tutto il tragitto verso il Park, ma mentre stavo raggiungendo il Santuario, mi ritrovai a pensare che l’effetto cumulato di tutte quelle giornate così dense aveva prodotto in me la sensazione di essere lontano da casa da molti mesi e non soltanto da otto giorni.
Entrato nella sala, vidi che non erano solo i miei due focalizzatori ad avere ritrovato la serenità, in quanto, girando lo sguardo tutto intorno, vidi sui volti di quasi tutti i presenti un’aria molto distesa, anche se erano evidenti i segni della stanchezza prodotta da quel dibattito durato quasi senza interruzione per due giorni. Anche nelle parole della persona che guidava la meditazione era possibile scorgere le tracce di quel sollievo e l’introduzione assomigliò molto ad un inno di ringraziamento. Ero sinceramente lieto di quell’evoluzione della crisi, ma, non si era ancora spenta l’eco delle parole della nostra guida di quel mattino, che mi ritrovai profondamente e senza alcuno sforzo immerso in un profondo stato meditativo e vidi molto presto apparire i segni premonitori di una ripetizione della forte esperienza precedente.
Non mi ingannavo, in breve tempo visualizzai quella che ormai mi appariva nettamente come una colonna di luce e avvertii nuovamente l’allontanamento della testa dal busto e la spinta verso l’indietro che poneva, almeno così mi sembrava, il capo in una posizione molto innaturale e contraria alla posizione che deve assumere nelle pratiche di yoga.
Quello che distinse quell’esperienza dalle altre, a parte la qualità delle sensazioni, fu la percezione di qualcosa molto simile a due mani che tenevano ferma la testa, esercitando sulla stessa una pressione perfettamente avvertibile e che produceva nella sua persistenza un effetto blandamente doloroso.
Ero convinto, anche se questo era evidentemente assurdo, che quello che stava accadendo non potesse non essere visibile ad un osservatore esterno, ma certamente nessuno dei presenti stava osservando quello che accadeva agli altri.
Non so quanto rimasi in quello stato, ma credo che l’effetto sia cominciato a scemare solo qualche minuto prima del suono finale e delle parole di commiato, ma fu solo una decina di minuti dopo che fui in grado di alzarmi e di muovermi in modo evidentemente barcollante fuori della sala.
Stavolta giunsi in cucina solo dopo il cerchio iniziale e scoprii che ero stato dato per disperso come la mia compagna di corso che aveva disertato l’appuntamento perché aveva un altro impegno. Mi scusai mormorando qualcosa e infilai rapidamente il grembiule, sperando di ricevere presto una mansione per poter superare facendo qualcosa di concreto la ridda di sensazioni che stavo avvertendo al mio interno.
Anche quel giorno, come il precedente, non sorse alcun problema e fui impegnato in attività più complete rispetto ai giorni precedenti, ma, con mio rammarico, anche in quell’occasione non mi fu consentito di assistere alla preparazione dei piatti caldi.
La fine dell’attività giunse anche quel giorno con qualche minuto di anticipo sull’orario previsto e facemmo fatica a trovare un numero sufficiente di persone nella sala per dare vita al grande cerchio. Era il penultimo pasto che avrei consumato insieme a quasi tutte le persone del mio gruppo che erano impegnate nelle attività al Park ed ero particolarmente dispiaciuto per la prossima partenza di Miriam, ma non ero indifferente anche a quella degli altri. Forse era dovuta a questo fatto l’aria di mestizia che percepii nel viaggio di ritorno verso quella che era stata in tutti quei giorni la nostra residenza, ma impiegai il tragitto per scoprire qualcosa di più della vita della mia benefattrice.
Al nostro arrivo ci radunammo quasi tutti anche se non era previsto alcun incontro almeno per un paio di ore, quando si sarebbe svolta la riunione conclusiva prima della cena speciale che poneva ufficialmente termine al corso e durante la quale avremmo, per la prima volta, mangiato assieme a tutte le persone facenti parte del gruppo e alle nostre guide.
Tra i tanti problemi che mi affliggono, quello degli addii è, dopo quello dell’incapacità di partecipare al dolore altrui, il più acuto e, con mia sorpresa, riuscii a viverlo in modo molto tranquillo e prendendo l’iniziativa in quella fase di saluti preliminari, prima del commiato vero e proprio che sarebbe avvenuto soltanto il mattino successivo. Pochi minuti prima dell’inizio della riunione, ci avviammo insieme, ed anche questa era una prima volta, verso la sala che in quei giorni aveva ospitato i nostri incontri.
