“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 20 Settembre 2015 00:00

Mio amato carceriere (VI capitolo)

Scritto da 

ANGELI CONFUSI

 

 

Sii dolce con te stesso, mio amato carceriere
ed io vedrò più spesso la luce quando tu sei sveglio.
Quante notti ti ho chiamato per condurti con me,
ma la lotta della vita rende troppo denso il tuo corpo.
Se smetti di lottare e di resistere al corso delle cose,
sarai più leggero di una piuma e volerai con me.
            (VI messaggio)  

 

Dopo alcuni giorni di latitanza, quel mattino la mia sveglia interna riprese a funzionare ed aprii gli occhi molto prima del dovuto, scivolando silenziosamente fuori della stanza, ma ben deciso ad evitare anche quel giorno la meditazione dinamica.
Appena possibile, mi recai nella sala da pranzo dove mi servii una colazione molto ricca, iniziando a sperimentare anche alimenti che sino a quel giorno avevo evitato, con lo scopo di allungare la mia permanenza in quel luogo per cogliere gli eventuali sviluppi del dibattito in corso nella Comunità.

Il grande tavolo dei focalizzatori non era stato smantellato ed erano già tutti presenti, ma fui sollevato nel vedere che, a parte l’evidente stanchezza, i loro volti denotavano una grande serenità e altrettanta fermezza. Non era ancora sceso nessuno dei miei compagni di corso, ma avevo ormai preso la decisione di accantonare il mio spirito investigativo, lo stesso che mi aveva spinto a fare per tre anni e quasi senza compenso il giornalista, e di non immischiarmi in faccende delle quali ero a stento in grado di cogliere gli aspetti esteriori. Ciò che a me aveva richiesto uno sforzo e una scelta sembrava, invece, perfettamente naturale per le altre persone del mio gruppo che non si pronunciarono mai, nemmeno nei giorni seguenti, sulle vicende interne della Comunità.
Alla guida del pulmino che ci conduceva verso il Park vi era, quella mattina, una ragazza americana che somigliava in modo impressionante ad una famosa attrice di quel paese e che mi colpì subito per la miscela incantevole di decisione e timidezza. Non conoscevo ancora il suo nome, che era l’equivalente femminile di quello di un importante personaggio biblico, ma quando ne venni a conoscenza e fui messo a parte della sua storia, trovai che mai nome era stato più conforme alla persona.
Quel mattino avrei voluto che il viaggio durasse molto più a lungo del solito per poter prolungare quella vicinanza con la donna che ci portava al nostro lavoro, ma, da abile guidatrice quale era, impiegò anche meno tempo del solito.
L’arrivo al Park interruppe il mio fantasticare e seguii il flusso delle persone dirette alla meditazione in modo un po’ meccanico e senza particolari attese.
Presi posto nella sala e cercai di porre l’attenzione non solo sul respiro spontaneo e sul rilassamento delle parti, ma anche sul breve discorso che introduceva la meditazione e che quel giorno invitava tutti i partecipanti a riscoprire i motivi della loro presenza nella Comunità e dell’utilità dell’esistenza di questa per il perseguimento degli obiettivi di ognuno.
Non so perché, ma quel mattino il processo iniziale fu molto rapido e mi resi conto di essere quasi subito dentro, incapace di sentire i rumori esterni e la presenza delle numerose altre persone presenti nella sala.
All’inizio, cominciai a percepire delle piccole luci rotonde che dalla periferia del mio schermo buio si spostavano verso il centro e iniziai ad avvertire sulle palpebre un calore intenso proveniente da quei piccoli globi luminosi. Ad un certo punto, tuttavia, la situazione iniziò a modificarsi e avvertii un progressivo  allontanamento della testa dal busto e avvertii nettamente una forza invisibile che spingeva indietro la testa, mentre i globi luminosi si concentravano verso il centro formando una colonna luminosa, prima esile poi sempre più robusta e fu in quel momento che avvertii il suono che poneva termine alla meditazione e una calda voce femminile pronunciare le parole di commiato. Non avevo scelta. Ero completamente incapace di muovermi e cercai di favorire con la respirazione il ritorno di tutti i pezzi al loro posto, ma quel processo richiese in ogni modo non meno di una decina di minuti, prima che mi sentissi in grado di alzarmi per recarmi lentamente verso il vestibolo.
