”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Sabato, 25 Aprile 2015 00:00

Le idi di maggio

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11 ottobre 2006
Alfredo camminava per l’ultima volta su quel marciapiede, vestito di tutto punto, come gli aveva raccomandato la sua mamma. Aveva una falcata stanca ma fiera, come di chi percorre il miglio verde sapendo che alla fine del corridoio lo attende una nuova vita.
Quell’assurda camminata quotidiana era così frustrante. Passare accanto a quelle persone insignificanti, magari urtarle ed essere costretto a scusarsi, Alfredo era arrivato al limite della sopportazione. Quel giorno però sarebbe tutto finito, l’ultimo sforzo e tutto si sarebbe concluso con un fragoroso plauso da parte della commissione d’esame. La sua tesi era frutto di un lavoro durissimo, per sei mesi non aveva mangiato, dormito, persino non aveva scopato pur di completarla. Il risultato però era un capolavoro, frutto di collaborazioni illustri guadagnate grazie al prestigio dell’illustre padre, un argomento così complesso che anche il più brillante dei suoi compagni di corso non avrebbe capito una virgola.

Ancora un centinaio di metri e la strada sarebbe finita, Alfredo avrebbe detto addio a quella mediocrità, e sarebbe partito per Boston, una specializzazione brillante, poi il dottorato, il concorso, la spintarella se ce ne fosse stato bisogno, ed una carriera di successi. Finalmente sarebbe stato all’altezza dei suoi genitori, all’altezza degli uomini che contano.
C’era un ultimo momento da assaporare prima di mettere la parola fine a quella parte della sua vita: l’ultimo solenne sguardo all’uomo con i baffi, l’insignificante rivenditore della piccola merceria all’angolo, l’assurda e costante presenza nelle sue giornate. L’unico pregio che aveva, Alfredo ne era convinto, era d’aver attirato l’attenzione di un giovane e brillante studente come lui. Tra l’infinita moltitudine di nullità che aveva intorno, quello strano uomo con i baffi aveva ipnotizzato il suo sguardo. Negli ultimi cinque anni, ogni volta che si era trascinato lungo quella strada per andare all’università, l’uomo con i baffi era sempre stato lì, ritto in piedi a scrutare la folla di passanti, come per assicurarsi che tutto fosse in ordine. “Com’è possibile...” questa era la solita domanda che Alfredo poneva a sé stesso. “Com’è possibile che quel tizio sia qui tutte le mattine, fermo, nella stessa posizione di sempre, alla stessa ora, senza battere ciglio, i baffi curati, la camicia nei pantaloni, le mani dietro la schiena ed il mento in su? Com’è possibile che si accontenti di così poco?”. Il problema non era la camicia da due soldi infilata nei pantaloni da due soldi, né tantomeno le braccia magre rigide dietro la schiena, persino i baffi così insensatamente curati non lo disturbavano. L’unica cosa che non riusciva a sopportare era la sua immobilità. Guardava ogni mattina tutte quelle persone che correvano di qua e di là. Le loro esistenze erano patetiche, riempite soltanto da quel finto affaccendarsi, scorrazzare da un lato all’altro della città senza fare nulla, cercando di catalizzare la caduta dei granelli di sabbia nella clessidra dei loro giorni. Le guardava, le commiserava, e le capiva. Capiva la loro esigenza di mentire a sé stessi, di sezionare la vita in anni, gli anni in mesi, i mesi in giorni, i giorni in ore, e di riempire quelle ore con faccende cui attribuivano un peso che le giustificasse. Un peso che giustificasse le proprie ore, i propri giorni, i mesi, gli anni e tutta una vita. Ma l’uomo con i baffi no. Quell’uomo non sembrava voler mentire a sé stesso, non si curava neppure di ingannarsi, stava lì in piedi a fissare qualcosa, chissà da quanti anni e per quanti anni ancora avrebbe continuato.
Alfredo si divertiva a pensare quanto fossero diverse le loro vite. Lui aveva un piano, degli obbiettivi, ogni sua azione aveva uno scopo: voleva arrivare al centro del mondo che si era costruito per anni, e presto o tardi ci sarebbe riuscito. L’uomo con i baffi non sapeva neppure cosa fosse un obbiettivo, si guadagnava da vivere come poteva, rispettava quell’assurdo rituale fatto di abitudini prive di senso. Non aveva idea del perché si curasse i baffi ogni mattina così come non aveva idea del perché lavorasse, lo faceva senza porsi domande, e così restava immobile, per tutta una vita fermo a guardare i passanti, senza passare, aspettando il trapasso.
Per l’ultima volta Alfredo lo guardò, sicuro che anche dieci anni più tardi lo avrebbe ritrovato lì, magari con qualche chilo in più, ma sempre lì, come un soldato abbandonato dal suo comandante, che non può far altro che continuare ad eseguirne gli ordini. Ma questo ormai non era più un suo problema. Trattenne lo sguardo più a lungo del solito, ed infine lo distolse, continuando a camminare verso il suo radioso futuro.

Alfonso quella mattina si era svegliato di buon umore. Il programma della giornata era sempre lo stesso: sveglia alle 6:00, doccia veloce, e poi dieci minuti da dedicare ai suoi baffi, quei folti e curatissimi baffi che aveva fatto crescere come omaggio al padre, un vero cultore del maschio decoro pilifero tra naso e bocca. Subito dopo quei sacrosanti attimi di cura personale, seguiva una colazione abbondante in compagnia dell’adorata moglie, un bacio ai figli e di corsa alla stazione.
