“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Giovedì, 18 Dicembre 2014 00:00

Sono dietro di te (parte 7)

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CAPITOLO 6

Era passato dunque un mese circa dal mio primo appuntamento con la collega. Ripensandoci, le preoccupazioni che avevo avuto quando arrivò il primo giorno in ospedale mi facevano sorridere, avevo subito un periodo di paranoia che fortunatamente era stato brillantemente superato. Margherita intanto era stata dimessa. Il giorno delle sue dimissioni Barbara non era in turno, si dovette accontentare di salutarla la sera precedente, io invece ero li e ne approfittai per scambiare con lei un affettuoso abbraccio, nel mentre del quale la vecchietta mi sussurrò: “Stalle vicino, è una ragazza che ha sofferto tanto”, ed io prontamente: “Grazie di tutto Margherita. Se le farà piacere verremo a trovarla presto a casa” – “Questo è il mio numero”, prese un fogliettino ed una penna dalla sua vecchia borsetta ed iniziò a scrivere, “chiamatemi e preparerò un bel the”. La accompagnai all’uscita del reparto dove c’erano i parenti ad aspettarla.

La sera andai a casa di Barbara, non le dissi nulla del foglietto con su scritto il numero di telefono di Margherita, ovviamente avevo intenzione di andare dalla vecchia da solo e senza che nessuno lo sapesse. Barbara era più giù del solito, pensierosa, addirittura triste oserei dire. “Che hai?” – “niente di importante, normale routine per me” – “Brutti ricordi?” – “Un po’, ma non ti preoccupare. Adesso che sei qui mi passerà”. In realtà non mi preoccupavo affatto, le mie erano normali frasi di circostanza. Cercai di assumere comunque un tono allegro per farla distrarre: “Hai sentito i tuoi amici?” – “Si. Saranno qui sabato sera, siamo entrambi di riposo il giorno dopo quindi è perfetto, in più ho ben tre giorni per mettere un po’ in ordine casa. Che ne dici, Va bene per te?”. Forse Barbara si aspettava che io dicessi cose del tipo, “ti do una mano a mettere a posto”, che poi cosa c’era da mettere a posto non so, solite manie da femmine, comunque mi limitai a rispondere semplicemente: “Ottimo!”.
Il sabato arrivò. Io continuavo a vivere da me, ma spesso andavo a dormire a casa sua la notte, oppure dopo un turno di mattina passavo nel pomeriggio da lei, così come feci quel pomeriggio. Eravamo entrambi di turno al mattino, cosi dopo il lavoro andammo insieme da lei. Ne approfittai per provvedere almeno per il bere: “Hai comprato tutto tu” le dissi, “lascia che almeno prenda qualche birra e dei superalcolici”, così andammo al minimarket sotto la sua abitazione per prendere una bottiglia di whiskey per gli uomini, una di vodka alla frutta per le donne e due casse di birra. Alle 20 in punto arrivarono i primi ospiti, si trattava di Laura, cara amica di Barbara, e del suo fidanzato Marco, poi dopo poco arrivarono Luca, amico anch’esso di studi e Silvana, sua compagna, ed in fine Matteo e Gianna, che stavano insieme dai tempi del liceo, entrambi amici di corso di Barbara. La cena era pronta. Mangiammo e conversammo allegramente. La mia ragazza aveva preparato una sostanziosa cena a base di carne e spezie gustose, accompagnata con del vino rosso niente male. Facemmo poi una pausa di un’oretta, chiacchierando del più e del meno e raccontandoci le proprie esperienze quotidiane, dal lavoro agli hobby. Non è il caso di annoiarvi su quanto detto in quest’oretta di spacco della cena. Vi basti sapere che io per primo mi ammorbai alquanto e, a dire il vero, poco ricordo di quel che dicevano queste banali coppiette. Diciamo, invece, che il discorso si fece più serio nella seconda parte, quando decidemmo di sbottigliare il whiskey. In precedenza Barbara aveva servito la seconda portata, a base di rustici e frittura mista, tutta roba che sposava bene con l’altro tipo di alcolici che avevamo a disposizione, le casse di birra. Dopodiché, come dicevo, attaccammo i superalcolici. Inizialmente mi rammaricai di non aver preso una bottiglia in più di whiskey, ma poi alla fine bastò, le donne infatti si accontentarono, come avevo previsto, della vodka e così iniziammo a bere. Ci fu chi nel frattempo propose un gioco da tavolo, Laura credo, chi di vedere un film, poi Marco disse: “È difficile trovare una cosa che piaccia a tutti” e Luca aggiunse: “che piaccia e che nello stesso momento sia anche un bene!”. Ovviamente Luca fece questa aggiunta in tono scherzoso, era molto divertito di questa sua uscita intelligente. Il fatto è che da queste due semplici frasi iniziò un vero e proprio simposio. Le donne, c’era da aspettarselo, dopo poco, appena videro che gli uomini avevano preso ad aggredire con una certa convinzione il whiskey, e che il discorso si stava facendo serio, si appartarono nell’altra stanza a parlare credo di vecchi ricordi scolastici o qualcosa del genere. Noi quattro invece rimanemmo inchiodati alle sedie a disquisire della faccenda appena introdotta.
