“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Domenica, 04 Gennaio 2015 00:00

Sono dietro di te (parte 8)

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CAPITOLO 7

Era passata una settimana dalle dimissioni di Margherita, pochino per andarla a trovare, ma pensai che era buona cosa farle almeno una telefonata. Fu molto contenta, mi disse che si sentiva un po’ sola. Era sempre sola. Il figlio passava a trovarla un paio di volte alla settimana 15 minuti per portarle cose varie, tipo alimenti, medicine e altro. “Ma non sta mai un po’ con lei a farle compagnia?” le chiesi io, mi rispose che la domenica passava a prenderla per pranzo per portarla dalla sua famiglia e lì, con il figlio, i nipotini e il cagnolino, si sentiva finalmente felice. Mi invitò a prendere un caffè, mi chiese di Barbara ovviamente. Le dissi che era in turno (era vero) e che se le faceva piacere sarei passato volentieri a farle un saluto da vicino. Cosi mi feci dare l’indirizzo e mi misi in cammino.

Inizialmente non avevo intenzione di andarci subito, ma pensai che fosse meglio cogliere l’occasione. La vecchia abitava a Montanera in provincia di Torretta, a circa 40 km da Nordavalle. Mi aspettava quindi un breve viaggio in macchina, sarei arrivato lì in mezz’ora. Mi aveva detto di avere questo villino isolatissimo. Per questo motivo il figlio chiamava ogni giorno per assicurarsi che non avesse bisogno di null’altro, quel giorno aveva già chiamato e Margherita gli aveva risposto di non disturbarsi a passare perché era tutto a posto. Era perfetto, tra l’altro avevo usato un telefono pubblico per chiamarla, quindi non avevo nessun tipo di preoccupazione. Ero pronto a vivermi il momento, eppure in macchina, durante il viaggio, invece di sentirmi gasato e fantasticare su come ammazzarla, continuavo a pensare alla cena di sabato sera. Non perché mi preoccupasse aver dato una cattiva impressione agli amici di Barbara, ma perché alcune cose dette mi avevano fatto pensare. Avevo ammesso a me stesso, più o meno esplicitamente, di avere un bisogno fisiologico di uccidere. Addirittura avevo usato il paragone col mangiare. In queste pagine ho più volte detto che la faccenda era un’altra, che uccidevo per gioco, uccidevo perché lo ritenevo addirittura giusto e invece era venuto fuori che non potevo farne a meno. Pensai all’azione che stavo per compiere. Avevo un’occasione immediata per mettermi alla prova e capire. Potevo fare retromarcia e tornarmene a casa. Rinunciando alla sua morte mi sarei dimostrato che non avevo un bisogno incontrollabile di uccidere. Rallentai fino a fermarmi. Ero praticamente arrivato, mancava poco più di mezzo chilometro. Mi fermai in piena strada, tanto era deserta, e riuscivo già a vedere la villetta, una casetta immersa nel verde praticamente quasi in cima alla montagna. Dovevo decidere cosa fare. Respiravo e pensavo il più veloce possibile, e più era veloce il mio pensiero più si faceva affannoso il respiro. La uccido o non la uccido? Accostai per parcheggiare meglio l’auto, scesi e mi incamminai. Non avevo ancora deciso, ad ogni modo pensai, ”vediamo cosa succede”. Il mezzo chilometro a piedi mi sembrava più lungo del previsto, il freddo era terribile, del resto eravamo in pieno inverno e dovetti procedere quasi rannicchiato, in più ero in montagna e per giunta teso, quella tensione che hai prima di un esame, che ti fa tremare le gambe e ti riempie la vescica, infatti dovevo anche pisciare. Finalmente arrivai e bussai al citofono. Brughezio Michele c’era scritto. “Sarà il nome del marito morto” pensai, ricordavo vagamente infatti qualche suo racconto riferito ad un “povero Michele”. “Chi è?” disse il citofono, “Buongiorno Margherita, sono io, Giovanni”. La nonnina aprì, io mi guardai velocemente intorno ed entrai chiudendomi il portone alle spalle. “E Barbara?” disse lei, ed io: “Barbara è a lavoro, ricorda? Gliel’ho detto a telefono, prima” – “ah già, è vero. Non badarci figlio mio, ormai dimentico sempre più cose. Ma come mai sei così affannato?” – “è per il freddo, ma qui si sta bene con i condizionatori, vedrà che adesso mi passa” – “oh, prepariamo subito un the caldo, allora”. La vecchietta si mise ai fornelli ed io me ne stavo seduto ancora in sciarpa e cappotto. Potevo fare due chiacchiere, starmene lì una mezz’ora ed andar via. Oppure potevo afferrarla in quello stesso istante, schiacciarle la testa al muro e massacrarla di calci. Provai a pensare a questa scena. L’avrò