“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Giovedì, 22 Gennaio 2015 00:00

Forse

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Eccomi qui, di fronte a una tazza di caffè.       
Roba da non crederci. Non mi è mai piaciuto il caffè.
Ricordo ancora le espressioni incredule di chi per la prima volta veniva a conoscenza di questa mia repulsione, come se fosse un reato, un peccato mortale, una mancanza di cui vergognarsi. In quarant’anni mi avranno offerto milioni di caffè, alcuni addirittura con insistenza. La gente si smarrisce, si disorienta, cerca sempre risposte plausibili quando la metti di fronte a qualcosa che non riesce a contemplare, che minimamente si allontana da un ordine di idee collettivo: "Ma come non bevi caffè? Eppure sei un fumatore!". Come se la Philip Morris monitorasse il consumo di caffè per paura di non vendere più un pacchetto. Forse avrei dovuto fare l’avvocato.

Resta il fatto che non ne ho mai accettato uno. Certo, ne ammiro molto il culto, credo fornisca buoni pretesti per incontrarsi a basso costo, tant’è vero che alla fine ho ceduto per ragioni economiche, almeno posso starmene seduto qui a poco prezzo.    
Cominciamo pure. Questo è il momento della giornata in cui devo farmi delle precise ramanzine che non serviranno a nulla, si sa, ma a cui non posso sottrarmi.
Dicono che la vecchiaia renda le persone ripetitive, ma non posso che ammettere di essere sempre stato così quindi mettetela come vi pare, o non invecchierò mai o non sono mai stato giovane. Ma più che altro mi sono sempre inteso in una extratemporalità, come se fossi al di fuori della triade del tempo (pur avvertendo il passato come un macigno nel cuore), come se non fossi sottoposto ad alcun tipo di corruzione, presagendo però tutte le ostili conseguenze che avrei subito in futuro, grazie ad un’innata lungimiranza che non mi ha permesso di invertire la rotta ma solo di vivere con maggiore sofferenza. Forse avrei dovuto fare il filosofo.
Anche oggi passerò al setaccio tutti gli episodi e le persone della mia vita e non è affatto un’operazione semplice. Ogni volta però lo faccio in modo diverso, forse perché cambio spesso umore ma è probabile dipenda anche dalla memoria, che non sempre mi riporta fedelmente i miei trascorsi. Ho sempre avuto fin troppa memoria, di cui andavo pienamente orgoglioso, qualcuno una volta mi definì il testimone attendibile, ma quando accade qualcosa che non vorresti ricordare per sempre, sarebbe meglio averne poca. Allora immagino che tutto sia andato diversamente, invento storie credibili da raccontarmi e col tempo finisco per crederci sul serio, senza ricordare quanto ci sia di vero.             
Forse avrei dovuto fare lo scrittore.
Ho dei bei capelli, uno sguardo interessante, una discreta presenza, ho sempre qualcosa da dire. Sono proprio un bell’uomo. Adoro la pasta, ascolterei musica all’infinito, mi piace vincere una scommessa, passare accanto al mare la mattina presto. Sono un romantico. Potrei sfruttare molto di più il tempo che ho a disposizione per provare a diventare qualcuno ma finisce sempre che lo impiego per convincermi di esserlo già. Oltre che a fare finta di bere questo caffè. Forse avrei dovuto fare l’attore.
A dicembre compirò quarant’anni e non credo che cambierò poi molto. So svegliarmi anche presto la mattina, esigo che il bagno sia caldo, la cravatta non la metto perché trovo che mi invecchi un po’, sono una personcina ordinata e puntuale. Beh, a volte faccio tardi... ma che sarà mai. Ho passato la vita intera ad aspettare chiunque, sarà pur arrivato il momento di farsi aspettare. Poi c’è da dire che sono un tipo scattante, ho una buona dialettica, sono convincente, so fare il mio dovere ed i miei colleghi hanno fiducia in me. Non so quanto sia giusto compiacersi della propria bravura anche perché forse sarebbe meglio interrogarmi su quanto l’abbia sprecata, ma stamattina sono allegro e mi sento cazzuto.     
Forse avrei dovuto fare il manager.
Ahimé so essere anche scontroso, non riesco a trattenere tutti i pensieri perché ne ho veramente troppi  e sono parecchio impulsivo, finisco per risultare antipatico, ma di quell’antipatia che piace, perché in effetti sono simpaticissimo. Ah non ve l’avevo detto che sono simpaticissimo? La gente con me si diverte tanto e questo mi da molta soddisfazione. Forse avrei dovuto fare il comico.
Odio le persone lente, l’ipocrisia, la disonestà, odio ripetere i concetti, odio perdere le cose. Ah, sulla parete c’è la mia laurea in lettere, ci ho messo vent’anni per conseguirla. Vale più la cornice intorno. Quella cornice mi guarda tutti i giorni e mi innervosisce, ha tutta l’aria di chi si annoia di stare lì impalata attorno a un pezzo di carta inutile che però inspiegabilmente è il protagonista della scena.
Forse ho fatto la fine della cornice.

 

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