“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 22 Febbraio 2015 00:00

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Le luci fantasmagoriche dell’aeroporto hanno sempre il potere di eccitarmi. A Linate i genitori di Anna sono venuti ad accoglierci con i nostri figli, che appena ci scorgono si mettono a correrci incontro con gridolini di gioia.
Abbiamo lasciato Roma da poco più di un’ora. Non c’era ragione di restare. Franco ne avrà per un pezzo: svariati mesi, stando ai medici che lo hanno in cura, se tutto va bene. E poi c’è Molly che gli terrà compagnia. Dopo il ricovero di Franco lei ha subito prenotato un albergo nelle vicinanze dell’ospedale. Ho la sensazione che non si tratti di una delle solite troiette, di quelle insomma che hanno mandato a pezzi il rapporto con Flavia.
Molly... sento che aiuterà Franco a venirne fuori e trovare in sé la forza di ripartire.

In aereo mi sono riletto gli appunti che mi ha dato Franco. Lo schema del programma è inverosimile, neppure il più ardimentoso autore televisivo di avanguardia si sognerebbe di concepire un lavoro così scombinato, e i protagonisti sebbene appena tratteggiati farebbero la gioia di quei critici militanti che hanno elevato la stroncatura al rango di arte sopraffina. Altrettanto inconsistente e priva di qualsiasi sostenibile fondamento teorico è la sua bozza di un saggio che vorrebbe intitolare Elogio della televisione.

In un certo senso è andata così.
“Sono le tre. Le tre è sempre troppo tardi o troppo presto per quello che si vuol fare. È la più stramba ora del pomeriggio...” scriveva Jean-Paul Sartre in un romanzo al quale voleva dare il titolo Melancholia. Fu l’editore Gallimard a chiedere all’autore di cambiare il titolo in La nausea considerandolo più “affabile” per il pubblico.
Adesso sono le tre.
Sebbene non avesse una gran voglia di uscire per via della calura di questo opprimente luglio milanese, mia moglie Anna è andata al cinema con i bambini. La verità è che sono stato io a chiederle di lasciarmi solo in casa per qualche ora. Tra poco Franco sarà qui, mi vuole parlare a quattr’occhi. Ha un problema, dice. Ed è in cerca di aiuto.
Sarà un incontro tra due quarantenni irrequieti.
Il citofono emette un suono ringhioso. Riconosco il tocco, e premo il pulsante. Franco di sicuro si è già infilato nell’ascensore sbatacchiando rumorosamente le ante. Meglio che la porta dell’appartamento gliela faccia trovare aperta, c’è il rischio che lui si avventi con tutto il suo peso anche sul campanello d’ingresso.
“Cazzo, che caldo là fuori”.
“Be’, adesso goditi un po’ di questa deliziosa aria condizionata”.
È già stravaccato sulla mia poltrona preferita. Un pezzo d’uomo, il fisico che farebbe morire d’invidia un palestrato abituale. E attacca subito: ”Sai, Andrea, la vera soluzione del mio problema è la televisione”.
Vado in cucina e metto su il caffè. Un paio di minuti e sarà pronto. Ma prima, incuriosito, torno in soggiorno e gli chiedo: ”Che vuol dire la televisione?”.
“La televisione nella sua accezione più comune: una scatola grigia e piatta che emette in continuazione immagini mesmerizzanti per milioni di persone che la fissano per ore e ore più o meno consapevoli di ciò che stanno guardando. Insomma, è venuto il momento di mettere a frutto le mie capacità creative che la vita aziendale non mi permette di esprimere, e la televisione è il campo giusto per giocare da vincitore la mia partita. A meno di rassegnarmi a diventare Xanax-dipendente... se non peggio”.
Ho usato la nuova caffettiera elettrica e questa volta, al contrario del solito, il caffè mi è venuto cremoso. Dico: ”Franco, cerca di essere più chiaro. Oggi non è giornata, non mi va di affaticare troppo il cervello. Vuoi farmi intendere che hai in mente di diventare un autore televisivo, dopo che Flavia ha fatto le valigie? a proposito, sai più niente di lei?”.
“Ha spiccato il volo senza dirmi dove intendeva andarsene e a fare cosa, la stronza. Mi ha lasciato un biglietto di poche righe dove dice che la responsabilità del nostro fallimento sentimentale è di tutt’e due e che la nostra è stata una allegra convivenza di sette anni navigando a vista spensieratamente senza regole né alcun serio progetto o vincoli di fedeltà. Non avrei dovuto mettermi con una che ha dieci anni meno di me! Ho telefonato ai suoi. Che ti devo dire... Sono vecchi e un po’ confusi. Questa storia non l’anno presa mica tanto bene e delle intenzioni della figlia sembra ne sappiano meno di me. Ma potrebbe darsi che non intendano scoprirsi più di tanto, che ne so”.
“Da quanto tempo se n’è andata? un paio di mesi?”.
“Più o meno. Ho idea che si trovi all’estero. In un Paese europeo, forse. Ultimamente le capitava di accennare a un pilota di una compagnia aerea che di tanto in tanto le telefonava”.
“Cerca di essere più chiaro sulla faccenda della televisione”.
“Aspetta... aspetta”.
Nel volgere di un quarto d’ora si è fumato cinque sigarette. Ha ripreso a fumare da quando Flavia l’ha piantato.
Mi alzo e vado a prendere dalla vetrinetta-bar una bottiglia di single malt. Appoggio i bicchieri sui sottocoppa e mentre sto per versargli una dose generosa lui mi arpiona il braccio libero, gli dà una stretta che ha tutta l’aria di un grido soffocato e dice: “Sono nella merda fino al collo, Andrea! Mi sta andando male anche sul lavoro. Ho ricevuto una telefonata sibillina da New York. Qualcosa non va nei risultati del mio dipartimento”.
“Se fosse così, il messaggio sarebbe stato più esplicito. Sai che non si fanno scrupoli”.
“Può darsi che mi vogliano dare una prova d’appello. A ottobre dovrò lanciare la nuova campagna di vendite... Passami la bottiglia”. Gliela passo.
Poi, mentre lui si riempie il bicchiere, mi accosto all’ampia vetrata del soggiorno che dà sulla strada. Volgo lo sguardo verso il basso. Fuori il caldo umido avvolge ogni cosa.
Tra un’oretta Anna e i bambini saranno di ritorno. Devo sbrigarmi con Franco, finora non mi ha detto granché.
Torno a sedermi.
“Ti dicevo della televisione“ fa.
“Già... cosa”.
“Voglio realizzare dei format. Sai, quei programmi in scatola, per così dire, che oggi girano sul piccolo schermo in quasi tutto il mondo”.