vista in centinaia di film splatter, l’avrò fatta dozzine di volte quando ero piccolo con i miei giocattoli. E adesso invece? La vecchia continuava a parlare, io non riuscivo a comprendere ciò che diceva e la vedevo ormai completamente ricoperta di sangue, col collo spezzato ed il cranio sfondato. Avevo questa visione davanti agli occhi e non riuscivo a cancellarla. Chiudevo e riaprivo gli occhi per avere conferma e quel che mi trovavo d’innanzi era sempre lo stesso, una vecchia agonizzante vestita di rosso sangue caldo e gocciolante, con la bustina del the in mano che mi dice: “è quasi pronto, tesoro”. Stavo sudando. Mi tolsi il cappotto ed alzandomi vidi finalmente la realtà com’era. La vecchia stava lì, in vestaglia di lana e cappellino imbottito, così come quando mi aveva aperto la porta. Mise la teiera e le tazzine sul tavolo, poi si allontanò un attimo per cercare dei biscottini. Non sapevo ancora decidermi. La tentazione di massacrarla era fortissima, ma in quel momento per me ammazzarla significava quasi una sconfitta, come se tutti i discorsi fatti in precedenza non valessero niente. Margherita tornò con i biscotti, ne presi uno, feci un sorso di the poi dissi: “Posso usare un attimo il bagno, Margherita?”. Dovevo innanzitutto darmi una sistemata, stavo sudando troppo. Aveva i condizionatori al massimo la vecchia, in oltre non riuscivo più a trattenere l’urina. In bagno mi sciacquai bene il viso e la fronte, pisciai, ma soprattutto mi guardai allo specchio e mi dissi: “Eccoci, Giovanni ci siamo. Ci siamo Giovanni. Sono finiti i giochi. Sono finiti”. Diciamoci la verità; la faccenda di voler ricreare questi fantomatici film-gioco di quando ero bambino, di voler gestire i fili delle mie vittime come fossero giocattoli eccetera eccetera era una grandissima stronzata. Ci ho creduto fino a che mi ha fatto comodo crederci, o meglio, fino a che mi è stato possibile crederci. Ma in quell’istante capii che era finita. Non ci credevo più. Non avevo più i miei giocattoli. Queste persone avevano tutte, 30 ,50, 70 anni di vita vissuta dove io non ero stato per loro nemmeno una molecola di pulviscolo atmosferico. Non mi sentivo più padrone delle loro vite, non lo ero mai stato, ero solo in possesso della loro morte. Una sola era la vita che controllavo e dirigevo in ogni suo movimento, la mia. Solo di me stesso avevo piena coscienza e, se fossi morto, si sarebbe potuto dire a ragione che la mia esistenza era stata in tutto e per tutto, sia nella vita che nella morte, un autentico svolgimento di film-gioco dove io ero stato lo sceneggiatore, il produttore, il regista e l’interprete assoluto, l’Orson Welles di Nordavalle. Ovviamente non mi sono ucciso, non siate ridicoli se è questo che state pensando, altrimenti come avrei fatto a scrivere questa storia che state leggendo. Magari avrei potuto farlo dopo scritto tutto questo, e forse adesso state leggendo le ultime parole di un suicida, ma questa possibilità lasciamola aperta eventualmente per il finale, per ora vi basterà sapere che non ho intenzione di uccidermi e poi ci sono ancora un bel po’ di cose da dire prima di arrivare alla fine.  Ero ancora in bagno ed esitavo ad uscire perché nonostante avessi ormai preso piena consapevolezza di quel che ero, un assassino che ha bisogno di ammazzare come il tifoso ha bisogno di seguire la sua squadra del cuore, non avevo ancora deciso se uccidere o meno Margherita. Nonostante tutto mi sembrava di non avere ancora una motivazione per farlo, o meglio avevo una motivazione sia per ammazzarla, sia per lasciarla vivere. Avevo voglia di farlo, lo volevo con tutto il cuore, ma d’altro canto pensavo: “se ormai ho capito che non uccido perché ho uno scopo razionale, una giustizia ontologica del delitto che mi motiva, perché farlo?”, e qui arriviamo al secondo cardine che si sgretola. Non c’era mai stato niente in me che distinguesse la volontà ad agire per Piacere dalla volontà ad agire per Ragione. Lo avevo capito quella sera a cena con gli amici di Barbara. Ormai era chiarissimo, adesso riuscivo a leggermi come un libro aperto. Davanti a quello specchio mi sentii come a Delfi dinnanzi all’oracolo. Avevo fatto cadere il velo di menzogne, quegli alibi che mi servivano da appiglio per reggermi nel mondo civile del Bene comune. Mi venne in mente una vecchia storiella che scrissi coi pupazzi, una storiella breve e sicuramente scontata che però, nella sua semplicità e banalità, era estremamente calzante.


