"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Domenica, 13 Settembre 2015 00:00

Fiction's about what is to be fucking human being

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Quel Baronetto ti sorprende ogni volta che lo ascolti. Sir Gary Brooker, dopo mezzo secolo − da quand’era poco più che ventenne − la sua voce non ha subìto i danni del tempo, ti cattura e ti perdi − ogni volta meravigliandoti − tra le criptiche parole della canzone. Ho attivato YouTube: A Whiter Shade of Pale diffonde il suo fascino tra le pareti del mio studio, le note dell’organo Hammond ne esaltano l’armonia. Quando i Procol Harum la lanciarono non ero ancora nato.
Sono un che non più di due anni fa ha partecipato a un convegno, organizzato in più sezioni, sull’Era Digitale. Uno che, in coerenza col suo forte interesse per la parola scritta, era ormai da tempo alla ricerca − sia pur agli inizi nebulosa − di un modo, un veicolo, per ritagliarsi un ruolo di protagonista, non necessariamente di primissimo piano ma comunque di una qualche rilevanza, nell’ambiente delle umane lettere.

Fu un articolo di Claudio Magris, pubblicato sul CORRIERE DELLA SERA, a procurarmi il colpo di reni necessario. In quell’articolo, lo scrittore triestino metteva in evidenza − con argomentazioni più che convincenti − come nel Webmondo fosse ormai in atto un flusso inarrestabile di narrativa che lui, Magris, definiva come un vasto mondo sommerso di buona, non di rado alta, qualità artistica.
Blogger, redattori di webmagazine, oltre a un buon numero di personaggi non facilmente classificabili, formavano un nutrito quanto vivace gruppo di studio. Se si escludono i puntigliosi interventi sulla tutela di quel tipo di attività prima ancora − per me allora inspiegabilmente − di quanto meritassero di essere approfonditi i mezzi e le strategie necessari per sviluppare quella nuovissima affascinante avventura, la discussione sulle linee artistiche da indagare in generale, sulle correnti narratologiche, sull’arte dello scrivere e le sue dinamiche, ha lasciato aperti molti interrogativi e, al termine del convegno, la mia impressione è stata che ciascuno se n’è tornato a casa con le stesse idee che aveva prima di partecipare a quell’incontro. Io non sono intervenuto.
“Grande questa canzone!” Paolo.
“Che dire, mi piace. Ma ce ne sono tante altre molto buone” Corinna.
Siamo nel mio studio. L’impianto dell’aria condizionata funziona a dovere. Fuori è un sabato milanese tendente all’africano. La bottiglia di Chardonnay è fresca al punto giusto. Domani 1° Agosto 2013 alle prime luci dell’alba lanciamo il nostro web magazine: Logomania.
“Non sei anche tu un po’ emozionato, Enrico?” mi domanda Paolo.
Corinna accenna un vago sorriso.
“Lo sono quanto voi” rispondo. “È la nostra grande scommessa... Tutta nostra”.
C’è voluto un anno di incontri, discussioni − anche accese, in certi casi − quel tanto di studi del settore e cose così. Ci incontravamo in casa mia, nel locale che io chiamo “il mio studio”. Mia moglie Giovanna in quelle occasioni si appartava nel soggiorno con nostra figlia Alice di tre anni. Noialtri, tutti e tre molto in carriera nel proprio lavoro − io mass marketing project manager di un grande gruppo assicurativo internazionale, Paolo giornalista free-lance con frequenti puntate all’estero e Corinna segretaria plurilingue di un direttore generale nella filiera legnoarredo − abbiamo dovuto sottrarre un sacco di tempo al nostro riposo di fine settimana, senza contare il fitto scambio di mail fino a sera tardi negli altri giorni. Ma ora ci siamo.