Con Franco sono legato da una solida amicizia sin dall’inizio della nostra carriera di dirigenti, io direttore commerciale e lui responsabile del marketing, presso la rappresentanza italiana della MAXFIBER, la più aggressiva corporation americana produttrice di fibre ottiche.
Noi due abbiamo in comune la passione per l’arte in generale, specie per letteratura e cinema, e devo dire che le interminabili serate a discutere dei nostri interessi culturali mi lasciano sempre una sensazione di autentico appagamento. C’è poi qualcos’altro che ci accomuna, ed è una certa attrazione per il sesso femminile  che, in senso estensivo, potrei definire narcisistica, sebbene da parte mia l’interesse per le avventure extraconiugali sia per forza di cose puramente virtuale, mentre Franco ha potuto permettersi qualche salutare momento di libertà.
Guardo di nuovo l’orologio: non manca molto al rientro di Anna.
Una sottile lamina di sole perfora i vetri della finestra e si adagia sul tavolino di cristallo riverberandosi sul fondo della bottiglia di whisky che si rivela ormai semivuota. Franco sembra essersi bloccato. Una frase smozzicata qua e là, lunghi silenzi e qualche sospiro tra un sorso e l’altro. Faccio per aprire bocca, vorrei sollecitarlo a spiegarsi meglio. Lui mi precede, si alza di scatto barcollando pericolosamente, a stento intercetta il mio sguardo, mi fissa con occhi che sembrano affetti da incipiente cataratta, e sbavando un po’ riesce a biascicare: “È ora che me ne vada. Vedrai che ce la farò... è... aaautoterapeutica... la televisione che ho in mente io”.
“Ne sei sicuro?”.
Per tutta risposta mi soffia nell’orecchio: “Domani mi dimetto dalla MAXFIBER”.

