“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Giovedì, 11 Dicembre 2014 00:00

Les Voyages de Lubylu – Pasquetta in Cambogia (2)

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2° GIORNO

Alle 5:30 siamo già alla biglietteria dei templi di Angkor. Con una webcam ci fanno una foto tessera che va sul biglietto, il modo più sicuro per rendere il titolo strettamente personale.
Io sto con un occhio chiuso e l’altro a mezz’asta.
Ma lo spettacolo dell’alba ad Angkor Vat giustifica due notti insonni. Ne giustificherebbe mille.

È già caldissimo, con una umidità del cinquecento per cento. Il famoso microclima vietnamita, cavallo di battaglia di tutti i racconti di Fabrizia a Roma, esiste veramente ed è qui, proprio ora, in questo momento, ’n cuoll’ a me.
Oggi visitiamo tutta Angkor, una vera e propria città che affascina ed entusiasma. Angkor e i suoi templi del dodicesimo secolo, una realtà quasi magica, immersa in un mondo lontano, forse troppo lontano dal nostro, immersa nel sorriso di questo popolo, nella sua educazione, nella sua attenzione. Angkor e le sue pietre, la sua giungla; Angkor e la natura che è diventata un tutt'uno con i templi divenendo architettura essa stessa. E la gente, povera, a volte poverissima, i bambini, le case, nude palafitte. Scugnizzi tra polvere e foglie. Ma senza smettere mai di sorridere. Mille occhi incrociano i tuoi, mille occhi mai ostili, mai arroganti. Mille sorrisi, mille ringraziamenti, mille saluti.
“One dollaaaaaar”. Hanno quattro, cinque anni, cercano di venderti qualsiasi cosa. Non compri nulla ma li porti a fare colazione. Sorridono, comunque. Sorridono le loro madri, sorridono e trasmettono gioia di vivere, e non hanno nulla. Ma non smettono di sorridere. Che lezione di vita.
Ne parlo con Monique, cerco di farle capire che secondo me questa jungle, questo mondo, sono l’unica speranza che ha la terra di sopravvivere. Lei annuisce, sembra essere d’accordo, ma, secondo me, n’ha capit’ niente.
Beviamo un water melon: un melone con una cannuccia dentro, dolce acqua naturale. Ccà è davvero natu munn'!
Le emozioni continuano: cicale talmente assordanti che per un attimo non riesco a sentire l’umidità; scimmie che ti guardano in cagnesco; e poi una serie di elefanti in fila indiana, anzi indonesiana. Uno di questi, non ce l’ha fatta a trattenersi, camminando dà vita ad una corposa evacuazione. Che si sappia in giro, la cacca dell’elefante è fantastica: delle morbide palle gialline, che, soffici, lentamente dall’alto si appoggiano a terra. Ploffete.
Bravo Dumbo, atterraggio perfetto.
Una giornata lunga estenuante ma affascinante. Questo luogo mi ha già conquistato; sono già invaghito di questa Cambogia. Tornando in albergo vediamo famiglie intere, padre, madre, con due, tre figli, a bordo di un solo motorino: i miei compagni restano allibiti e sconvolti, io mi sento a casa.
Anche se a Napoli sul motorino padre, madre e figli s’ portano pur’ 'o cane.
Mentre bevo un welcome coktail nel bar dell’hotel, inizia uno di quei discorsi aziendalisti immensi tra Superchiatt, ChiattPoul e Monique. Mi assento con la mente completamente, ma alla fine Poul ci tiene a dirmi. Queste sono informazioni confidenziali, quello che si dice qui, qui deve rimanere.
“Don’t worry Poul!” Stai senza pensiero. Io sono una tomba. Non uscirà una parola dalla mia bocca… Ciccio Poul, ma chi ha capito niente? Tu e Super parlate troppo stretto. L’inglese non lo masticate, v’o magnat’ proprio.
Pronti per la cena, mi vesto e ho un calzino bucato, vabbuò tanto chi lo vede.
Andiamo al centro di Siem Reap in tuk tuk. I tuk tuk sono fantastici, sono una specie di risciò con motorino, di Ape a cielo aperto. Dal tuk tuk saluto tutti e tutti mi sorridono. Il mio egocentrismo ringrazia commosso.
Cena in un posto abbastanza zoz zoz. Cavallette a ripetizione zompano sul tavolo. Con l’arrivo del cibo scompaiono. Dopo poco scompare pure ‘o magnà. Ma che so’ passate ‘e cavallette?
No, Poul e Superchiatt!
Moniquelle ci tiene assai ad andare al mercato all’aperto, e dopo un po’ di insistenza con Supermarkett, riesce a portarci. Chissà perché a Superchiatt non gli piacciono le bancarelle, forse non sono commestibili.
Lì mi perdo a comprare già regalini per tutti, contrattando prezzi e prodotti come se fossi ad Istanbul, un vero e proprio Grangkor Bazar. Ritrovo i miei compagni di avventura che stanno con i piedi in una vasca d’acqua, dove una marea di pesciolini gli massaggiano i ditoni. Mi invitano ad entrare, sono un po’ reticente. (Tengo ‘e cazettini bucati!) Ma poi mi faccio convincere. Mi levo scarpe e calzini velocemente senza farmi scoprire e do anch’io la mia fella 45 in pasto ai pesci.
Il massaggio, un vero e proprio solletico, è divertentissimo, rimaniamo tutti e quattro in quella vasca per un’ora, bevendo birra e convincendo turisti e passanti a provare il fish massage.  Mi avete fatto ridere, siete proprio dei pesci a brodo.
Ci rimettiamo le scarpe, ed io più veloce di Supercalz, nascondo i calzini bucati. Serata ormai finita. Ma all’uscita del mercato l’ennesimo centro di massaggi all’aperto.
Dai, facciamoli, almeno ai piedi...
E che sfardella! Na vota che tengo ‘e cazettini bucati…! E allora ditelo: Luca t’amma sgamà. T’amma mettere a figura di cacca di elefante.
Comunque ne è valsa la pena, del massaggio. Torniamo al Soka Hotel rinfrancati. Prima di salutarci, Monique mi chiede se conosco Piera; ho un vuoto nella mente, addirittura il pensiero va a Piera Meloni, un personaggio unico che faceva parte del mio Vatican staff, e che mi tempestava di sms per giustificare i suoi ritardi giornalieri. 'A metro allagata, 'o fidanzat’ che era carut’ pe’ scale, 'o gatt’ ammalat’, 'a lavatrice scassata, 'a nonna ca’ sciatica. Quando cambiò lavoro, mi sentivo liberato. Ma pure il suo nuovo capo si chiamava Luca. E lei per mesi, sbagliando numero, continuò imperterrita a mandarmi sms.
Ma sì! Piera, Mò aggio capito, Piera Spatafora, il dipartimento italiano creative. Moniche' ma tu si ‘a capa del dipartimento? Mò aggio capito che fai a Londra. Mò aggio capito perché sei qui. Mò aggio capito perché sei così in gamba.
Bonnuit Monì, chissà quanti anni hai, mò l’aggia capì.

 

 

(CONTINUA)

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