Rinunciare a fumare in quel momento non mi costò nulla, in quanto non ne sarei stato assolutamente in grado, ma giunsi comunque con qualche minuto di ritardo rispetto all’orario di avvio dell’attività in cucina, anche se, quando alfine vi giunsi, mi resi conto dallo scarso numero di persone presenti che non dovevo essere l’unico ad avere incontrato quella difficoltà.
Quando finalmente formammo il cerchio per l’attunement iniziale, notai che, anche se in giorni diversi, avevo già lavorato con quasi tutte le persone che quel giorno formavano il gruppo, compresa Fiona, la ragazza che tanto mi aveva turbato il giorno precedente nel corso dell’esperienza sui ritmi. Il candore del suo viso, appena contrastato dall’intensità del suo sguardo mi inducevano a dubitare della mia memoria, ma, ricordando nello stesso tempo le espressioni molto disinibite che avevo colto nei giorni precedenti tra le donne residenti impegnate in cucina, diedi credito alla mia memoria, intuendo nello stesso tempo che il problema era in me e non in quello che avevo visto.
Il gruppo era molto rodato e sotto la guida della focalizzatrice francese tutto filò liscio come l’olio, al punto che ad un certo punto fummo costretti a rallentare il ritmo per non finire in largo anticipo sull’orario fissato per il pranzo ed io potei anche prendermi un paio di pause per fumare. Eravamo tutti molto soddisfatti durante il cerchio finale, convinti di aver compiuto un buon lavoro anche in quel momento così difficile per la vita della Comunità di cui era testimonianza l’invio di contenitori pieni di cibo verso la grande sala dove era in corso l’assemblea permanente.
Quel giorno la sala da pranzo sembrava semivuota, ma io non feci molto caso alla cosa e noi del gruppo impegnati nelle attività lavorative al Park ne approfittammo per mangiare tutti insieme e chiacchierare allegramente sino all’ora di partenza del pulmino, ancora guidato dalla giovane americana. Notai con estremo piacere il modo diverso con cui la osservavo rispetto a poche ore prima. Ero ancora fortemente interessato a lei, ma il mio interesse era di tipo diverso e ispirato a sentimenti più elevati e, se nutrivo un desiderio, era quello di trascorrere lunghe ore con lei per ascoltare dalla sua viva voce quale era stato il suo percorso in quegli anni e a che punto era giunta. Vi era forse un istinto masochistico in questo mio desiderio, in quanto sapevo perfettamente che avrei scoperto che, come era già avvenuto il primo giorno con David, avrei dovuto presto constatare l’abissale distanza esistente tra i nostri livelli di crescita interiore e, forse, anche l’incompatibilità dei nostri linguaggi e, quel che era peggio, avrei potuto scorgere uno sguardo di impotenza compassionevole nel suo sguardo. Nemmeno questi pensieri negativi riuscirono, tuttavia, a modificare in peggio lo stato del mio umore e non perché pensassi che tra qualche migliaio di anni la distanza tra di noi avrebbe potuto ridursi e avremmo potuto incontrarci racchiusi in contenitori diversi con maggiori possibilità di comunicare compiutamente, ma piuttosto perché il mio inferno personale lo avevo già vissuto sino in fondo il giorno prima nello Smokers’ Bar e, grazie all’aiuto di Miriam, ne ero ormai uscito vaccinato per qualche tempo almeno.