Come ogni giorno aprì la saracinesca alle 8:30. Sistemò un paio di cose, controllò la corrispondenza, e si arrestò fuori la porta del suo negozio ad aspettare che il resto del mondo si mettesse in moto. Di solito stava lì in piedi per circa mezz’ora, fissava un punto, e tracciava le traiettorie di tutti i passanti rispetto a quel punto, divertendosi a guardare come queste si intrecciavano, chiedendosi se magari anche le vite di quelle persone si sarebbero intrecciate allo stesso modo. C’è chi fa yoga, chi legge un libro, chi guarda la televisione, Alfonso osservava l’intreccio di passanti, un’abitudine che lo rilassava molto. Dopo quei trenta minuti di osservazione, alle 9 circa, rientrava in negozio per accogliere i primi avventori.
La clientela della merceria era sempre la solita: "Buongiorno dottor Franco", "Signor Luigi, cosa vi serve oggi?", "Signora Carmela, voi dovreste venire a trovarmi più spesso", uomini e donne affezionati, che rendevano piacevoli le giornate di Alfonso. Il locale apparteneva alla sua famiglia da generazioni, era stato un panificio, una pizzeria, una rivendita di antiquariato ed infine una merceria. Era molto affezionato a quel negozio, e nonostante tutto, riusciva a sfamarci una moglie e tre figli, con molti sacrifici, tenendosi ben lontano dai lussi, ma ci riusciva, e non avrebbe potuto chiedere di meglio.
Come ogni giorno chiuse la Saracinesca alle 19:30, e si avviò verso casa. In quel periodo si discuteva spesso in famiglia: c’erano le tasse universitarie di Tonino da pagare, e le gemelle più piccole richiedevano sempre molte attenzioni. I soldi non abbondavano mai, ma Alfonso ed Agnese erano molto felici di riuscire a pagare l’università per il loro primogenito. Ingegneria elettrica, o elettronica, non ricordava bene, ma si fidava ciecamente di suo figlio, un bravo ragazzo, la testa sulle spalle, i suoi genitori ne andavano molto fieri.
Passata mezzanotte, Tonino non era ancora rientrato. Come da abitudine, Alfonso tese l’orecchio nella speranza di sentire il rumore arrugginito della chiave nella serratura. Agnese voleva che il figlio rimanesse sempre in casa, fosse per lei non sarebbe mai dovuto uscire, eccetto magari per la scuola. Lui la vedeva diversamente, “Se studi e lavori duro, poi hai anche il diritto di divertirti” gli diceva spesso. Così quella sera, contro la volontà di sua moglie, gli aveva accordato il permesso di uscire. Aspettò ancora per qualche minuto, ma alla fine dovette arrendersi al sonno, e lentamente si abbandonò ad un lungo riposo.

24 dicembre 2008
– Sei il solito stronzo, le gemelle ti hanno riconosciuto. Domani dovrò passare tutta la mattinata a spiegare loro perché Babbo Natale ha voluto mandare te al posto suo.
– E tu sei la solita pessimista, ti dico e ti ripeto che non mi hanno riconosciuto, sono stato perfetto! – non era stata una vigilia di Natale da ricordare.
– Ma se ti è caduta la barba mentre Angelica stava sulle tue ginocchia... in effetti con tutto quel gin che hai bevuto, è già tanto che non sei caduto tu, dalla sedia.
– Che problema hai con il gin? Mi piace il gin e allora? Vogliamo davvero metterci a parlare del gin? Bene allora Gingilliamoci, mi chino sulle Ginocchia, e ti chiedo la Gintilezza di scusarmi – da un po’ di tempo ormai, Alfonso aveva sviluppato un problema di dipendenza dall’alcool, era diventato un alcolista in maniera così graduale ed insospettabile che faticava ancora adesso ad ammetterlo.
– Alfonso, non sei per niente simpatico, sei solo un povero ubriacone. Lo sai bene che il problema non è il gin, puoi bere tutto lo stramaledetto gin che vuoi, l’importante è che lasci in pace le nostre bambine.
– Lasciarle in pace? Ma cosa sono un cazzo di orco? Sono uno di quei padri che maltrattano le loro figlie? Che le insultano, le picchiano? Sono un padre del genere? – non poteva sopportare quel tipo di insinuazioni, come se lui fosse un cattivo genitore, come se non sapesse crescere le sue figlie.
– Abbassa la voce, le gemelle stanno dormendo.
– Io la abbasso la mia cazzo di voce, ma tu devi smetterla di guardarmi con quegli occhi! Come se io fossi il male del mondo, l’unico male di tutto il cazzo di mondo, come se la colpa di ogni cosa fosse solo e sempre mia, abbassa quei fottutissimi occhi o giuro su dio che te li cavo dalle orbite – Alfonso non l’avrebbe mai neanche sfiorata, quelle che le lanciava erano minacce vuote, come il ringhio di un cane che si sente aggredito. Una risposta automatica all’astio che Agnese gli dimostrava in ogni parola, in ogni gesto. La vide impaurita, forse stavolta aveva esagerato. – Scusami, non volevo essere così aggressivo, lo sai che non ti farei mai del male.
– Certo, lo so, ma con quell’affare in mano mi metti in soggezione...
Solo allora Alfonso si rese conto che durante la loro discussione aveva tenuto stretto in mano il vecchio tagliacarte di suo padre, un oggetto a cui era molto affezionato, ma che in quella situazione l’aveva fatto apparire parecchio minaccioso, forse addirittura pericoloso. – Scusami, non ci avevo neanche fatto caso. – le disse, e lo rimise a posto nel primo cassetto del comodino, accanto alla bottiglia di gin.
