“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 24 Maggio 2015 00:00

Mio amato carceriere (II capitolo)

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UNA DOMENICA PARTICOLARE

Anche se il tuo silenzio non è sufficiente per udirmi,
non fare sforzi  per conseguirne uno più grande.
Sii consapevole e cerca la dolce quiete, ma non evitare il rumore.
Non dedicare al mondo uno sguardo fuggevole,
ma amalo senza fuggire di fronte al dolore.
Non cercarmi perché io sono già in te
ed è vano fuggirmi perché siamo legati.
Ma, finché vi è uno che desidera e che cerca,
l’incontro non si può realizzare.
            (II messaggio)


Il mattino seguente aprii gli occhi prima delle sei e, come sempre, non potei fare altro che alzarmi e uscire dalla stanza, cercando di non fare il minimo rumore per non svegliare le tre persone presenti e ancora immerse in un sonno profondo.

Mi recai nella piccola biblioteca, ma mi era completamente impossibile leggere qualcosa e provavo un senso di nausea anche solo soffermando lo sguardo su di una retro copertina. D’altro canto, leggevo dall’età di sei anni e un po’ di astinenza non mi avrebbe certo fatto male.
Come la sala da pranzo, anche la biblioteca si restringeva verso l’esterno e una vetrata di forma semicircolare consentiva di vedere un piccolo bosco, mentre il vero bosco era visibile dall’altro lato dell’edificio. La vetrata dava ad Oriente e una comoda ed invitante poltrona sembrava messa lì apposta per consentire a chi lo volesse di aspettare il sorgere del Sole.
Avrei accettato volentieri quell’invito implicito ad attendere in quella stanza il levarsi del Sole nel primo giorno del ritorno all’ora solare dopo i sei mesi per me terribili di ora legale, ma mancava ancora troppo tempo e avvertivo il bisogno urgente di una bevanda calda e di fare un po’ di movimento. Il grande boiler era fortunatamente già in funzione e, dopo essermi leggermente ustionato per aver abbassato di scatto la leva dell’acqua bollente, riuscii finalmente a preparare un caffè solubile e, solo dopo qualche tempo, uscii all’esterno.
Scoprii con sorpresa di non essere il solo in piedi a quell’ora. Ai primi, timidi segnali del levare del Sole, scorsi un orientale che stava compiendo dei movimenti di una non identificabile arte marziale, mentre altre persone sembravano essere lì semplicemente per vedere l’alba.
Non pioveva quella mattina, ma il tasso di umidità era così elevato che sembrava di camminare letteralmente sospesi nell’acqua, ma la temperatura era più che accettabile.
Fumai avidamente la prima sigaretta della mattina, cercando anche questa volta di tenermi il più lontano possibile dall’edificio principale, dirigendomi quasi per caso verso una piccola costruzione che credevo disabitata. Mentre passavo davanti alla parte anteriore di quella costruzione ad un piano, udii da una delle finestre di una stanza completamente buia, una voce femminile che mi chiedeva se ero lì per partecipare alla meditazione dinamica.
Fui quasi sorpreso nell’udire la mia pronta risposta affermativa, ben consapevole del fatto che ignoravo completamente l’esistenza di quell’appuntamento e che ben altri motivi mi avevano spinto verso quel luogo. La voce mi invitò allora ad entrare e mi accorsi che, con ogni probabilità, sarei stato l’unico allievo della giovane donna piccoletta e robusta, che, a giudicare dall’accento, doveva essere di nazionalità tedesca.
Una volta nella lunga sala, cercai di imitare, con scarso successo, i suoi esercizi preparatori, finché non mi chiarì che non era necessario e passai con sollievo a qualche tecnica di preparazione appresa nella mia esperienza triennale di Mantra Yoga. Avevo letto in passato molti libri di Bhagwan Shree Rajneesh (colui che, almeno dopo la sua morte, tutti conoscono come Osho), ma era la prima volta che avevo la possibilità di praticare la sua tecnica più famosa.
Le prime due fasi furono difficili. Non ero bendato come prescritto e come, invece, lo era la giovane tedesca... Tenni, quindi, gli occhi aperti più del dovuto e cercai di seguire i suoi movimenti, con l’eccezione della seconda fase, nella quale è necessario dare sfogo alle tensioni represse.