Non sarei sincero, dicendo che non ero stupito dell’impermeabilità emotiva che sembrava caratterizzarmi in quel momento, ma ero anche convinto che quei giorni così densi e intensi non erano trascorsi invano e che avevo imparato a resistere di meno alle cose che accadevano e a non vergognarmi di chiedere aiuto nei momenti in cui credevo di affondare, portato giù dagli automatismi e dal residuo peso della corazza che ancora indossavo. Mentre entravo nell’atrio, ricordai all’improvviso che per la prima volta da quando ero in quel luogo avevo un intero pomeriggio libero da gestire e fui sorpreso notando che quella prospettiva mi lasciava alquanto disorientato.
Dopo giorni trascorsi a combattere contro il poco tempo a disposizione tra un’attività e un’altra, con lo strascico di rabbia per l’impossibilità di assaporare le sensazioni al termine delle meditazioni, ero stupito di non desiderare uno spazio che avrei potuto utilizzare per razionalizzare almeno in parte quanto era avvenuto in me sino a quel momento.
Non tentai neanche di tornare in camera per prendere appunti, perché avevo già provato ripetutamente a farlo, bloccandomi invariabilmente dopo qualche riga, sommerso dalla stessa sensazione di nausea che mi colpiva all’inizio quando cercavo di leggere e che, da un paio di giorni, si era attenuata e mi consentiva quest’attività.
Avevo poca voglia di restare da solo e mi misi alla ricerca di Giovanni, sperando che almeno lui avesse un’idea su come impiegare le quattro ore che ci separavano dalla cena, ma scoprii quasi subito che era andato a F. con altre persone.
Fui costretto, quindi, a salire nella stanza e, come sempre accade quando sono incerto sul da farsi, riempii la vasca da bagno e mi immersi nella lettura delle pagine che mi mancavano per finire il libro di un’autrice italiana sulla Comunità.
Mi faceva un certo effetto leggere, stando sul posto, il resoconto che ne faceva quella persona e cercai di capire che idea mi sarei fatta di quello che avveniva in quel luogo leggendo quel libro prima della partenza e, con tutto il rispetto per l’autrice, devo dire che sarebbe stata un’idea molto vaga e credo che ciò sia del tutto normale, in quanto chiunque decide di varcare la soglia di questa istituzione scrive al suo interno un libro diverso, con poche possibilità di trasmettere ad altri il contenuto dello stesso e il resto, come usano dire gli occhiuti caporedattori, è cronaca.
Terminai il libro nella vasca da bagno e, rientrato nella stanza ancora deserta, mi sdraiai sul letto, ben consapevole che non sarei riuscito a dormire, nonostante la poca luce che riusciva a filtrare dalla cappa di nubi era molto invitante per un sonnellino pomeridiano. Ma fu proprio quella scarsità di luce e l’aspetto che dava alla stanza a riportarmi alla mente l’esperienza gnostica vissuta anni prima in Svizzera.
Ero giunto a C. dopo aver seguito un ciclo di conferenze organizzate da un gruppo rosicruciano e dopo una brevissima frequentazione delle loro riunioni che avvenivano in modo alquanto dimesso nel salotto di un appartamento privato. Anche in quel caso, il mio contatto era stata una mia coetanea, la stessa che avrebbe poi favorito il mio incontro con Yogi Bajan e che mi aveva infine dato, pochi giorni prima della mia partenza, una copia della registrazione della conferenza tenuta dalla fondatrice della Comunità nella quale mi trovavo in quel momento.