Due anni dopo. “Dunque, Logomania funziona” dico.
“Si ma c’è ancora molto da fare... e rimuovere certe fisime” Paolo, sornione.
“Per non parlare di una qualche approssimazione da evitare” Corinna, col solito piglio perfezionista.
“Sentite, ragazzi” replico. “Abbiamo un numero di follower più che soddisfacente... e di qualità, direi. Le abbiamo azzeccate tutte: il magazine giornaliero, la rinuncia a un manifesto con una linea artistica e culturale ingessata, come capita di vedere altrove, il no ai commenti − sebbene un po’ sofferto − la chiusura a ogni forma di autoreferenzialità, la disponibilità a pubblicare racconti, note e recensioni dei nostri lettori senza arrogarci il diritto di riservarne esclusivamente a noi l’editing. Che vogliamo di più?”.
“Beh, a questo punto ognuno di noi dovrebbe allargare il proprio orizzonte letterario. Ci aiuterebbe anche a conquistare un’area più vasta di potenziali collaboratori. Certe zone ci sono come precluse per qualche nostra personale chiusura... tu che sei il direttore del giornale, per esempio, ancora oggi fatichi a leggere Borges... non è così?” Paolo.
“Lo so”.
“Forse è il caso di uscire da una tale impasse. Ci sono diversi modi. Pensa che il semiologo Omar Calabrese, discepolo di Umberto Eco, è riuscito solo dopo molti anni a gustare Borges grazie alle storie di Paperino, le cui trame fantasiose lo hanno conquistato e aiutato ad avvicinarsi alla Grande Letteratura. È tutto vero, sai, ce lo ricorda l’Unità sulla pagina culturale di domenica scorsa” Corinna, guardandomi di sguincio.
“Non dubito che in questo caso c’è un mio ritardo. Avete ragione. Ma anche voi avete qualche blocco da rimuovere. Ricordiamoci che verso la fine del secolo scorso David Remnik, allora direttore del New Yorker, ha scritto un articolo dal titolo Europa addio. Il romanzo è americano, che ha dato il via a una vasta e vivace discussione nell’ambiente letterario, non solo di lingua anglosassone. Quindi, cazzo, una maggiore spinta da parte vostra in quella direzione ci eviterebbe qualche distrazione e al tempo stesso ci farebbe considerare con maggior spirito critico la letteratura di lingua ispanica − europea o latinoamericana che sia − che tanto amate. Potrei farvi qualche esempio eloquente, senza peraltro trascurare il dovuto riconoscimento a opere di indiscutibile valore”.
“D’accordo, parliamone.” Paolo.
“Tu, Enrico, sai bene che − sto esagerando ma non troppo − per me esiste solo Musil” taglia corto Corinna.