Frank e Ethel erano già nella grande stanza e prendemmo posto in silenzio ai nostri soliti posti, attendendo da loro il segnale che avrebbe dato l’avvio a quell’ultimo incontro, in quanto la sera a cena ci saremmo visti in modo diverso. Ognuno scelse un modo diverso di salutare gli altri. Alcuni lo fecero con un breve discorso, altri passando davanti a ciascuno e utilizzando formule diverse, ma tutti cercarono di evitare di addentrarsi in questioni profonde o complesse, forse temendo di sciupare l’atmosfera armoniosa che si era creata.Quando venne il mio turno, non fui in grado di seguire il loro esempio e, per la seconda volta in quei sette giorni, cercai di ragionare a voce alta su quello che mi era accaduto da quando ero in quel luogo, sui nodi che erano emersi, sulle soluzioni che pensavo di avere individuato, mentre l’unico argomento sul quale fui in qualche modo evasivo era rappresentato da quanto avevo sperimentato durante le meditazioni. Forse fu l’unica volta in cui non terminai di parlare senza preavvisare gli altri che avevo finito e questo accadde perché anche io volli ringraziare tutti i presenti, nessuno escluso, del loro contributo al processo che era avvenuto in me in quella settimana. Anche se non me ne importava nulla, temevo di avere fatto qualcosa che non rientrava nelle regole, ma dagli sguardi delle guide e dei miei compagni capii che non era così e il loro grazie non fu formale.
Credevo che tutto sarebbe finito lì, ma mi sbagliavo e me ne resi conto quando ci fu chiesto di allontanare le sedie per fare spazio e ci fu proposto di partecipare a qualcosa che era un condensato dei giochi, delle danze sacre e di altre attività che avevamo svolto in quei giorni.
Il blocco della memoria cui ho più volte fatto cenno si è in gran parte dissolto alcune settimane dopo la mia partenza, ma quello che è avvenuto da quel momento in poi in quell’ultimo incontro è rimasto avvolto da un velo che sinora non sono riuscito a squarciare.
L’unica scena che sono riuscito a far emergere, a parte la fase iniziale che ho descritto in modo sommario, è quella nella quale formiamo un serpente che continua ad avvolgersi su stesso sino a che non siamo che una cosa sola ed è difficile distinguere dove finisca una persona e ne inizi un’altra.
Ricordo anche la sensazione finale di felicità che provai quando restammo in quella non comoda posizione prima di scioglierci per ridiventare ognuno l’individuo che era prima di perdersi in quell’indistinto groviglio.
Sono convinto che quello, al di là delle ripetizioni che poi ebbero luogo il mattino successivo, fu il vero momento in cui ognuno diede addio alle altre persone con cui aveva condiviso un livello di conoscenza reciproca difficilmente realizzabile nella vita ordinaria che si svolge fuori da quello, come dai pochi altri luoghi simili esistenti sul nostro pianeta.
Non ricordo cosa feci fino all’ora di cena, né con chi trascorsi quel tempo che mi separava da quello che intuivo sarebbe stato un appuntamento molto importante. Ricordo invece perfettamente il mio ingresso nella sala illuminata quasi a giorno da luci molto forti che davano a quel grande locale un aspetto molto diverso da quello che avevamo conosciuto nei giorni precedenti. All’ingresso, la persona che ci aveva guidato nei giochi era addetta al tavolo dove si servivano le bevande alcoliche e non era l’unica trasgressione perché anche il menu da rigidamente vegetariano come era stato per tutta la settimana includeva, per chi lo voleva, anche una portata di pesce.
Restai sbalordito osservando la scena e, non so per quale motivo, mi venne in mente che a quel punto ci sarebbe stato rivelato che tutte le persone dello staff erano in realtà attori professionisti incaricati di interpretare una parte a beneficio di noi poveri turisti spirituali alla ricerca di emozioni.
Ricacciai indietro quell’assurda idea e presi posto al lungo tavolo coperto da una tovaglia, con le candele accese, i fiori e le bottiglie di vino offerte dalle nostre guide e apprezzai tutto, nello stesso modo in cui avevo apprezzato durante il corso il modo spartano in cui eravamo stati trattati, considerandolo anche oggi essenziale per la buona riuscita dell’esperienza.
La cena scivolò via allegramente, anche perché ci sentivamo tutti, compresi quelli che come me sarebbero stati impegnati sin dall’indomani in un nuovo corso, come studenti e professori al termine di un lungo anno scolastico. Fui informato dai miei giovani compagni di corso che, al pari della cena trasgressiva, anche una serata in discoteca ben si addiceva alla serata conclusiva del corso e, vinta un’istintiva riluttanza, mi adeguai volentieri alla loro volontà.