Sulle spiagge dell’Uccellina i giorni passano lenti.
La catena collinosa circostante, con quella vegetazione così fitta, del tutto priva di solarità, ha un aspetto che non mi piace. Sta di fatto che non mi sento tranquillo. Ma non escludo che questo mio stato d’animo sia dovuto anche alle vicende di Franco.
Poco più di un paio di secoli fa nella maremma grossetana la malaria e la denutrizione falcidiavano la popolazione al punto che la durata media della vita era paurosamente bassa. Adesso se vai al ristorante, soltanto un piatto di acqua cotta lo paghi non meno di trenta euro.
Non saprei neppure dire per quale ragione quest’anno Anna e io abbiamo deciso di venire qui con i bambini a consumare il rito annuale delle tre settimane di vacanza che di solito mi prendo in agosto.
Anche Franco è in giro da qualche parte. Ho cercato più volte di chiamarlo sul cellulare, ma l’apparecchio mi risponde che l’utente non è in questo momento raggiungibile. Sono ansioso di sapere cosa sta facendo dopo aver dato le dimissione dall’azienda.
Leggo, leggo molto. Ma non riesco a concentrarmi come vorrei. I bambini si divertono un sacco, in spiaggia si sono fatti un nugolo di amichetti. Con il suo nuovo taglio deliziosamente ribelle che le lascia cadere sulla fronte un ciuffo frastagliato di capelli Anna è davvero irresistibile. Tra una pausa e l’altra delle nostre quotidiane maratone di sesso, alle quali partecipa con calore, anche lei si dedica alla lettura. Con Anna le cose vanno bene. In questi dieci anni di matrimonio è sempre riuscita a tenermi a bada con molta discrezione. E a darmi tutta la tenerezza e il sostegno morale che le circostanze della vita richiedono.
È l’ultima settimana di vacanze. Per oggi avevo un programma che è saltato. Pensavo a un paio d’ore di spiaggia di prima mattina assieme ai bambini, poi quattro passi fino al take-away cinese. Anna avrebbe apparecchiato sul terrazzo del villino che abbiamo in affitto. Nel pomeriggio magari il cinema.
Invece piove.
Strati di nuvole in continuo movimento che passano dal nero alle varie tonalità di grigio lambiscono il culmine delle colline, violente raffiche di vento si alternano al rumoreggiare delle onde. Non c’è speranza di una possibile schiarita.
Vedo un’ombra là fuori.
Un’ombra dai contorni indefiniti che si muove in modo scomposto davanti al cancello d’ingresso del villino. Mi accosto alla finestra per vedere di che si tratta: è sparita.
“Era il postino” dice Anna.
Ho lasciato l’indirizzo delle vacanze soltanto a tre o quattro persone per starmene tranquillo. Non ho idea di chi possa avermi scritto. “Sarà la solita pubblicità” fa Anna lanciando uno sguardo alla camera da letto. “Aspetta che cessi un po’ la pioggia prima di uscire, sta venendo giù di traverso e ti bagneresti anche con l’ombrello”.
Ho fatto di corsa i pochi metri per arrivare al cancello e ritirare la busta. Me la sono cavata piuttosto bene. Nel breve tragitto una grossa goccia è colata dall’ombrello ed è finita dilatandosi in corrispondenza del timbro dell’ufficio postale dal quale è stata spedita, rendendolo illeggibile.
Faccio per aprire la busta per evitare che la goccia danneggi anche la lettera. Ma intanto dall’indirizzo ho riconosciuto la grafia di Franco.
La lettera non indica il luogo dove è stata scritta.
Anna mi è seduta accanto sul divano del soggiorno, ha appoggiato dolcemente la testa sulla mia spalla. “Leggiamola insieme, tesoro” sussurra.
La data è di due giorni fa. Ci bastano poche righe per renderci conto dello stato confusionale in cui versa Franco. Nelle prime due fitte pagine, ridondanti di particolari del tutto privi di significato, mi dice che da dieci giorni si trova in una imprecisata clinica per malattie nervose dove si è fatto volontariamente ricoverare per ritrovare il suo equilibrio. Con la MAXFIBER ha chiuso e tra liquidazione, bonus e riscatto della polizza vita si è portato a casa qualcosa come trecentomila euro. Quando uscirà dalla clinica si metterà a cercare una società che produce lavori per la televisione alla quale proporre le sue idee di format. La lettera continua con una serie di geremiadi sull’ossessione che gli procura la moltitudine di possibili lavori tra cui dovrebbe scegliere quelli con maggiori probabilità di essere accettati. Conclude poi chiedendoci quando rientriamo dalle vacanze perché ha intenzione di venirci a trovare a casa per qualche consiglio sui suoi progetti.
D’un tratto Anna si alza dal divano e dice: “Dalla a me la lettera, la voglio rileggere. Tu intanto fatti un whisky... anzi, danne un goccio anche a me”.
La guardo un po’ sorpreso. Indossa un semplice pareo, sotto non porta niente. Mi sento frastornato da quello che ho letto, le faccio scivolare con delicatezza una mano tra le gambe e mi spingo in su, piano piano comincio a carezzarla mentre lei si schiarisce la voce e riprende a leggere. Sento che la mano si inumidisce: è il solito delizioso preludio alla inebrianti fragranze di Anna. I bambini sono chiusi nella loro cameretta con gli immancabili IPod. Possiamo starcene tranquilli.
“No, Andrea. Non adesso” sospira lei girandomi uno sguardo disarmante. “In queste condizioni non ce la farà mai”.
“Anna, sento il dovere di aiutarlo. Tanto per cominciare gli consiglierò di studiare qualche importante saggio sull’uso e sul ruolo della televisione. Magari gli suggerirò di leggersi anche David Foster Wallace, che non è secondo a nessuno nel trattare questioni di intrattenimento televisivo e non solo. Insomma, Franco deve mettersi in testa che non ci s’improvvisa operatori televisivi senza avere prima studiato a fondo la materia, non trovi? Occorre innanzitutto capire che la televisione può essere un mezzo straordinario per il progresso sociale e culturale, ma soltanto a condizione che sia utilizzato a vantaggio dell’audience che non è poi così puerile come si tende a credere... E poi ho in mente qualcos’altro”.
“Cioè?”.
“Lasciami il tempo di pensarci. Forse uno spiraglio riesco a intravederlo”.
Siamo rientrati a Milano lasciandoci alle spalle una vacanza che vorrei dimenticare. Franco, senza preavvisarci, è venuto a trovarci. Con lui c’è una biondina tutta curve. “Lei è Molly, è inglese, studia storia dell’arte qui da noi” dice ammiccando. Anna ha preparato in pochi minuti uno spiritoso pranzetto estivo che tutti abbiamo apprezzato. A tavola non abbiamo parlato di televisione. Lo sguardo di Franco, tuttavia, aveva un che di interrogativo.
Al termine, prima che se ne andasse, ho preso in disparte Franco e gli ho dato l’indirizzo di un mio compagno di università, Domiziano Carmelli, col quale di tanto in tanto facciamo una rimpatriata ad alto tasso alcolico. Carmelli ha messo su da qualche anno una casa editrice di nicchia collegata a una società che opera nel settore televisivo. E sul mercato riscuote un certo successo. La società ha sede a Roma. Franco mi ringrazia dicendomi che in giornata gli telefonerà  per chiedere un appuntamento.