– So bene che non mi faresti mai del male Alfonso, e so anche che il mio sguardo ti addolora, ma questi sono i miei occhi, e sono gli unici che ho, non posso guardarti in un altro modo.
– Allora forse non dovresti guardarmi... – una piccola pausa. La rabbia stava gradualmente lasciando il posto al dolore, ed entrambi lo avvertivano in maniera nitida.
Agnese abbassò la testa. – In effetti non lo faccio quasi più... io non ci riesco, mi fai troppa pena. Tu, il tuo gin, tutto il giorno a non fare niente. Non stai affatto bene Alfonso, hai un problema con l’alcool e non riesci neanche ad ammetterlo, sei fermo a due anni fa, vai avanti solo per abitudine.
– Non è vero – certo che era vero.
– Certo che è vero, ma come fai a negarlo? Salti sempre il lavoro, hai smesso di vedere tutti i tuoi amici, non fai l’amore con me da mesi, e l’unica cosa che sembra darti sollievo è quella bottiglia.
– Forse perché quella bottiglia non sta sempre lì a giudicarmi, a farmi pesare tutti i problemi che abbiamo avuto negli ultimi due anni, non sta lì a rinfacciarmi la mo...
– Non dirlo, sai benissimo che non è vero – era vero come la morte.
– È vero come la morte invece. Mi dici che non sto bene, che sei preoccupata per me. Io sto bene Agnese, e se tu mi dessi una mano invece di remarmi contro, non staremmo neppure qui a parlarne. Invece no, preferisci sederti in cattedra e puntarmi il dito contro. Tu non provi compassione per me, tu non vuoi aiutarmi, tu mi detesti e basta. Tiri in ballo scuse assurde come l’alcool ma alla fine lo sai bene che non è così. Tu credi che sia stata colpa mia.
– Non puoi dire questo, non ti ho mai rinfacciato una cosa del genere.
– Mai apertamente, ma lo fai tutti i giorni, in ogni gesto, in ogni parola. Mi dici che non facciamo l’amore da mesi, ma come posso fare l’amore con una donna che mi odia?
– Io non ti odio affatto.
– Eppure non mi ami...
Un silenzio assoluto calò nella stanza. Agnese manteneva lo sguardo basso e né lei, né Alfonso osavano emettere un fiato. Quella frase era nell’aria da tempo, eppure nessuno dei due aveva saputo pronunciarla. Ora si era concretizzata, aveva preso una forma ed un peso, come un macigno stava sulle loro teste a ricordare ad entrambi che più niente aveva importanza. Tutte le ora trascorse a parlarne, i pianti, le grida, la lotta per salvare il loro matrimonio, erano solo parole, parole e polvere.
La notte dell’11 ottobre 2006, Tonino li aveva lasciati, e più niente aveva avuto importanza.

16 luglio 2011
La prima volta che aveva notato quella macchia sul soffitto del suo appartamento era stato due anni e mezzo prima, quando ci aveva passato la seconda notte da solo. Da allora era cambiato praticamente tutto nella vita di Alfonso, e la macchia sul soffitto era una delle poche cose rimaste invariate, almeno fino a quella sera. La guardava da un po’, e più la guardava più si convinceva che assomigliasse a qualcosa, o forse a qualcuno. Inizialmente gli era parso che fosse Marco, il commesso del market dove faceva sempre la spesa, ma la soluzione non era convincente. La fissò con maggiore intensità, e dopo un altro minuto di riflessione... eureka. Era senza ombra di dubbio Hitler. Felicissimo per esserci finalmente arrivato, gli si allargò sulla faccia un bel sorriso spavaldo a trentadue denti, ma l’entusiasmo calò subito, quando realizzò quanto fosse di cattivo gusto esultare per aver visto Hitler.
Fece un sorso di gin, meditando. Quella macchia era davvero di cattivo gusto, ma almeno, ora che sapeva di avere Adolf Hitler sul soffitto di casa, era costretto a rimbiancare la parete, non aveva più scuse. Fece un altro sorso di gin. Eppure quella macchia lo divertiva così tanto. L’idea che qualcuno avesse fatto finire quel liquido marroncino sul soffitto del suo appartamento, l’idea che tutte quelle goccioline sparpagliate in maniera casuale si fossero infrante sulla parete a formare una faccia, e neanche una faccia qualsiasi, ma quella dell’uomo che ad oggi viene considerato il peggior dittatore di tutti i tempi. Quell’idea lo faceva ridere di gusto. Fece un ultimo sorso di gin. Ormai aveva deciso, non avrebbe coperto quel magnifico monumento alla casualità, sarebbe stato il suo segreto, e se pure qualcuno l’avesse scoperto, gli avrebbe detto che si sbagliava, che quella macchia era identica a Marco, il commesso del market.
Posò quello che rimaneva della bottiglia di gin nel primo cassetto del suo comodino, accanto al tagliacarte, i due oggetti più cari che aveva. La bottiglia, compagna delle sue giornate, e il tagliacarte, un ricordo di suo padre, ma anche di tempi migliori, quando tutte le mattine in merceria lo usava per aprire la posta. Chiuse il cassetto a chiave.
Il giorno seguente gli avrebbe fatto visita un impettito e presuntuoso ispettore dei servizi sociali. Quella strega di Agnese, lei e le sue paranoie del cazzo. Continuava a sostenere che le gemelle non fossero al sicuro con lui, e per cosa? Un goccio di gin una volta ogni tanto. Non le vedeva da più di sei mesi, ed il giorno dopo si sarebbe giocato il suo ruolo di padre, tutto in un colloquio di qualche minuto. A dire il vero ne era quasi felice, aveva l’occasione di dimostrare quale magnifico tutore fosse, era sicuro che avrebbe impressionato a tal punto l’ispettore, che alla fine della visita gli avrebbe concesso addirittura l’affidamento. Sovraeccitato, impostò la sveglia per le 8 e si abbandonò ad un breve riposo.