Salii in camera e decisi che stavolta, a costo di morire di freddo, avrei indossato i miei indumenti bianchi di cotone, con annesse scarpe da ginnastica dello stesso colore e un gilet al quale ero molto affezionato, consolandomi con l’idea che la giacca a vento mi avrebbe comunque riparato dal freddo. L’appuntamento era alle nove e feci così in tempo a concedermi un lungo bagno ristoratore, benedetto da una temperatura dell’acqua che, in quella sera speciale, riuscì a non essere inferiore a quella che ottenevo nel bagno di casa mia. Nonostante tutti i miei preparativi riuscii ad essere in anticipo e presi posto sull’unica poltrona posta all’ingresso accingendomi ad aspettare pazientemente i miei compagni di avventura, che, ad onta delle mie fosche aspettative, iniziarono a giungere alla spicciolata pochi minuti dopo di me e, all’ora stabilita, eravamo pronti per percorrere a piedi il tratto non breve che ci separava dalla discoteca. Giungemmo nel locale già affollato ma con la grande pista quasi deserta, sulla quale si aggiravano sconsolate alcune ragazze del posto e la loro desolazione sembrava contagiare anche l’incaricato della musica che si asteneva dallo sprecare in quel modo i pezzi migliori a sua disposizione. Tra l’entrare e l’invadere la pista passò una frazione di secondo e credo che i presenti impiegarono poco tempo a rendersi conto del cambiamento intervenuto con l’entrata in scena di venti persone cariche di energia.
Non era solo il modo quasi perfetto di muoversi di Mia, della giovane americana acqua e sapone, della giovanissima svedese e delle tante altre nostre compagne di corso e delle residenti che si erano aggregate, eravamo anche noi, lo sparuto gruppo di persone di sesso maschile, che mettevamo a frutto il lavoro sulle danze sacre, sui ritmi e utilizzavamo l’energia accumulata per muoverci in un modo che non sfigurava del tutto con quelle delle nostre compagne.
Mia, poi, divenne immediatamente l’idolo delle cubiste e delle altre ragazze presenti che non si staccarono da lei neanche dopo l’ora di chiusura, ma era da guardare anche lo spettacolo offerto dalle altre donne che dividevano con noi quell’esperienza. Dopo un timido approccio, mi muovevo senza remore sulla pista, giungendo a muovermi in modo vorticoso e con un livello di armonia tale da guadagnarmi l’aperta approvazione di Mia e di altre donne presenti. Tutto si stava svolgendo in un modo bello e spensierato, quando si accese una guerra non dichiarata tra la residente italiana e Mia per la conquista di Giovanni, acuita dal fatto che lui non sembrava in grado di decidere tra le due. Ovviamente, la vittoria per Mia fu un gioco da ragazzi e l’aspetto più crudele della storia fu che la ottenne dando l’impressione che a prendere l’iniziativa fosse stato Giovanni e forse fu per questo che la sua rivale non ebbe la forza di accettare la situazione e ci lasciò in malo modo. Non potei evitare di partecipare al suo dolore e anche la sua incapacità di nascondere la delusione subìta fu per me causa di sofferenza e non provai alcuna soddisfazione per il fatto che ad essere colpita era una persona che, inconsapevolmente ne ero sicuro, mi aveva ferito.
Seppure in modo diverso dalla sera precedente, quando aveva platealmente scaricato Felicia, tuttavia anche quella sera non potei evitare di sentirmi fortemente indignato nei confronti di quella giovane donna che riteneva di poter fare degli altri quello che voleva, semmai con la giustificazione che esisteva sempre per quelle persone la possibilità di rifiutarla. Il mio dolore era acuito dal fatto che ero perfettamente consapevole di come sarebbe finita quella storia per il mio giovane amico e, quando due giorni dopo il fatto si verificò, mi maledissi per aver avuto ragione.
La perdita di energia era stata considerevole e rimasi parecchio tempo al tavolo cercando di riprendermi, ma vi riuscii solo grazie all’influsso positivo delle altre donne del gruppo presenti. Tornai sulla pista dove ballai sino alla fine della serata da solo o con gli altri, riuscendo a trovare anche in questa attività per me così ostica quel livello di concentrazione e di non dualismo che ero riuscito a raggiungere in altre attività svolte in quei giorni.
Sulle note di una dolcissima canzone degli Oasis, ebbe termine quella lunga serata ed uscimmo stanchi ma nuovamente in pace con noi stessi dopo una prova che non era certo stata più facile di quelle che avevo vissuto fino a quel momento.
Tornammo sempre a piedi verso il College e, ad un certo punto, perdemmo di vista Mia e Giovanni. Rientrammo in silenzio e, senza ulteriori tappe, mi recai subito nella mia stanza dove mi spogliai nel più breve tempo possibile, liberai il letto dagli indumenti che vi erano sparsi, spensi la luce e caddi immediatamente in un sonno profondo e senza sogni. 

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