“Io credo ci sia un netto distinguo tra Bene e Piacere” disse Luca, e continuò: “Credo, per essere più precisi, che ci sia da fare una distinzione tra ciò che è bene secondo il piacere in sé e tra ciò che è bene secondo saggezza. In realtà, effettivamente, il Bene ideale le racchiude tutte, ma le due sottocategorie che ho citato si escludono l’un l’altra”, poi intervenne Matteo: “È interessante questa distinzione che fai. Credo però che la scissione categoriale che hai descritto sia superflua, sono convinto infatti che il problema sia prettamente di ordine ontologico, e mi spiego; il Bene, come lo vogliamo intendere noi, con la Bi grande, è ontologicamente differente dal Piacere con la Pi grande. Il primo, e sono in questo d’accordo con te, è la virtù, come può essere appunto la saggezza, il secondo invece è privo di quei connotati che possono accomunarlo ad una qualche virtù, come saggezza, coraggio eccetera e si accompagna, invece, a tutte quelle caratteristiche che sono proprie del vizio. Attenzione, non sto dicendo che il Piacere sia un male, ma certamente non è il Bene, né per sé, né concomitante con altro”. La faccenda pareva farsi interessante, io intanto continuavo a riempirmi il bicchiere. Marco notò che finora me n’ero stato in disparte e allora, dopo un suo breve appunto, cercò di coinvolgermi: “Ragazzi, forse si sta facendo un poco ‘di tutt’erba un fascio’ idealizzando in questo modo il concetto di Piacere e Bene, ma vorrei sentire anche il parere del nostro padrone di casa. Giovanni, tu come la vedi la questione?” – “Hehe, bèh, iniziamo a precisare che non sono il padrone di casa” dissi io, “sono un ospite come voi della nostra amica Barbara. Essere il suo ragazzo non fa di me il proprietario del suo appartamento” e Luca sghignazzando sotto voce aggiunse: “Modesto”, poi ripresi: “Che dirvi, pare che la faccenda sia alquanto impegnativa, giustamente però non posso esimermi dal dire la mia e sinceramente ritengo che non c’è altro Bene all’infuori del Piacere. Il Bene stesso è Piacere così come il Piacere stesso è Bene. Tutti tendono al piacere, sia gli uomini, che sono esseri razionali, sia le bestie, e questo tendere naturale al piacere è dovuto al fatto che esso è il Bene supremo. Aggiungo inoltre che tutti rifuggono il dolore, che è ovviamente un male, per cercare il piacere, ne consegue che per contrario quest’ultimo non può che essere un bene”. Il mio intervento aveva infastidito particolarmente Matteo che aveva una posizione perfettamente opposta alla mia. Appena finito il mio discorso infatti intervenne dicendo: “Aspetta Giovanni, c’è una precisazione importante da fare. Il piacere innanzitutto è un eccesso, ed essendo un eccesso è comunque un male. In questo caso quindi il contrario del dolore, cioè il piacere, non è necessariamente un bene, ma più verosimilmente l’altro estremo del male. Inoltre non sono d’accordo sul fatto che tutti gli esseri razionali cerchino a prescindere il piacere, questa è più che altro una prerogativa dei bambini e delle bestie, ma non di chi ha la facoltà di pensare e di tendere attraverso il pensiero ad un altro tipo di bene, quello supremo. E vi dirò di più, l’uomo retto e saggio che tende al bene è capace di sopportare qualsiasi dolore e male e di accettarlo con virtù stoica. Concludendo dunque ritengo che i piaceri sono di impedimento alla riflessione, lo sono tanto più quanto più è intenso il godimento, e vi faccio un esempio pratico; provate a mettervi a ragionare su qualcosa mentre state scopando”. Quest’ultima affermazione divertì particolarmente Luca che aggiunse ridendo: “Pensa per te, io ci riesco benissimo, e in questo modo duro per ore. Ma  non ditelo a Silvana”. Ci fu una risata