Nel corso dei tre giorni che trascorsi nell’edificio non vi fu alcuna conferenza, ma solo, una o due volte al giorno, si udiva un suono che annunciava l’apertura della porta che dava su un grande Santuario che aveva al centro una vasca con una fontanella e dove si svolgeva la meditazione che era alternata da letture tratte da un libro. L’atmosfera in quel luogo era molto diversa da quella esistente a F., dominando infatti i toni cupi e un certo compiacimento per l’alone di mistero che circondava anche le attività più minute, con un risultato che contrastava nettamente con l’allegria e il gusto per il colore caratteristici della Comunità. L’impatto era comunque molto forte e ne sentivo gli effetti sia da sveglio che durante il sonno, ma ero preoccupato per le reazioni della mia amica che sembrava continuamente sull’orlo di una crisi di nervi, mentre non sembrarono funzionare i numerosi colloqui individuali di cui fu oggetto da parte dei responsabili del gruppo cui eravamo aggregati. Una provvidenziale svista nel leggere l’orario ci tenne fuori dalla meditazione finale e fui molto scosso dalla reazione della mia amica di fronte al portone sbarrato dell’edificio, quasi vivesse quell’esclusione temporanea e accidentale come una preclusione definitiva di ogni sua possibilità di salvezza. Tornammo separatamente nella nostra città e diverse erano anche le nostre decisioni in merito alla frequentazione di quel gruppo, in quanto io avevo deciso che quel tipo di esperienze, di cui pure riconoscevo l’efficacia, non erano adatte a me, mentre lei, pur stando malissimo, sembrava ostinarsi nel mantenere il legame con il gruppo e fu solo dopo l’intervento di uno psichiatra e una cura drastica che se ne allontanò, passando all’estremo opposto di distruggere tutte le pubblicazioni di cui era ancora in possesso.
L’allegra irruzione di Giovanni e del giovane tedesco nella stanza pose fine a quei cupi ricordi e fui, quindi, particolarmente lieto di rivederli e di poter trascorre del tempo chiacchierando e scherzando sul gioco che avevo iniziato prendendo spunto da quel film americano che, del tutto inconsapevolmente, forniva una chiave di lettura della trasformazione interiore: era sufficiente, infatti, sostituire gli alieni con la parte negletta presente in ognuno di noi e il gioco era fatto. Convinsi Giovanni a fare una passeggiata e gironzolammo per qualche tempo nel bosco grande, chiacchierando e fumando qualche sigaretta.
Credo di non essere stato il solo a sentirmi liberato quando, infine, giunse l’ora di cena e, come era già avvenuto a pranzo, ero al tavolo con tutte persone facenti parte del mio corso e notai che anche quella sera era in corso la cena di lavoro dei focalizzatori. Poco dopo, Frank si accostò al nostro tavolo per informarci che quella sera solo una delle nostre due guide sarebbe stata presente all’incontro serale e che non era ancora in grado di dirci se sarebbe stato presente lui o Ethel. La nostra guida ci tenne ad informarci che la situazione stava evolvendo in modo positivo, evitando tuttavia accuratamente di scendere in particolari.
Mi recai come al solito nello Smokers’ Bar dove incontrai la psicologa gallese seduta con un’anziana signora molto vivace e dallo sguardo caratteristico dei membri della Comunità ma, se possibile, molto più penetrante. La mia compagna di corso ci presentò e l’udire il suo nome fugò rapidamente il dubbio che mi era venuto circa il fatto che potesse trattarsi della fondatrice ancora residente nella Comunità, che invece doveva corrispondere proprio alla anziana signora che vedevo ogni mattina alla meditazione. Quella donna doveva comunque far parte della Comunità da moltissimo tempo ed io incorsi nell’errore di intavolare una discussione sulla differenza tra il lavoro in cucina al Park e al College, spiegando perché ero contento di lavorare nella prima dove tutto era molto organizzato, le focalizzatrici erano meravigliose e le cose fluivano in modo molto ordinato. Mi ascoltò pazientemente e con molta attenzione, anche se sono convinto che prestasse più attenzione al modo in cui parlavo che alle cose che stavo dicendo, e poi mi rispose a bruciapelo che trovava il disordine della cucina del College molto affascinante e che, credendo nella teoria del Caos, riteneva anche che quell’approccio potesse essere molto produttivo. Mi resi immediatamente conto che, almeno per quella donna, quello della discussione sui metodi di organizzazione della cucina era solo un pretesto per indicarmi alcuni miei problemi irrisolti e che consistevano nel mio bisogno di operare in situazioni nelle quali vi fossero regole certe, giustizia nella ripartizione dei carichi e un buon livello di controllo nei confronti di coloro che tendevano ad aggirare il proprio impegno. Non ero in grado in quel momento di percepire tutto questo, mi sembrava soltanto di essere stato smentito su una questione che mi sembrava inconfutabile, ma non ne fui risentito e continuavo ad osservare quella donna con grande ammirazione e anche con un sentimento di sincera deferenza che non sembrava dispiacerle e ci accomiatammo molto calorosamente.