IL VAMPIRO DELLA PORTA ACCANTO

Era un sabato mattina, uno qualunque di qualche anno fa. Susy era riuscita finalmente a trovare il passaggio e con esso l’aiuto di braccia robuste per portare gli ultimi scatoloni e completare finalmente il trasloco nel nuovo appartamento in centro. “Ok Mark, tu sali questo scatolone verde. Io mi occupo delle borse ed abbiamo finito” disse Susy al generoso amico, “Detto fatto” le rispose l’uomo. La giornata era afosa, di quelle che sudi ad accenderti una sigaretta anche se l’accendino non è difettoso, i piani da salire erano quattro e l’ascensore fuori servizio. Mark arrivò a destinazione in un bagno di sudore, stessa sorte per Susy. “È finita, meno male, meglio fare una pausa prima di andar via” disse la donna, e aggiunse “purtroppo non ho neanche una bottiglia d’acqua in casa, ci tocca prenderla dal rubinetto” – “io sono completamente disidratato” rispose Mark affannato e gocciolante. D’un tratto, un uomo pallido di quasi due metri, avvolto in un cappotto nero, fece delicatamente ingresso in casa e disse: “Chiedo scusa, la porta era aperta, posso? Sono il vostro vicino di pianerottolo, mi chiamo Vlad, Johnny Vlad. Non ho potuto fare a meno di ascoltare quel che dicevate. Posso avere il piacere di invitarvi a casa ed offrirvi una bella bevanda fresca?”. Mark perplesso rimase in silenzio e volse il suo sguardo interrogativo verso Susy che senza esitare rispose: “Sarebbe una manna. Sa, ho appena finito il trasloco e non ho avuto assolutamente modo di fare un po’ di spesa. Io sono Susy Craig e lui è il mio amico Mark” – “Seguitemi allora”. Nel mentre Mark bisbigliò all’amica: “È inquietante il tipo, bianco cadavere, alto da far paura e soprattutto, che cazzo ci fa col cappotto addosso?!” – “Bè, strano è strano, però è gentile” rispose la donna. Appena entrati in casa un terribile gelo attanagliò i due ospiti. Susy non poté fare a meno di esclamare: “Accipicchia che freddo!” e Mark sottovoce aggiunse: “ecco spiegato il cappotto”. “Chiedo scusa per il clima rigido, ma non posso farne a meno” disse Vlad, e aggiunse: “Ho il condizionatore al massimo di questi tempi, non riesco a respirare senza”. Li fece accomodare in salotto, prese dei succhi di mirtillo dal frigo, li versò in due calici e li offrì ai suoi ospiti. “Chiedo venia se non bevo con voi, ma ne ho appena bevuto un litro e non potrei deglutire ancora nemmeno una goccia di questo squisito mirtillo” – “Grazie signor Vlad, ci ha salvati dal deserto” disse Susy in tono scherzoso. “Di dov’è lei? Non sembra di queste parti”. Chiese Mark risoluto. “Sono ungherese e ho anche un titolo nobiliare se può interessarvi. Preferisco ometterlo alle presentazione per non sembrare troppo formale, ma visto che i miei natali hanno destato la vostra curiosità vi informo che sono conte di Valchiria”. rispose Vlad. “Alla faccia…!” esclamò Susy, facendo schizzare in tal guisa qualche goccio di succo di mirtillo dalla bocca nel pronunciare la doppia C, poi, ricomponendosi, continuò: “lei è stato molto gentile, non disturberemo oltre, dobbiamo ancora…”.  