È andata che abbiamo deciso di sottrarre alle nostre vacanze agostane un’intera, intensissima settimana durante la quale abbiamo rivisitato il nostro precedente lavoro e messo a punto una strategia più aggiornata.
Cosa poi mi abbia spinto a stendere queste note mi è chiaro, ma non del tutto. Non escludo che il timore di perdere per strada motivazioni profonde, sensazioni mai provate in precedenza e stati di cose inaspettati, il tutto come esperienza complessiva che sta influenzando la mia vita e quella dei miei due amici,  mi stia portando a ripercorrere mentalmente la strada che è ormai alle nostre spalle ma tuttavia sensibilmente presente sia sul piano emotivo che nella dimensione fattuale. Per non parlare − ed è tutt’altro che una questione secondaria − di una certa, per ora indefinibile incertezza sul futuro della nostra avventura in rapporto alla vistosa crisi della carta stampata che vive un momento senza precedenti in cui si registra una preoccupante curva verso il basso nelle statistiche che riguardano l’universo dei lettori. E la domanda è: che faranno in un domani non lontano le case editrici?
Ma adesso voglio occuparmi del presente e come ci siamo arrivati.
Con Paolo, cazzutissimo polemista letterario, e Corinna, ineguagliabile rompicoglioni in materia di precisione nonché lettrice vagamente monocorde, abbiamo iniziato chiarendo sin dal primo giorno che il nostro giornale non si sarebbe fatto coinvolgere nella ormai stantia e logorante contrapposizione tra narrativa tradizionalista e quella avanguardista. Il che, tuttavia, non stava affatto a dimostrare che tutti e tre eravamo sulla stessa lunghezza d’onda.
Su di me puntavano amabilmente il dito gli altri due per un mio debolaccio, nei confronti della produzione statunitense. Da parte mia non mancavo di far notare una certa loro sottovalutazione di quella narrativa che, coniugata all’enfasi eccessiva − aggravata da qualche distrazione − da loro riservata al comparto ispanico rischiava di rinchiuderci in un cul-de-sac.
Ed era puntualmente su Borges che la discussione veniva a trovarsi in non poche occasioni sul punto di arenarsi. Leggevo ad alta voce qualche pagina. L’ALEPH, in particolare: “La verità e che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura...", parole che lo scrittore argentino mette in bocca al protagonista del racconto La casa di Asterione. C’era forse bisogno di un azzardo ipotizzando che quelle parole rappresentavano inequivocabilmente il pensiero dell’autore?
Distrazioni, dicevo, i miei amici non hanno mai preso in seria considerazione Enrique Vila-Matas, scrittore dal taglio personalissimo, che in Bartleby e compagnia, parlando di Juan Rulfo, autore nel 1954 di Pedro Pàramo, dopo di che per trent’anni non scrisse più nulla, ne riporta quanto da lui detto in una intervista. “Perché non scrivo?... perché è morto la zio Celerino, che mi raccontava le storie... mi raccontava menzogne allo stato puro, e quindi, naturalmente, ho scritto menzogne allo stato puro...”.
Paradossalmente, poi, i due trascuravano il Cortàzar di RAYUELA, un’opera che non si diletta di impennate liriche similborgesiane ma che raggiunge vertici non facilmente immaginabili nel rappresentare il dolore.
E qui mi fermo. Perché rappresentare il dolore in uno shitty world, parole dell’autore, lasciando viva la speranza di rapporti genuini tra gli esseri umani in una vita che non risparmia alcuna sofferenza, è un’eccellenza delle narrazioni di David Foster Wallace. Non bastasse il fluviale INFINITE JEST sarebbe utile citare due brevi ma intensissimi suoi racconti, quali Solomon Silverfish − dove la malattia diventa amore − e Piccoli animali senza espressione. La grandezza, l’umanità di DFW, che alla letteratura assegna un ruolo attivo, non di sterile fantasia.
Ma non è stata una guerra, tra noi; una sintesi, un equilibrio li abbiamo sin qui sempre trovati. Anche quando si affrontava il tema del postmoderno, tutt’altro che di facile trattazione. E li abbiamo riscontrato, di certi autori cosiddetti postmoderni − americani per lo più − e altri non classificabili in quell’area (ispanici, no?) significative analogie in tema di teleologia su poetiche così diverse. Laddove, per fare soltanto un esempio, l’ironia fine a sé stessa di alcuni noti scrittori postmoderni − escluderei però l’inarrivabile Pynchon, semplicemente avverso al pensiero unico − e l’invenzione molte volte gratuita del pur elegantissimo Borges portano il lettore verso una navigazione a vista, caratterizzata da una deprimente assenza di chiari sbocchi all’orizzonte.
A proposito di postmodernismo il nostro gruppo ha sempre concordato con Don DeLillo che lo ha definito un’invenzione dei critici che ”dà loro potere”.
Siamo dunque agli inizi di una seconda fase del nostro Logomania, c’è da esserne soddisfatti sebbene in qualche occasione, osservando la logosfera, serpeggi tra noi un certo senso di incertezza sul futuro. Che sia il timore di una possibile occupazione del web da parte delle case editrici?
Ma non ci lasciamo spaventare dai fantasmi. Qualcosa però cambia: oggi Corinna ha dato le dimissioni dal nostro magazine ed è approdata in un altro a noi contiguo. Capita. Ci daremo da fare per individuare un blog dove trovare un sostituto. Salutando Corinna, le ho regalato un CD dei Procol Harum con un’ombra più bianca del pallore che, quando ne sentirà il bisogno, le terrà compagnia.
Il viaggio non s’arresta. Abbiamo dalla nostra la consapevolezza che l’esperienza di questi anni ci ha portato a concepire la letteratura nel modo espresso dalle wallaciane parole da me consegnate al titolo di queste note.

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