L’incontro sarebbe stato focalizzato da Ethel che si premurò di informarci che Frank, ancora impegnato nella discussione che si svolgeva al piano inferiore, sarebbe giunto nella seconda parte, quando avremmo sentito la testimonianza di un altro membro della Comunità.
Quella sera si “ruppero” una dopo l’altra almeno quattro persone, ma quello che mi gelò fu il lungo e accorato sfogo di Mia, che, dopo aver costituito per giorni l’unico punto di riferimento di Felicia, sembrava essersi stancata di quella situazione e gettava su tutti noi il problema. Al di là dell’oggettività della situazione, quello che Mia aveva molto espressivamente rappresentato mi toccò profondamente, in quanto toccava contemporaneamente parecchie questioni che ritengo fondamentali e rispetto alle quali ancora non sono riuscito ad individuare l’approccio giusto. Farsi carico di un’altra persona, della sua sofferenza, del suo dolore e delle sue ansie è certamente un compito che richiede un’immensa umanità, grande maturazione, notevoli strumenti e un lavoro incessante su se stessi. Avevo sempre ritenuto di non essere in grado di affrontare un compito di queste dimensioni e avevo sempre fatto in modo di non assumermi questo tipo di impegno, spesso con l’alibi di non voler danneggiare ulteriormente, a causa della mia incapacità, la persona in cerca di aiuto.
C’erano nel gruppo persone che avevano una naturale vocazione nei confronti di un simile impegno e questo indipendentemente dall’età o dagli studi effettuati e, come nel caso di Giovanni e di qualche altro giovane componente del gruppo, anche della stessa consapevolezza di possedere questa capacità. Ho fatto tutte queste premesse per chiarire che non sono in grado di ergermi a giudice di nessuno, ma la reazione di Mia di fronte al gruppo riunito e alla presenza della persona in questione suscitò in me un’ondata di rabbia che aveva un’intensità certamente superiore all’ammirazione che avevo nutrito sino a quel momento per quella giovane donna. Non so cosa mi trattenne dall’urlare: “Se non sei in grado di assumerti un impegno con un altro essere umano, astieniti dal farlo, ma, se lo fai, tagliati la lingua prima di ferire chi è già stato troppe volte ferito. Ricorda che nessuno ti ha chiesto di fare quello che hai fatto e che a questo punto ritengo tu abbia fatto anche per soddisfare il tuo ego, per mostrare a tutti noi che tu eri in grado di sbrogliare una matassa dalla quale tutti noi ci tenevamo alla larga, ma sono sicuro che non è stato per amore, in quanto non conosci altro amore che quello per te stessa e, al massimo, ammetti qualcuno, quando vuoi e come vuoi, a partecipare con te all’adorazione della tua persona”.
L’intervento di un’anziana psicologa tedesca tolse la parola a tutti e, come immaginavo, fu tutto rivolto alla vittima intorno alla quale stese un efficace manto protettivo di parole, ignorando completamente l’autrice dello sfogo. Altri interventi si mossero su questa linea e le persone che si espressero, compresa la prima, erano persone con le quali avevo avuto pochi contatti, ma alle quali indirizzai con la maggiore intensità di cui ero capace sentimenti di amore e di profonda gratitudine e mi resi conto che le parole che mi erano rimaste in gola non avrebbero prodotto lo stesso effetto e sarebbero servite soltanto ad esprimere la mia profonda e cocente delusione.
Ethel ebbe la prontezza di capire che quella situazione andava spezzata al più presto e interruppe lo sharing anticipando di qualche minuto il previsto intervento del membro della Comunità e il ritorno di Frank.
Dopo la pausa, la sedia alla mia sinistra era vuota e, quando la donna che avevo conosciuto prima nello Smokers’ Bar fece il suo ingresso, si diresse con decisione verso quell’unico posto rimasto libero.