Questa mattina siamo partiti per Roma con l’aereo delle dieci. A bordo Anna dà segni di agitazione, del resto Franco è anche amico suo. Cerco di calmarla e le dico che da quanto mi è parso di capire dalla telefonata di Molly non dovrebbe esserci nessun rischio che la situazione precipiti.
Tutto è successo alle prime luci dell’alba mentre percorrevano il Grande Raccordo Anulare. Franco deve aver preso una curva a velocità eccessiva. Lo schianto contro il guard-rail è stato inevitabile, e la loro auto si è ribaltata.
Le fratture di Franco non si contano. Molly, miracolosamente, se l’è cavata con qualche escoriazione alla spalla destra.
L’appuntamento con Carmelli sarebbe stato per oggi a mezzogiorno, per un colloquio preliminare.
Siamo al reparto di neurologia del San Camillo. Il medico di turno ci autorizza a entrare nella stanza. “Solo un quarto d’ora” dice.
Franco ha l’aspetto di una mummia confezionata di fresco. Quello che intravedo da una piccola fenditura delle bende che gli fasciano il volto potrebbe essere interpretato come una sorta di sorriso; il nervoso tremolio del dito indice che gli spunta dall’ingessatura dell’unica mano che è in grado di muovere è un improbabile segno di saluto. Con una certa difficoltà riesce a mettere insieme qualche parola.
“Hei, Andrea, finalmente ho trovato il titolo per il mio saggio”.
“E qual è?”.
Elogio della televisione... Ti va? Qui avrò tempo per pensare a tutto il resto. Quando esco lo butto giù di getto... vedrai. Tu, intanto, portati a casa le bozze del mio progetto dei vari format e dagli un’occhiata. Mi farai sapere il tuo parere una volta che sarò dimesso. Del tuo giudizio mi fido, lo sai”.
“D’accordo, nel frattempo ci teniamo in contatto tramite Molly. Ciao”.
Siamo usciti dalla stanza e chiamiamo il taxi che ci porterà a Fiumicino. Abbracciamo Molly, che ci elargisce un dolce sorriso.

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