generale e la cosa stava passando quindi dal serio al faceto, allora lo stesso Luca, per risollevarla, riprese l’argomento assumendo un tono di nuovo impegnato: “Ad ogni modo, sono grossomodo d’accordo con Matteo, credo che però alcune sue affermazioni, come il fatto di sopportare il dolore per virtù stoica, siano, detto francamente, una cazzata. Il fatto è questo; la vita di piacere è più desiderabile unita alla saggezza che non separata da essa. Quindi un misto di entrambe le posizioni esposte dagli amici Giovanni e Matteo. E dunque, se la vita mista è migliore, il piacere non è il Bene, poiché nessuna cosa aggiunta al bene può renderlo più desiderabile, perché il Bene, come lo stiamo intendendo noi adesso, con la Bi maiuscola, cioè il Bene in sé, non ha bisogno d’altro che lo accompagni per essere più desiderabile”. Luca sembrò soddisfatto e compiaciuto di questo suo intervento, ma Matteo rincarò la dose: “Il punto è questo; il piacere non è un fine, ma un processo per tendere ad un fine. È come il muratore che costruisce la casa. Il suo fine è la casa, ed è quello il suo bene, portare a termine la costruzione attraverso un processo di lavorazione che è invece il piacere”. La visione d’insieme di Matteo mi urtava parecchio. In precedenza mi appariva estremamente moralista e bigotta, adesso mi sembrava addirittura senza senso: “Scusami Matteo, ma tu fai l’amore per avere figli o perché ti piace?” gli chiesi, “Potrei farlo per entrambi i motivi” disse lui, “perfetto, ed è questo il punto. Che tu lo faccia per il piacere dell’orgasmo o per il fatto che ti interessa la procreazione, ciò che conta è che lo fai perché vuoi farlo, perché ritieni che per te sia un bene farlo” dissi, “Si“ rispose e aggiunse: “ma fare una cosa che si ritiene un bene non significa che sia anche piacevole. Certo, nel tuo esempio lo è, ma non lo è in tutti i casi. Non posso fare una cosa che ritengo sia un male, ma posso fare una cosa che ritengo non sia piacevole per me”. A questo punto intervenne Marco: “Però aspetta Matteo, adesso stai dicendo una cosa diversa. Prima affermavi che il piacere non è mai un bene, a volte hai fatto quasi intuire che fosse addirittura un male, ma non fino in fondo perché altrimenti credo che ti avremmo a ragion veduta linciato, ora però sostieni che il piacere può essere a volte un bene a volte un male”. Al che Matteo rispose: “Beh, diciamo che può anche essere un bene sotto alcune forme, nel senso che una vita alla ricerca del Bene è anche piacevole” – “Perfetto” disse Marco e aggiunse: “Adesso mi è più chiaro il tuo pensiero. Diciamo che non lo condivido del tutto e mi sento nel mezzo un po’ come Luca, però a differenza sua, leggermente dalla parte di Giovanni, nel senso che ritengo il piacere essere sempre un bene ma, ad ogni modo, non il bene supremo. Innanzitutto perché sono d’accordo che per natura tutti tendono al piacere, sia razionalmente che non, ed anche se non lo si fa razionalmente, come fanno i bambini e le bestie, ciò non significa che in loro non ci sia comunque una predisposizione istintiva a tendere verso ciò che è bene per loro. In secondo luogo, ed è questo che più mi preme, ragazzi, siamo ormai nell’era della relatività, credete davvero di poter fare una scissione così netta tra ciò che è buono e ciò che non lo è? Secondo me la cosa deve essere vista con i dovuti accidenti del caso. Ci saranno piaceri buoni in senso assoluto, come ce ne sono in senso relativo, cioè solo per alcuni e solo in alcuni casi ed infine piaceri solo apparenti, che non sono buoni per nessuno. Il fatto che gli ultimi due tipi di piacere non siano il Bene assoluto non significa che non lo sia nemmeno il primo”. Credo che Marco avesse finito