– Apra la porta! – “TUM TUM TUM” Per un attimo Alfonso pensò che fosse solo un sogno, ma poi guardò la sveglia: le 10 e 37 del mattino. Quella maledetta non aveva suonato, ma chi è che bussava alla porta? TUM TUM TUM. – Glielo ripeto, so che è in casa, apra la porta. Sono l’assistente sociale.
“Sono fottuto”.
Si alzò dal letto, si mise una vestaglia e si sciacquò la faccia. Era ancora mezzo addormentato, e un po’ sbronzo per la bevuta della sera prima. Aprì la porta.
– Finalmente! Mi spiace dirglielo ma non iniziamo affatto bene, sono 10 minuti che busso a questa porta, com’è possibile che non mi abbia sentito?
– Mi scusi, sono mortificato, ma vede, la sveglia...
– Ma lei è in pigiama, stava dormendo! Sapeva da una settimana che oggi sarei venuto qui alle 10 e 30, eppure se n’è dimenticato.
– Ma no, le dico che la sveglia non...
– Non accampi scuse, lei si è dimenticato di un appuntamento importantissimo.
– Ma io le giuro...
– La smetta di parlare e vada a darsi una rinfrescata, così non è presentabile.
– Ha ragione, torno subito.
Una decina di minuti più tardi, Alfonso uscì dal bagno, un uomo distinto e per bene, come avrebbe voluto apparire fin dall’inizio. Adesso quello spocchioso dell’ispettore avrebbe cambiato tono.
– Ah, ecco un uomo al quale non mi pentirei di affidare due bambine.
– Gliel’ho detto, è stata tutta colpa della sveglia...
– Sì certo, sarà stata colpa della sveglia. Comunque sia, ho avuto modo di esaminare il suo appartamento, e mi pare che sia tutto in ordine. Niente alcool, nessun oggetto pericoloso, l’unica cosa che devo rimproverarle è il disordine. Questo appartamento va sistemato, è tutto sottosopra, mucchi su mucchi di cose accatastate dappertutto, tanta, troppa sporcizia.
– Lo so bene, e non immagina quanto vorrei rimettere in ordine per l’arrivo delle gemelle ma sa, mia moglie ha ottenuto la casa e gli alimenti, al lavoro gli affari non vanno benissimo e i soldi non abbondano mai, dovrò aspettare ancora un po’ prima di dare una sistemata definitiva.
– Capisco che lei sta attraversando un periodo difficile, ma è fondamentale che l’ambiente domestico sia sicuro perché le bambine possano venire a farle visita. Le darò un paio di settimane prima della seconda ispezione, e quando tornerò, voglio trovare tutto in ordine.
– Certo, glielo assicuro, sarà tutto perfetto... – Alfonso stava già cantando vittoria, l’aveva scampata bella.
– Prima di andarmene comunque voglio farle notare un’ultima cosa – maledizione, perché non se ne andava e basta? Alfonso non era tranquillo. Quel tizio non aveva fatto altro che mortificarlo da quando era entrato, e non vedeva l’ora che uscisse dal suo appartamento. L’assistente lo portò vicino al letto, lontano dalla porta d’ingresso. Alfonso non era affatto tranquillo.
– Vede quella macchia sul soffitto?
Dannazione, era la macchia a forma di Hitler, che l’avesse notata anche lui? Sapeva che avrebbe dovuto cancellarla. – Sì, non ci avevo mai fatto caso prima d’ora...
– Mai fatto caso? Lei si stende ogni sera su questo letto e non aveva mai fatto caso a quella macchia proprio sopra la tua testa?
Perché insisteva così tanto? Cosa voleva? Era solo una stramaledetta macchia a forma di Hitler. – Beh sa, mi addormento sempre steso sul fianco quindi...
– Capisco, eppure mi sembra così strano...
Cosa c’era di strano? Era mai possibile che dovesse essere torturato fino a quel punto solo per una macchia? Che colpa ne aveva se Hitler lo faceva ridere? – Cosa le sembra strano?
– Che lei non l’abbia mai notata.
Ma cosa diavolo voleva quel tizio? Voleva farlo confessare? Voleva forse che Alfonso ammettesse la sua passione per quella macchia? Magari che si dichiarasse un fanatico di Hitler così avrebbe avuto una buna scusa per non fargli vedere mai più le sue bambine. – Senta non l’ho mai vista, che c’è di così strano?
– Ehi ehi, non si scaldi, notavo solo una stranezza.
Ma a che gioco stava giocando? Prima lo metteva sotto pressione, poi gli diceva di stare calmo. Lo stuzzicava per spingerlo a parlare, ma lui non avrebbe fatto un fiato, né su Hitler né su quella macchia. – Qui non si sta scaldando proprio nessuno.
– A me sembra tutto il contrario. Senta, cerchi di calmarsi, la mia valutazione finora è positiva, ma se notassi qualche comportamento sospetto dovrei ricredermi. Un suo scatto d’ira sarebbe una brutta macchia indelebile sulla relazione che ho stilato finora.
Aveva sentito bene? Aveva detto macchia? Sì, quel figlio di puttana aveva proprio detto macchia, “una brutta macchia indelebile”. Si era deliberatamente riferito alla macchia a forma di Hitler, continuava a stuzzicarlo quel maledetto, e per di più adesso lo guardava con un mezzo ghigno di sfida quel bastardo. – La vuole smettere di parlare di questa macchia? Che importanza ha?