Ero un po’ disturbato dai forti colpi che dava al suo cuscino e mi limitai ad appoggiare la testa sul mio, ascoltando il respiro e aspettando la fase successiva in una posizione molto raccolta e con la testa all’altezza delle ginocchia. Ma la fase che risultò più ostica per me fu la quarta, quella in cui, ad un segnale predeterminato, bisogna immobilizzarsi per un quarto d’ora nella posizione che si ha in quel momento, il che è alquanto arduo dopo trenta minuti ininterrotti di movimento. Era andata molto meglio la fase precedente, che durava dieci minuti come le prime due, nella quale, dopo un’esitazione iniziale ero riuscito ad entrare bene nella situazione e mi ero identificato, danzando ed emettendo in modo sempre più avvertibile un suono leggermente gutturale, in un nativo d’America con correlativo sviluppo del principio maschile. Ma quella che mi colpì come una folgorazione fu l’ultima fase, quella in cui era possibile danzare senza alcuno schema prestabilito e del tutto soli con se stessi al suono di una dolcissima musica indiana, cosa che feci ad occhi chiusi con un’armonia e una leggerezza che mi sorpresero. Come nella danza un po’ selvaggia della terza fase era prevalso il principio maschile, così, nell’ultima fase, venne fuori prepotentemente il principio femminile e non opposi nessuna resistenza a questa emersione anche per la piacevolezza estrema delle sensazioni che accompagnavano il mio abbandono. Quando la musica si fermò, ebbi la sensazione che quell’ultima fase fosse durata troppo poco, anche se sapevo che il tempo dedicatole era di un quarto d’ora, come nella fase che mi era sembrata eterna, quella dell’immobilità. Anche in quell’occasione, come era già accaduto due volte il giorno precedente, avrei voluto avere più tempo per ascoltare le sensazioni che quella esperienza mi aveva lasciato, ma dovetti affrettarmi per giungere in tempo alla meditazione del mattino che sarebbe iniziata dopo poco più di mezz’ora.
Riuscii a fare in tempo ed ebbi anche modo di fare una colazione lampo, ma ancora una volta avevo la sensazione di correre contro il tempo e mi sentivo anche un po’ in colpa per aver partecipato ad un’esperienza non inclusa nelle attività previste nel programma del mio corso. Ero ancora in piedi vicino al buffet, con una tazza di caffè in una mano e una fetta di pane con poco burro mal spalmato in un’altra, quando vidi che il mio gruppo si avviava allegramente verso la ball room per l’incontro sulle danza sacre, in verità definite nel programma danze segrete.
Fu in quell’occasione che vidi Peter per la prima volta. Come molti membri della Comunità e alcuni partecipanti del mio corso, anche Peter sembrava una creatura dei boschi e vi era un netto contrasto tra il viso giovane e i capelli grigi.
Nei giorni successivi, avrebbe guidato per due volte l’esecuzione dei cinque ritmi, un appuntamento settimanale riservato ai membri della Comunità e agli ospiti, al quale, pur non essendo previsto nel programma, feci in modo di non mancare mai.
La danza, i passi e il coordinamento sono sempre stati un problema per me, e anche in quell’incontro avevo molte difficoltà a lasciarmi andare liberamente e, soprattutto, a non perdere il collegamento tra il ritmo e il passo da eseguire. Ma poi le musiche suggestive e la semplicità dei passi mi trascinarono e, alla fine, scoprii con stupore di essermi quasi divertito.
Una parte non trascurabile nella relativa scioltezza con la quale riuscii ad eseguire i passi richiesti era da collegare alla bravura di molti componenti del gruppo e, in piccola parte, anche a quanto era avvenuto in me quella mattina nel corso della mia tormentata meditazione dinamica.
Non essendo mai stato di domenica in un paese anglosassone, commisi il grave errore di sottovalutare l’estrema importanza del brunch che ebbe luogo in tarda mattinata e mangiai poco e svogliatamente come se si fosse trattato di una semplice ripetizione della prima colazione.
Quello stesso pomeriggio mi sarei reso conto delle conseguenze del mio deficit alimentare e avrei avuto la possibilità di osservare l’irresistibile impulso interiore a nutrirmi al più presto e le nette conseguenze sul mio umore derivanti dall’impossibilità tecnica a soddisfare le mie esigenze.