il suo ragionamento, o almeno si prese una pausa di qualche secondo, ad ogni modo lo interruppi: “Amici, credo che la questione sia stata razionalmente esposta da tutti in maniera più che convincente, probabilmente però io avevo inquadrato il problema in altro modo e devo dire di non essere persuaso da nessuna delle vostre tesi. Il mio punto è questo; io faccio ciò che voglio, ciò che ritengo mi porti ad un fine piacevole, che per me è il sommo Bene. Forse è giusto fare un esempio per farmi capire meglio. Facciamo per ipotesi che io sia un assassino. Un assassino seriale. Per seriale intendo uno che ha il bisogno viscerale, fisiologico di uccidere, come lo ha di mangiare. In questo caso non potrei che essere al di sopra dei costrutti umani sulle leggi morali e sui principi di Bene e Male”. Matteo mi interruppe dicendo: “Stai descrivendo un caso particolare, non universale. Il fatto che qualcuno sia psicologicamente disturbato, e questa è la nostra materia, non può essere preso come esempio universale”, la frase “psicologicamente disturbato” mi urtò parecchio e per un attimo persi il controllo: “Me ne strafotto delle teorie sulla psiche che vuoi elencarmi. Io non posso accettare di essere imprigionato nel giudizio di chi si ritiene sano di mente solo perché non ha il bisogno di fare ciò che la morale comune gli vieta di fare” dissi istericamente. A quel punto Luca intervenne in difesa di Matteo dicendo: “Beh, non possiamo considerare le follie di ogni pervertito al mondo come un diritto alla trasgressione, se è questo che intendi”. ‘Follie di ogni pervertito’, di male in peggio. L’intervento di Luca mi aveva reso ancora più incandescente. Stavo parlando gesticolando troppo e guardavo il pavimento in continuazione, portandomi sempre più spesso le mani al volto. Continuai: “Ma che cazzo dici, quali sarebbero queste follie perverse che dici?!! Che accusa rivolgi al leone, all’uragano, ai terremoti. E a te stesso che accusa rivolgi, quando nell’intimo con la tua donna le tiri i capelli e la chiami puttana per fartelo venire grosso”. In un attimo di lucidità notai Marco che mi fissava, mi scrutava come lo scienziato osserva il suo esperimento in laboratorio. Mi bastò per calmarmi un attimo e stare zitto per qualche secondo. In quello stesso lasso di tempo arrivarono Barbara e le altre ragazze, tutte felici e sorridenti, ubriache di vodka. Laura disse: “Allora maschioni, come è finito il vostro discorso?” Quella voce dolce di donna mi placò del tutto, forse anche perché era finalmente una voce diversa da quelle che ormai da più di un’ora udivo in quella stanza. Fu Marco a risponderle: “Beh, si è fatto un po’ tardi”. Gli altri ragazzi sembravano più scossi. Capii che avevo esagerato e cercai di rimediare: “Ragazzi miei, forse ho bevuto un po’ troppo e mi sono fatto prendere la mano in questo discorso così impegnativo per me. Sapete com’è, non sono allenato come voi ai simposi”. Fortunatamente vidi un accenno di sorriso sul volto di Luca che disse: “Quando vuoi lo continuiamo, magari la prossima volta a casa nostra. Siete tutti invitati, poi ci si organizza”. I ragazzi andarono via tutti insieme poco dopo. Ricordo che solo Matteo rimase in silenzio. Mi diede la mano quasi timoroso e, guardando per terra, mi disse:  “Grazie della serata, buonanotte”, mi sentii in dovere di dirgli: “Scusa per poco fa e grazie a voi”, mi ripeté di nuovo buonanotte, ma ancora a testa bassa. Io e Barbara demmo un ripulita veloce al tavolo. “Come è andata?” disse lei contenta, “bene, ho solo bevuto un po’ troppo. Ho mal di testa”, e lei, accarezzandomi dolcemente una guancia: “allora andiamo a dormire”.

(continua...)

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