– Macchia...? Ma no, io intendevo in senso figurato. Senta, se c’è qualcuno ossessionato da questa macchia, quello è lei, ma si guardi, sta tremando...
Ossessionato? Adesso lo accusava di essere ossessionato da quella macchia? Ma se non aveva parlato d’altro da quando gli aveva aperto la porta… e poi era lui quello ossessionato? Stava tremando è vero, ma per la rabbia. Quel tizio stava facendo di tutto per metterlo in difficoltà, aveva notato anche lui la somiglianza con Hitler e adesso voleva fargli confessare di aver volontariamente evitato di cancellare quella macchia. – Io non sono affatto ossessionato, è lei che mi sta torchiando come fossimo in un interrogatorio, e per cosa poi? Una stupida macchia.
– Ma lo vede? Lei distorce la realtà dei fatti, io volevo solo dirle che quella macchia...
– Avanti su, lo dica, tanto ho capito il suo gioco.
– Il mio gioco? Ma di che cosa sta parlando? Ha bevuto forse?
Adesso basta, Alfonso non poteva sopportare una parola di più. Non che non avesse bevuto. La sera precedente si era scolato mezza bottiglia di gin, e anche prima di uscire dal bagno aveva bevuto un goccetto (ne teneva nascosto un po’ in un flacone di detersivo vuoto, per occasioni come quella), giusto un sorso, per riuscire a rilassarsi. Ma l’alcool non c’entrava proprio niente, era perfettamente lucido e capace di intendere. Aveva capito ormai che quell’ispettore non si sarebbe fermato davanti a niente, che l’avrebbe portato sulla sedia elettrica pur di farlo confessare. Dunque basta così, non voleva essere un burattino, se doveva parlare lo avrebbe fatto a modo suo, perché era lui a volerlo.
– È vero, quella fottutissima macchia assomiglia ad Hitler, non è solo una macchia e non è nemmeno Marco, è proprio Hitler, e sa cosa le dico? Hitler mi fa ridere, anzi no, mi fa scompisciare dalle risate, è la cosa più divertente che abbia mai visto, e sì, non ho voluto cancellare quella macchia perché mi mette di buon umore. Hitler mi fa ridere, e non c’è proprio niente di male. Non capisco come lei possa pensare di togliermi le mie bambine solo perché mi fa ridere un tizio coi baffetti...
– Lei è completamente ubriaco.
– Non sono ubriaco! La smetta di dire che sono ubriaco! – urlò Alfonso – Tanto lo so benissimo, è da quando è entrato da quella porta che ha deciso di non farmele mai più vedere, si è intestardito su quella macchia, ha capito che era il mio punto debole, il mio unico segreto, e mi ha pressato fino a farmi esplodere.
– Lei non sta affatto bene, sta delirando.
– Io sto benissimo! – ma stavolta pensò che urlare non fosse abbastanza, e decise di accompagnare le parole con un calcio al comodino. La fragile composizione architettonica di compensato ammuffito cadde a terra e si sfasciò, facendo rotolare la bottiglia di gin dritta ai piedi dell’ispettore. L’uomo la guardò, la raccolse e squadrò con espressione disgustata Alfonso, dalla testa ai piedi.
– Ora si spiega tutto. Mio caro, è stata una benedizione per me poter assistere a questo spettacolo, stavo quasi per concederle una visita settimanale alle sue figlie, ma per fortuna lei si è rovinato da solo – gli lanciò la bottiglia semivuota, ed Alfonso l’afferrò al volo – Si tenga la sua bottiglia, e stia pur certo che le bambine le rivedrà tra molto, moltissimo tempo. Ah, e per la cronaca, quella macchia non assomiglia neanche lontanamente ad Hitler, è solo una macchia santo Dio – e uscì, sbattendo la porta alle sue spalle.
Alfonso era stremato, raccolse il tagliacarte caduto per terra e lo ripose con cura sul tavolo del salotto. Aveva appena perso la possibilità di vedere le sue figlie chissà per quanto tempo ancora. Fece un sorso di gin. L’unica cosa che poteva fare ora era mettersi a dormire, ci avrebbe ripensato a mente lucida.
La sveglia suonò alle 20:00.

3 febbraio 2013
Era arrivato al capolinea.
Come una vecchia locomotiva un tempo maestosa, si era lentamente sfasciato, prima la carrozzeria, poi qualche danno al motore, e infine aveva deragliato.
Finalmente Alfonso l’aveva capito: era stata tutta colpa del gin. Dopo la morte di Antonio, il gin era stato la causa di tutti i suoi problemi. Ricordava ogni occasione in cui Agnese lo aveva avvertito che stava esagerando, ricordava ancora la visita dell’assistente sociale come fosse successo il giorno prima, ed infine, ricordava in maniera nitida di quando aveva dovuto vendere il locale per pagare l’affitto, proprio il giorno prima.
Guardò a lungo la bottiglia che ancora teneva tra le mani. L’alcool era solo la manifestazione più evidente dei problemi di Alfonso. Da anni ormai non aveva più una vita sociale, e gradualmente aveva perso tutti i suoi affetti, le passoni, e la voglia di fare qualsiasi cosa. Prima di vendere il locale a suo cugino (“almeno così resta in famiglia” gli aveva detto per convincerlo a comprare), si era assentato spesso dal lavoro, ed anche quando ci andava, non si può dire che fosse un bello spettacolo. Era diventato insofferente, sul bancone teneva sempre una bottiglia semivuota, in bellavista, alcune volte senza farci caso, altre invece sperando che fungesse da deterrente per i suoi potenziali clienti. Nessuno vuole fare acquisti nel negozio di un ubriacone, nemmeno il dottor Franco, il signor Luigi e la signora Carmela. E come biasimarli, anche lui, se avesse potuto, sarebbe stato lontano da sé stesso.