D’altro canto, avrei avuto modo nei giorni successivi di verificare meglio la crescita abnorme dell’appetito che mi spingeva ad alimentarmi anche cinque volte al giorno. Così come la quadruplicazione della dose di zucchero utilizzata per addolcire le frequenti bevande calde. Questa crescita del fabbisogno alimentare si è accompagnata in quel periodo ad un vero e proprio prosciugamento del corpo, con la quasi completa eliminazione del gonfiore e l’avvio di una sistemazione migliore del grasso in eccesso, del quale, dopo la prima settimana, ne rimaneva comunque ben poco. Mi sorprese non poco, inoltre, la drastica riduzione del fabbisogno di liquidi, in particolare di acqua, iniziata sin dal primo giorno e credo di aver bevuto in tutto non più di due litri di acqua nei quindici giorni trascorsi ad Findhorn.
Avevo un po’ di tempo a mia disposizione e cercai di andare verso il paese, posto a meno di un chilometro dal College, avviandomi per la discesa che era stata così penosa quando l’avevo percorsa il giorno del mio arrivo, procedendo per la lunga salita ripida e sotto la pioggia battente.
Quel giorno, invece, c’era un tempo sereno e l’aria caratteristica di un giorno di festa, ma, arrivato alla base della discesa, e in vista della strada principale, cambiai improvvisamente idea e tornai indietro a passi spediti e in pochi minuti mi ritrovai al punto di partenza, l’ultima curva che nasconde alla vista l’edificio principale. Non avevo alcuna voglia di tornare all’interno del College e mi ricordai che la sera precedente avevo deciso di visitare il Power Point, situato poco al di sopra del grande edificio, ma il buio e i rumori del bosco mi avevano dissuaso.
Mi avviai così verso il sentiero e, dopo aver sbagliato due volte direzione, raggiunsi finalmente quello che ritenevo sembra ombra di dubbio essere il luogo giusto, anche se la descrizione che ne avevamo ricevuto quella mattina era alquanto sommaria. Si trattava di una piccola spianata circolare con un solo albero al centro e che, molto probabilmente, rappresentava la sommità della collina che dava il nome al College.
Non riuscivo a sedermi e cercai di raggiungere uno stato meditativo stando in piedi. Cercai di concentrare l’attenzione sul respiro spontaneo, cercando di avvertire sensazioni particolari, ma non accadde alcunché.
La vista, comunque, era molto bella e restai per qualche tempo a guardare il villaggio che si stendeva al di sotto e potei avere una visione parziale del grande bosco che si estendeva a perdita d’occhio alla mia destra. Se non avevo sbagliato nel seguire le indicazioni sommarie ricevute quel mattino, era esattamente in quel posto che i membri fondatori della Comunità avevano raggiunto il loro personale punto di non ritorno.
Cercavo di immaginare cosa potevano aver provato nel momento in cui passavano consapevolmente dal cammino della volontà a quello della necessità. Li vedevo attraversare quel muro invisibile cui erano giunti grazie alla loro predisposizione, ai loro sforzi e alla cooperazione reciproca, sostenuti dai progressi più rapidi di uno di loro, di una persona che, grazie ad uno sforzo sovrumano, quel muro lo aveva già oltrepassato da tempo. Il libero arbitrio li aveva spinti sin lì, ma erano consapevoli fino in fondo di quello che sarebbe accaduto loro da quel momento in poi? Sapevano che, di lì a poco, nulla e nessuno sarebbe stato uguale a prima?
Certo, avevano negli occhi di chi li aveva preceduti lo specchio di un grande fuoco e di una grande serenità, di una grande mitezza e di una totale assenza di paura, di una grande innocenza e, allo stesso tempo, di una grande ironia. Perché non avevano nutrito il mio timore di perdere il controllo dei pochi anni già trascorsi e dei pochi ancora da venire? Per quale motivo non ci tenevano ad essere loro gli unici autisti della loro vettura di carne e di ossa?
Non saprò mai cosa possano aver pensato in quel momento e se questi timori li abbiano in qualche modo sfiorati, ma so che sono rimasti lì, non sapendo se quello sarebbe stato il momento giusto, non sapendo se avrebbero dovuto fare affidamento sulla volontà ancora per un lungo periodo. Erano lì, dandosi forza l’un l’altro, aspettando senza fretta, forse videro la loro luce crescere diventando una sola luce e i loro volti modificarsi e alla fine non riuscire più a distinguere se stessi dagli altri e, in un attimo, tutto era già avvenuto, il confine era stato passato e il viaggio era iniziato.
Ero ancora lì in cima alla collina e le mie fantasie su quell’avvenimento lontano furono spazzate via da un improvviso colpo di vento e dal repentino abbassamento della temperatura. Il timido Sole era scappato vilmente in ritirata e il cielo minacciava nuovamente pioggia.