Quella era decisamente la sera delle sorprese, ma l’anziana signora prese rapidamente in mano la situazione e iniziò a parlare del destino cosmico della terra e dei suoi abitanti con abbondanti riferimenti alle questioni ecologiche e al tema dello sviluppo sostenibile. L’argomento era pane per i denti di gran parte dei partecipanti al corso e innescò una discussione animata, anche se a volte troppo tecnica, ma la capacità della nostra relatrice era proprio quella di ricondurci ogni volta al carattere spirituale e non scientifico della discussione. Feci anch’io un intervento di impostazione pessimistica rispetto alla possibilità di salvezza dell’intero genere umano, in quanto ero convinto che era stato superato il punto di non ritorno e che, quindi, l’unica possibilità consisteva nell’accelerare la crescita interiore del maggior numero possibile di individui, puntando a realizzare una sorta di Arca di Noè per esseri umani in grado di sintonizzarsi su di livello di vibrazioni più elevato di quello del pianeta ormai votato ad un’imminente catastrofe. Con molta pazienza e un atteggiamento non molto diverso da quello che aveva avuto durante il nostro incontro precedente nel luogo dedicato ai fumatori, la nostra conferenziera mi spiegò i motivi per i quali era possibile essere meno pessimisti sui destini del nostro pianeta e, pur non sottovalutando i gravi danni già prodotti, mi ricordò quante volte erano stati in passato individuati punti di non ritorno che non si erano poi rivelati come tali e mi sorrise in modo molto affettuoso e amabile quando convenni con lei, ricordandole a mio danno due tra le date erroneamente indicate dai previsori e il titolo esatto dei lavori in cui tali previsioni erano contenute.
Il grande merito di quella donna, molto più giovane nello spirito di tanti ventenni che ho conosciuto, fu, tuttavia, superiore alla qualità della sua esposizione e me ne resi conto osservando come, verso la fine dell’acceso dibattito, sembravamo tutti degli scolari alle prese con una materia affascinante e i nostri occhi scintillanti di entusiasmo erano l’indizio più eloquente del superamento della crisi che avevamo appena vissuto.
Il cerchio finale fu quasi commovente e un folto gruppetto si offerse di accompagnarla all’ingresso dove avrebbe trovato ad attenderla un taxi che l’avrebbe ricondotta al Park dove abitava in una casa che aveva trasformato in uno dei bed and breakfast più rinomati della zona e dove era consentito agli ospiti di fumare.
Per la seconda volta, ricacciai agevolmente indietro il bisogno di fumare dopo oltre due ore di astinenza e preferii la sala di lettura allo Smokers’ Bar e, dopo una breve sosta per preparare la solita tazza di caffè istantaneo, mi diressi verso una poltrona posta in un angolo appartato dalla quale osservai placidamente le discussioni in corso tra gli ospiti. A poca distanza da me, vi era un buon numero di partecipanti del corso gemello e vidi David con il signore corpulento che già conoscevo e un giovane intellettuale dall’aria supponente che sembrava procedere per citazioni, esponendo i suoi argomenti con grande sicurezza. Ebbi modo, in quell’occasione, di trovare ulteriori riscontri all’idea che mi ero fatto il primo giorno di quel giovane, che riusciva con grande naturalezza a svolgere un ruolo di equilibrio tra persone così diverse come lo erano i suoi due compagni quella sera. Non lo sentii muovere un'obiezione di fronte al torrente di parole che lo investiva senza interruzione, limitandosi a movimenti del capo o ad interventi chiarificatori di quanto andava sostenendo di tanto in tanto l’uomo che si era seduto al mio tavolo il primo giorno e verso il quale quella sera nutrii sentimenti di profonda comprensione. Analizzando l’avversione istintiva che mi suscitava il giovane intellettuale, non ebbi difficoltà a trovarne la radice nella somiglianza tra il suo modo di essere e di rapportarsi agli altri rispetto al mio modo di fare sino a non molto tempo addietro, anche il suo aspetto fisico era molto simile a quello che mi caratterizzava quando avevo circa trenta anni. Quanto era simile la sua sicurezza all’atteggiamento al limite dell’arroganza che io stesso avevo ostentato in passato, quanto simili la sua supponenza e il continuo sfoggio di citazioni a quel mio modo di comportami che tanta antipatia aveva suscitato in chi aveva avuto la sfortuna di incontrarmi soltanto qualche anno prima.