Ora gli appariva tutto in maniera così chiara, così inequivocabile. Avevano tutti ragione, doveva smetterla di bere, ma negli ultimi anni era stato troppo male per riuscire a capirlo. Adesso però stava benissimo: quello era uno dei suoi rari momenti di lucidità, non gli capitava quasi mai di fermarsi a riflettere su tutto ciò che gli era capitato, andava avanti meccanicamente. La mattina si svegliava per andare al lavoro, a pranzo mangiava per placare il brontolio del suo stomaco, di notte dormiva per recuperare le forze, e durante tutta la giornata beveva, per riuscire a non pensare. Quel giorno però non aveva potuto evitarlo: stava per andare a dormire, ma al momento di impostare la sveglia, si ricordò di non avere più un lavoro. Dunque perché mai doveva impostare la sveglia? E perché doveva svegliarsi? E per quale motivo alzarsi, fare la doccia e mangiare? Insomma perché doveva vivere per forza? Alfonso non era mai stato un moralista, non aveva mai biasimato chi decide di non vivere. Nessuno ti chiede mai se sei d’accordo a venire al mondo, quindi perché criticare chi decide di rinnegare questa scelta imposta?
Non stava pensando ad un gesto plateale, non voleva fare qualcosa per la quale tutti si sarebbero pentiti di non essergli stati accanto, non era questo il suo obbiettivo. Stava solo ponderando, in maniera piuttosto scientifica, l’ipotesi di legarsi una corda al collo e farla finita. Una corda, un lampadario, e la scelta più difficile di tutte: la vita o qualcos’altro? Sapeva perfettamente cosa lo avrebbe aspettato il giorno dopo: bollette da pagare, mal di testa post sbornia, la chiamata di Agnese che gli ricordava di pagare gli alimenti, e un terribile senso di stanchezza che lo accompagnava ormai da anni. D’altro canto non aveva idea di cosa ci fosse oltre quel nodo scorsoio, ma cosa poteva mai esserci di peggio? Mentre pesava questa ed altre possibilità, non si era reso conto di aver tirato via il lenzuolo dal letto e di averne meticolosamente stracciato un lembo con il tagliacarte. Prese ad arrotolare quella striscia di stoffa che aveva tra le mani, l’annodò e la legò al lampadario. Ora stava dritto in piedi su di una sedia, il collare infilato ben stretto, ed una grande serenità sul volto. Non stava così bene da anni, era tutto così semplice: non aveva più voglia di vivere, punto e basta.
Alzò la gamba destra, per dare un calcio allo schienale della sedia, diede un’ultima occhiata alle pareti della stanza, sul soffitto troneggiava ancora la macchia a forma di Hitler. Tutto quello squallore non gli sarebbe mancato affatto. Chiuse gli occhi e si piegò per darsi la spinta, fece un respiro profondo, ed infine saltò.

15 maggio 2015
Era arrivato al capolinea.
Il viaggio era stato terribilmente scomodo e assolutamente all’altezza delle sue aspettative, ma non c’era un altro modo per farlo, era così che doveva andare.
Aspettò che tutti scendessero dal vagone per non essere costretto a spintonare fra la calca, e solo quando anche l’ultimo dei passeggeri fu fuori dal treno, Alfredo si alzò e si avviò verso l’uscita. Per l’occasione aveva indossato il suo abito migliore, come gli aveva raccomandato la moglie, un abito che probabilmente costava più di quanto tutte quelle persone messe insieme potevano permettersi. Era un uomo di altezza media, 1 e 78, forse con quelle suole che aveva comprato sfiorava addirittura gli 1 e 80. Tuttavia, anche con quella statura tutt’altro che straordinaria, riusciva a guardare la folla che aveva davanti dall’alto verso il basso.
Quel treno era sporco, sudicio, sozzo, e Alfredo aveva dovuto far attenzione a non toccare niente con mano, ma come già detto, non c’era un altro modo per farlo. O per meglio dire, ce n’erano molti, ma nessuno che andasse bene per lui. Avrebbe potuto chiamare un taxi, fittare una macchina o farsi dare un passaggio da uno dei suoi colleghi, ma non aveva resistito all’idea di prendere quello stesso treno, quasi dieci anni più tardi. Magari alcune delle persone con cui aveva viaggiato quella mattina, lo avevano visto in quel treno quando era ancora uno studente universitario, uno fra tanti. E ora, senza neppure saperlo, lo avevano rincontrato all’apice della sua carriera accademica, ora che era diventato qualcuno.
I riconoscimenti ufficiali di Alfredo erano innumerevoli, e quelli ufficiosi nemmeno quantificabili, quante mani aveva stretto, quante congratulazioni aveva ricevuto, non lo sapeva più nemmeno lui. Poco più di un mese prima, l’università in cui si era laureato gli aveva inviato una mail, un messaggio ruffiano, pomposo e adulatorio da far venire il voltastomaco. Gli facevano le congratulazioni per l’inaugurazione di una nuova aula cui avrebbero assegnato il suo nome, “un attestato di merito per i traguardi raggiunti in Italia e all’estero”, avevano scritto nella mail. In realtà quella cerimonia faceva più bene a loro che a lui, Alfredo non era così ingenuo da credere che fosse un disinteressato gesto di stima. No, la sua presenza in quell’Istituto era un attestato di qualità, il fatto che lui avesse frequentato quell’università per arrivare dov’era adesso era una pubblicità dal valore inestimabile. In una situazione normale Alfredo avrebbe chiesto qualcosa in cambio (qualcosa di concreto, non il nome di una stupida aula) ma dopo una prima lettura un po’ scettica, si era fatto prendere dal sentimentalismo. La sensazione che avrebbe provato attraversando un’altra volta quei corridoi era inestimabile, più gratificante di qualsiasi attestato di merito. Tornare nella sua città natale per la prima volta dopo dieci anni, ripercorrere quelle strade con il valore che aveva sempre preteso e finalmente ottenuto, questa era la sua ricompensa. Inoltre, ma questo gli tornò in mente solo dopo essere salito sul treno, avrebbe avuto l’occasione di far visita ad una sua vecchia conoscenza.