Guardando l’orologio, mi accorsi che ero di nuovo in corsa con il tempo, mancavano pochi minuti all’appuntamento per la gita alla Fondazione e mi affrettai senza indugi verso il luogo dove avrei incontrato il resto del gruppo, da cui, sino a quel momento, mi ero tenuto alquanto in disparte.
Partimmo con due pulmini e sembrava veramente di essere in gita scolastica. Passammo una prima volta davanti alla Fondazione ed ero abbastanza impaziente di scendere e visitarla, quando scoprii che eravamo diretti al mare. Dopo la breve sosta sulla spiaggia, dove ci comportammo tutti in modo spensierato e da turisti, tornammo in vista della Fondazione, ma ancora una volta mi resi conto con disappunto che non era ancora quella la nostra destinazione. I pulmini svoltarono, infatti, verso un bell’edificio che sorgeva di fronte al mare ed entrammo in una sala più allegra di quella dove si svolgevano i nostri incontri e fummo informati che in quella sede avremmo deciso, dopo una breve meditazione, le nostre occupazioni lavorative per la settimana.
Mi resi conto subito che in quella sala non erano previste sedie, in quanto il cerchio era composto soltanto da cuscini, ma ottenni senza difficoltà di potermi sedere sull’unica sedia presente in un angolo, suscitando un po’ di invidia in chi non aveva avuto il coraggio di avanzare la stessa richiesta.
Ci vennero lette le occupazioni disponibili e le località dove si sarebbero svolte e poi restammo per alcuni minuti in meditazione per prepararci meglio alla scelta che ci avrebbe poi impegnati per tutta la settimana. Quando furono ripetute le opportunità, scelsi d’istinto la cucina nella Fondazione, per stare più a lungo in quel luogo che quel giorno sembrava sfuggirmi di continuo, ma, anche se la cosa mi attirava molto, il mio umore stava iniziando a volgere pericolosamente verso un tono negativo.
Quando giungemmo finalmente al villaggio che ospita la gran parte dei membri della Comunità ero combattuto tra questo umore nero e la curiosità di vedere da vicino quel luogo. Scesi dai pulmini, ci avviammo per un vialetto costeggiato da casette in legno dove era situata l’entrata posteriore dell’edificio principale della Comunità, che ospitava la cucina, la sala comune e altri spazi per il tempo libero.
Non riuscivo ad osservare quei luoghi, attanagliato come ero dai morsi di una fame crescente e il mio umore negativo tendeva decisamente a peggiorare. Ascoltai a malapena il discorso di uno dei membri più influenti della Fondazione, anche perché costui parlava a velocità supersonica, tale da rendere quasi inutile ogni mio tentativo di tradurre quello che diceva senza al contempo perdere il filo del discorso. Eravamo, inoltre, all’aperto e si era alzato in quel momento un vento gelido che rendeva oltremodo penosa la nostra permanenza all’aperto.
Sentivo crescere in me un senso di ribellione verso i metodi che venivano utilizzati in quel luogo, non capivo il senso della necessità dei momenti di lavoro nell’ambito del nostro corso e poco importava il fatto che ce li eravamo autoassegnati. Sentivo inoltre salire prepotentemente le esigenze alimentari del mio corpo e, non conoscendo gli orari, non capivo perché mai eravamo passati in quella stupenda sala da pranzo senza poter prendere neanche un caffè o una fetta di quelle stupende torte che avevo intravisto. Avrei dato non so che cosa per poter avere qualcosa da mangiare, per non parlare dell’impellente bisogno di fumare una sigaretta dopo quattro ore di astinenza.
Preso da quel vortice di negatività, non riuscii a rendermi conto che era la prima volta dal mio arrivo a Findhorn che mi trovavo lontano dal College e dalla particolare situazione energetica che pur avevo notato con tanta chiarezza ed evidenza nel lunghissimo giorno trascorso in quel luogo.
Anche durante la poco piacevole discussione con Felicia della sera precedente e il conseguente forte calo di energia non mi ero sentito così debilitato. La mia ribellione stava intanto inesorabilmente montando e si manifestò nel rifiuto di compiere con gli altri una specie di visita guidata della Fondazione e rimasi con l’altro italiano del mio gruppo nel bar riservato ai visitatori.
Rifocillatici, ci sedemmo all’aperto davanti ad una tazza di caffè e iniziammo subito a parlare nella nostra lingua, ed era la prima volta che questo accadeva dal mio arrivo, e, come ulteriore atto di ribellione, fumai alcune sigarette di seguito.