Le cose avvenute quella sera e lo spettacolo a cui stavo assistendo in quel momento mi inducevano a focalizzare la mia attenzione sul sentimento dell’avversione, forse, fra tutti i sentimenti umani, quello con il quale avevo fatto meno i conti in passato. Eppure, quel sentimento mi aggrediva anche in quei giorni con una grande virulenza e una forte capacità di condizionare i miei comportamenti, mi era capitato con l’uomo corpulento incontrato il primo giorno e con alcune delle componenti del mio gruppo, le stesse che avevo rivalutato quella sera.
L’ultimo esempio in ordine di tempo, a parte il giovane saccente, lo avevo avuto due ore prima, quando ero pronto a scagliarmi con grande violenza verbale nei confronti di Mia, mutando in modo così immediato il sentimento che nutrivo nei suoi confronti in un sentimento della stessa intensità ma di segno contrario.
L’aspetto che più colpiva di quella pulsione era dato dalla capacità che aveva di indurmi a compiere azioni delle quali mi sarei pentito o ad evitarne altre che pure ritenevo necessarie, al solo fine di evitare la presenza di persone che non potevo sopportare ed era probabilmente alla base di quella assoluta difficoltà di lavorare in gruppo che avevo tante volte constatato in passato. In quel momento di quiete interna, ero in grado di vedere con una certa chiarezza il grande dispendio di energia attivato dalla reazione ringhiosa all’incontro con persone che spesso nemmeno conoscevo e che, se pure avevano dei conti in sospeso con me, li avevano contratti in un’altra esistenza. Ero consapevole che non sarebbe bastato alcun tipo di ragionamento per uscire da quel corto circuito di azioni e reazioni a me ben noto, ma ero molto lieto di essere stato per una volta in grado di vedere quale era la mia non piccola parte di responsabilità in un meccanismo nel quale di solito mi vedevo soltanto nel ruolo della vittima incolpevole.
Un’occhiata all’orologio mi informò che era trascorsa oltre un’ora dal momento in cui avevo preso posto su quella poltrona e decisi che tre ore di astinenza erano più che sufficienti e che potevo consentirmi una visita al luogo di perdizione racchiuso nell’edificio.
Mentre mi allontanavo discretamente dalla sala vidi che, quasi nascoste dalle alte spalliere di due grandi poltrone vi erano Felicia e Miriam e che la seconda teneva la prima teneramente tra le braccia come aveva già fatto con il partner del momento nel corso dei giochi e le parlava quietamente all’orecchio. Fui molto lieto di vedere nuovamente all’opera la mia fata turchina e lo fui in particolar modo perché ricordavo perfettamente che si era astenuta da un ruolo di appoggio pubblico durante la crisi, preferendo, come stavo constatando in quel momento, un intervento privato di ben maggiore efficacia.
Cambiai direzione per non disturbare quel momento e ne approfittai per prepararmi un’altra bevanda calda e fare un rapido ma abbondante spuntino a base di quel delizioso pane in cassetta condito di un’abbondante dose di burro e di marmellata, prima di percorrere il lunghissimo corridoio che conduce al bar. Mi trattenni giusto il tempo necessario per fumare una sigaretta e scambiare quattro chiacchiere con alcune delle persone presenti e, per una volta, tornai in stanza insieme a Giovanni e al ragazzo tedesco con i quali continuammo a parlare per quasi un’ora ma poi, mentre loro continuavano ancora a chiacchierare, io spensi la luce e sprofondai in un sonno profondo.

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