Dal momento esatto in cui ci aveva pensato, l’aveva assalito una curiosità insana, e adesso non poteva più aspettare, doveva vederlo.

Per l’ennesima volta gli tornò in mente quella fatidica notte, era un miracolo che fosse ancora vivo. Aveva avuto il coraggio di saltare, ma non era stato abbastanza. Il lampadario non aveva retto il suo peso, e gli era crollato dritto in testa. Ci aveva messo un po’ a capire cosa fosse successo, e una volta preso atto del suo clamoroso fallimento, era scoppiato in una lunga risata isterica. Dopo qualche minuto aveva iniziato a piangere come un disperato, ed aveva trascorso l’ora successiva alternandosi fra questi due stati d’animo. Non ebbe il coraggio di riprovarci, il lampadario era crollato insieme alla sua fermezza d’animo, e se non da un lato non riusciva più ad infilare la testa in quella morbida ghigliottina di tessuto, dall’altro era obbligato a prendere una decisione, non poteva ignorare quello che era successo.
Non fu una nottata facile, non riuscì a chiudere occhio, ma su una cosa ragionò a lungo, una frase che aveva sentito in un film, non ricordava neppure quale fosse. “Ogni giorno è il primo giorno del resto della tua vita”. Alfonso non era stupido, sapeva che quella frase aveva dei limiti, eppure era un’idea che gli dava forza, più la ripeteva e più se ne convinceva: dal giorno successivo, una nuova vita.
Come prima cosa gettò nella pattumiera tutte le bottiglie di alcool che aveva in casa, un’operazione piuttosto lunga visto che aveva l’abitudine di nasconderle dappertutto. I successivi tre giorni li passò chiuso in casa a risistemare l’appartamento, riuscì persino a cancellare la famosa macchia nazista, e solo dopo quella fatica immane si decise ad uscire.
Il corso di recupero fu pagato da suo cugino, che lo aveva preso molto a cuore. Iniziò addirittura a frequentare uno psicologo. Non che lui credesse a quella roba, ma se serviva a rassicurare Agnese e gli assistenti sociali, allora ne valeva la pena. Dopo otto mesi di astinenza poté riabbracciare le sue due figlie, e arrivato al quattordicesimo mese aveva anche trovato un nuovo lavoro, faceva il cameriere in un ristorante del centro, non lo pagavano nemmeno tanto male. Quella però era una situazione provvisoria, suo cugino gli aveva promesso che se si fosse rimesso completamente in sesto, lo avrebbe chiamato a lavorare nella merceria. Alfonso stava bene, ma pareva proprio che nessuno la pensasse come lui. Dicevano che doveva essere ancora scosso, che quella situazione lo aveva provato molto, che restare da solo per tutti quegli anni lo aveva debilitato. Stronzate, stava benissimo e ben presto se ne sarebbero accorti tutti.
Rimase in quel ristorante per circa un anno, conobbe gente, si tenne occupato, e mise da parte un po’ di soldi. Per suo cugino quella era una prova sufficiente, e come gli aveva promesso, lo assunse in merceria. Avrebbe gestito tutto lui, come ai vecchi tempi, e magari negli anni sarebbe riuscito a ricomprarsela.
Quello era il suo primo giorno di lavoro al vecchio negozio, Alfonso non stava più nella pelle.

Alfredo non stava più nella pelle, allungò il passo per percorrere più in fretta possibile quei cento metri scarsi che lo separavano dallo storico negozio. Erano quasi le 8 e 50, il solito orario di contemplazione dell’uomo con i baffi. Era sicuro di trovarlo lì, molte cose erano cambiate in quella strada, ma sapeva con assoluta certezza che quel tizio sarebbe stato lì a fissare il vuoto. Mise uno dietro l’altro gli ultimi passi affrettati, ed infine... eccolo. Alfredo prese a ridere di gusto, come se avesse appena sentito la battuta più divertente del secolo, era incredibile. Ancora lì, ritto in piedi con gli stessi baffi e la camicia nei pantaloni, le mani dietro la schiena, fermo ad osservare. Non poteva resistere, doveva parlargli.

Alfonso alzò la saracinesca alle 8 e 30, diede una controllata veloce alle lettere: bollette e pubblicità. Le aprì con il vecchio tagliacarte e le gettò noncurante sul bancone, se ne sarebbe occupato più tardi perché quella era la sua mezz’ora di contemplazione. Si infilò il tagliacarte in tasca ed uscì.
Che sensazione meravigliosa, c’era voluto un po’, ma aveva rimesso insieme i pezzi. Quel momento era la sublimazione di un processo di ricostituzione iniziato due anni e mezzo prima. La riabilitazione, le visite dallo psicologo, il nuovo lavoro, e alla fine ce l’aveva fatta. Alla fine tutti si erano accorti che stava bene, e finalmente si trovava proprio lì dove aveva sempre voluto arrivare: al punto di partenza.