Alcune ragazze del gruppo uscirono in anticipo dalla visita guidata e apparivano anche loro un po’ insofferenti del tour de force cui eravamo sottoposti, ma erano allegre all’idea di visitare lo shopping center riservato ai visitatori.
Mentre parlavo con Giovanni, tanto più giovane di me e alla sua prima esperienza del genere, mi rendevo progressivamente conto della puerilità della mia reazione e, anche grazie alla sua tranquillità, sentivo riaffluire in me buona parte dell’energia che sembrava irrimediabilmente scomparsa. Non potei fare a meno di ricordare l’esperienza nel centro gnostico in Svizzera e, più in particolare, il mio successivo atteggiamento ipercritico e negativo, pur di fronte all’evidenza della validità dell’esperienza. Ricordai perfettamente, inoltre, il lungo colloquio con una donna con cui avevo fatto il viaggio di ritorno in treno e trovavo completamente idiote le argomentazioni che avevo addotto a sostegno del mio rifiuto di continuare a frequentare quel gruppo.
Dopo aver girovagato per un po’ di tempo, rientrai nella sala comune con la coda tra le gambe e scelsi volontariamente di sedere vicino ai due focalizzatori, che misi a parte, non senza nutrire sentimenti di vergogna, del mio momento di defaillance, ricevendone in cambio un muto massaggio energetico che lenì le mie ferite, ma accrebbe anche il mio rimorso per la reazione avuta in precedenza. Eravamo partiti come una scolaresca in gita e ci riavviammo al College con un atteggiamento meno spensierato e, almeno per quanto mi riguarda, più consapevole delle difficoltà di cui era disseminata la strada che avevo volontariamente, ma forse non troppo consapevolmente, intrapreso.
A cena, mangiai con grande appetito e, dopo l’esperienza del pomeriggio, cercai di accumulare riserve per le lunghe ore (la cena era alle sei del pomeriggio) che mi separavano dal pasto successivo. Approfittai della cena anche per cercare di conoscere meglio i componenti del gruppo che erano al mio tavolo, ma mi impantanai in una discussione senza costrutto con una donna neozelandese dall’età indefinibile ma dal carattere estremamente risoluto.
Mi recai in leggero anticipo nella sala dove si svolgevano i nostri incontri con qualche residuo sentimento di imbarazzo per la mia reazione pomeridiana e intenzionato a porre maggiore attenzione alle altre persone presenti nel gruppo. Girando lo sguardo intorno, mi soffermai su una ragazza alta e magra con un vistoso cerchietto al sopracciglio destro e mi chiesi come avessi fatto a non notarla in precedenza. Il nome, Mia, era tutto un programma e il suo aspetto e il modo di muoversi facevano pensare ad una modella o una ballerina, tutte e due le attività, d’altro canto, costituivano ottime rappresentazioni dell’illusione. Nei giorni successivi, avrei scoperto che le aveva svolte entrambe. Mia mi aveva certamente colpito, ma il mio istinto mi mise subito in guardia da quella persona così chiaramente inafferrabile, in particolare, e gli avvenimenti successivi lo avrebbero chiaramente dimostrato, dalla persona che avesse avuto in sorte di essere prescelta da lei.
Mentre di Mia non mi ero accorto per quasi due giorni, un’altra figura femminile aveva colpito sin dall’inizio la mia attenzione. Si trattava di una donna australiana dall’età difficilmente definibile, dai lunghi capelli rossi, piccola di statura e, ancor più di Peter, sembrava uscita da un’illustrazione di un libro sulle creature fantastiche dei boschi. Da lei spirava un’aria di fermezza, ma, nello stesso tempo, di grande disponibilità verso gli altri.
L’inizio dell’attunement interruppe il mio curiosare e, quando si giunse allo sharing, fui felice di poter parlare di quanto avevo provato poche ore prima alla Fondazione. Al termine, ognuno di noi dovette scegliere una delle minuscole carte rettangolari del gioco degli angeli e, quando girai la mia, vidi che la qualità che mi era capitata era quella dell’Integrità.
Era passata non più di un’ora dall’inizio della riunione e mi sembrava strano, pur essendo quello un giorno festivo, che l’incontro terminasse così presto, quando una delle nostra guide ci informò che quella sera si sarebbe svolto un incontro con una delle persone residenti nella Fondazione. Venimmo anche informati che quello al quale stavamo per partecipare non era che il primo di una serie di incontri serali con esponenti della Comunità, scelti in modo da rappresentare percorsi e approcci caratteristici di persone a volte molto diverse tra di loro, ma unite dall’obiettivo di procedere verso una reale trasformazione interiore.