Susy non fece in tempo a finire la frase che iniziò ad avere un mancamento. Riuscì solo a dire: “Mi gira la… testa”. Nel frattempo Mark svenuto cadde dalla sedia. In un attimo di lucidità Susy raccolse le forze residue e, vedendo l’amico coricato sul pavimento, disse: “Cosa sta succedendo?!”. Vlad si avvicinò a Mark per un veloce controllo e le rispose: “Niente di particolare, sonniferi. Tutto qui! La dose del tuo amico era doppia, dovevo assicurarmi che perdesse subito i sensi e finisse il prima possibile fuori combattimento. La tua invece è molto più blanda. Ho intenzione di tenerti vigile ancora per un poco” – “Per quale motivo, cosa vuoi farci?”. Il volto di Johnny Vlad tutt’un tratto divenne malinconico e triste, “Sono rammaricato, ma ho sete. Troppa sete. Devo bervi!”. Fu l’ultima cosa che Susy riuscì a capire. Riprese i sensi qualche minuto dopo. Mark era ancora sul pavimento, ma stavolta era bianco cadavere, esangue, scheletrico e con un terribile squarcio alla gola. Vlad era seduto di fronte a lei, e la fissava. Si tolse il cappotto e le disse: “Ti ho lasciata sveglia perché vorrei chiederti una cosa. Sai, è da tempo ormai che non faccio l’amore. Voglio essere sincero con te, non uscirai viva da questa stanza. Ho ancora tanta sete e tra qualche ora non potrò fare a meno di succhiarti via tutto, ma adesso ti chiedo un’ultima cosa. Una specie di ultimo desiderio del condannato, in questo caso però il desiderio da soddisfare è quello del boia. Vorrei tanto fare l’amore con te, posso?”. Il volto di Susy non esprimeva più nulla, niente ribrezzo, né paura. Rivolse un ultimo sguardo verso l’amico morto, poi chiuse gli occhi e si addormentò. Vlad rimase fermo in piedi, impalato ed imbarazzato. Non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. La scrutava, ne contemplava il respiro, i movimenti della bocca. Gli sembrò che stesse dicendo qualcosa. Forse stava sognando, pensò, o forse era ancora sveglia, ma incapace di rispondere. Intanto la schiena di Susy che prima era rigida perse quella forza che ancora la reggeva e si afflosciò definitivamente sulla sedia facendole divaricare le gambe. Vlad osservò tutto, non perse un attimo di quegli ultimi movimenti. Guardò gli occhi di lei ormai ermeticamente chiusi, abbassò leggermente lo sguardo spostandolo sui seni che dimostravano ancora un leggerissimo respiro, poi diede un occhiata nel vuoto come per pensare, infine tornò a fissare le gambe divaricate di lei che sembravano indicargli una risposta alla sua richiesta.

 

(continua...)

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