Aveva appena puntato i piedi sulla solita mattonella, quando vide correre verso di lui un uomo distinto, in giacca e cravatta, che si sbellicava dalle risate.

Gli stava davanti, ad un palmo dal naso e lo guardava con stupore, era chiaro che non aveva idea di cosa stessa succedendo.
– Buongiorno. – Disse Alfredo senza smettere di ridere.
– Buongiorno. – Gli rispose l’uomo con tono amichevole – posso fare qualcosa per lei?
– Oh ma certo che puoi. Vedi, io ti conosco da moltissimo tempo, anche se tu questo non lo sai. Per circa sei anni ti ho visto qui, fermo su questo stesso marciapiede a fissare il vuoto. Nell’estate del 2006 sono partito, ho lasciato questa stramaledetta città per diventare qualcuno e oggi sono tornato per la prima volta. Dunque arrivo qui dopo quasi dieci anni e ti ritrovo sulla stessa mattonella di sempre... beh, se c’è qualcosa che puoi fare per me, è rispondere a questa domanda: capisci perché rido? – l’uomo con i baffi taceva – Non ci arrivi proprio eh? Lo immaginavo, allora lasciami continuare. Negli ultimi dieci anni io ho raggiunto più di quanto tu non farai mai in tutta la tua vita, ho girato il mondo, ho costruito una carriera costellata di successi, ho addirittura messo insieme una famiglia, e tu? Cosa hai fatto? Sei stato qui immobile, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, non hai fatto nient’altro che stare qui in piedi e poi dietro al bancone di questo negozio, fermo, aspettando che il tempo passasse. Nessuno scopo, nessun obbiettivo, solo tu, la tua assurda merceria, e i tuoi assurdi baffi a fissare il vuoto – L’uomo con i baffi continuava a stare zitto, ma Alfredo non ne era affatto sorpreso, non poteva aspettarsi niente di diverso da un individuo come quello. Stava ascoltando la più grande rivelazione di tutta la sua vita, era naturale che rimanesse senza parole. Proseguì spietato – Ovvio che tu non riesca a rispondermi, sai che tutto quello che sto dicendo è vero, non ci avevi mai pensato, ma ora che te lo sto sbattendo in faccia non puoi negarlo. Cristo santo, non puoi neanche immaginare quanta pena io provi per tutti voi. E sai qual è la cosa più triste? Nessuno di voi ne è consapevole, nessuno di voi riesce a capire di aver buttato tutta una vita, neppure sul letto di morte ve ne renderete conto, non vi accorgerete mai di essere stati così assurdamente inutili, e saluterete questo mondo nella speranza che qualcuno si ricordi di voi, ma questo non succederà. Nessuno si ricorderà di voi, nessuno si ricorderà di te. – Ancora silenzio da parte del suo muto ascoltatore, ma ad Alfredo non dispiaceva: quando devi vaccinare un bambino è meglio che stia zitto e fermo piuttosto che sentirlo urlare e guardarlo dimenarsi contro un dolore inevitabile. – Forse ti starai chiedendo perché ho deciso di parlarti, o forse non ti interessa neanche questo, ma voglio dirtelo comunque. Potrei dire che l’ho fatto per te, per cercare di darti una mano, per farti aprire gli occhi, ma mentirei. L’ho fatto per me. Da quindici anni mi chiedo come tu faccia a sopportare questa mediocrità, è una domanda che mi tormenta ogni volta che ci penso. Sono certo che tu non sappia nemmeno darmi una risposta, ma ciononostante, ho deciso di togliermi questo peso. Magari tra altri dieci anni ti ritroverò qui, e sarò di nuovo costretto a tapparmi la bocca, a rimanere muto con tutti questi pensieri per la testa. Quindi no, non ce l’ho fatta a stare zitto, dovevo dirtelo e mettermi l’anima in pace una volta e per tutte... – Alfredo fece per andarsene, ma poi si bloccò, aveva un’ultima cosa da dire – Sai, alcune volte mi sono chiesto se per caso non mi stessi sbagliando sul tuo conto. Ma il fatto che oggi tu abbia sopportato senza fare un fiato tutto quello che ti ho detto, conferma ogni mio pensiero, dal primo all’ultimo. Bene, adesso ho finito, ti saluto.

Alfonso guardò il tagliacarte. Il manico foderato in pelle con incise le iniziali di suo padre, la lama affilata e la punta arrotondata che brillavano alla luce del sole. Gli tornò in mente la sua ultima lite con Agnese, quando erano ancora sposati, si ricordò che in quell’occasione lo aveva impugnato per tutto il tempo senza neanche rendersene conto. Cosa aveva pensato sua moglie in quel momento? Probabilmente aveva temuto che lui volesse farle del male, magari che sarebbe esploso per la rabbia e che le avrebbe assestato 23 coltellate dritte nel petto. No, non l’avrebbe mai fatto. Di motivi per essere arrabbiato ce n’erano, ma Alfonso non era pazzo.
Guardò di nuovo il vecchio tagliacarte. Prese un lembo della camicia per ripulirlo dal sangue, ma si accorse che anche quella era tutta macchiata, come lo erano pure il pantalone e le scarpe. Gli uomini adulti hanno in media sei litri di sangue nel corpo, ma probabilmente quel figlio di puttana ne aveva qualcuno in più. Poco male, si infilò il tagliacarte in tasca e mise di nuovo le mani dietro la schiena. Erano le 8 e 57, e anche se in strada non c’era più nessuno, gli spettavano ancora tre minuti di contemplazione.
Alfonso stava bene, stava davvero benissimo.

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