Il primo “conferenziere” era l’uomo che avevo visto il giorno precedente impegnato in un’attività che in un albergo sarebbe individuabile nella concierge e a cui avevo affidato quasi tutti i valori di cui ero in possesso. Ricordavo anche che il suo aspetto mi aveva colpito in modo non del tutto favorevole la prima volta che l’aveno visto. Alto, estremamente magro, viso molto affilato, e attraversato sulla guancia da una specie di lunga cicatrice in parte nascosta dai lunghi capelli biondi. L’età era realmente indefinibile, ma ritengo che dovesse oscillare di poco intorno ai 45 anni. Non mi stupì sentire che aveva svolto un gran numero di attività, né che tra poche di queste vi fosse un nesso o un’attinenza. Era stato anche poliziotto negli Stati Uniti, prima di svolgere un gran numero di ruoli nel multiforme mondo della canzone sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna. Ero quasi sicuro di avere visto il suo volto in precedenza e, mollo probabilmente, ciò era dovuto al fatto che poteva essere stato ripreso sul palco durante qualche concerto di importanti gruppi rock o forse poteva aver interpretato qualche ruolo minore in film o telefilm americani.
Ero molto curioso di conoscere i motivi che avevano spinto quell’uomo verso un esperienza di trasformazione interiore, tanto era evidente che, almeno in un passato non troppo remoto, la sua ansia di vivere lo doveva avere condotto verso esperienze in cui probabilmente aveva sottoposto se stesso alla verifica di quasi ogni tipo di limite esistente. Purtroppo, dopo la breve presentazione iniziale, la stanchezza della giornata molto intensa prese il sopravvento e non fui assolutamente in grado di seguire il suo discorso, impegnato come ero a non addormentarmi sulla sedia, cosa che per almeno un paio di volte è stata sul punto di avverarsi.
Fui quindi molto lieto quando l’incontro terminò ed ebbe luogo l’attunement finale che concludeva la riunione, anche se mi resi conto che, a furia di resistere contro il sonno, questo mi era quasi del tutto passato e mi recai con altre persone verso il piano inferiore per andare a fumare.
Lo Smokers’ Bar quella sera era particolarmente affollato ed era quasi possibile fumare senza nemmeno accendere la sigaretta, vista la densità del fumo che ristagnava nell’aria e contro il quale combattevano un’inutile battaglia l’unico aspiratore presente e due candele mangiafumo.
Miriam, la donna australiana dai capelli rossi, e l’unica scozzese presente nel gruppo mi avevano preceduto e, in breve tempo, ci raggiunsero gli altri fumatori che si erano recati prima a fare uno spuntino in cucina. Sedettero al mio tavolo e io fui felice di avere l’occasione di osservare più da vicino quella creatura che tanto mi aveva colpito e che sembrava avere pochissime caratteristiche materiali e una serenità interiore che ero convinto che non potesse che avere carattere di autenticità. Prestai meno attenzione alla terapeuta scozzese, residente nella città più vicina a quel luogo e al termine di una lunga esperienza come docente universitario.
Sembravamo tutti interessati a recuperare la dimensione di festa di quel giorno che per noi era invece soltanto il secondo giorno della settimana di corso. Qualche traccia del fatto che si trattava di un giorno speciale era forse rinvenibile nei residenti che, seppur impegnati in un cammino di trasformazione interiore, sembravano godere in quel giorno di un attimo di relax. La sensazione di particolare densità del tempo non si era assolutamente attenuata nella seconda giornata e mi sembrava di essere lontano da casa da settimane. Il fumo nella stanza era ormai diventato troppo denso anche per me e sentivo il peso del continuo sforzo che dovevo compiere per esprimermi in un’altra lingua e per non perdere parte dei discorsi delle altre persone. Nonostante l’interesse a restare ancora un po’ con i miei compagni di avventura, decisi di preservare le mie forze per le nuove prove previste nel giorno successivo e che era ormai giunto il momento di porre con un atto di volontà fine alle varie giornate contenute in quella domenica.
Ancora una volta percorsi da solo i lunghi corridoi e salii le scale, ben sicuro di essere ancora una volta il primo dei quattro occupanti la stanza ad andare a letto e, come era già accaduto la notte precedente, sprofondai rapidamente in un sonno profondo.

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