“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Martedì, 02 Dicembre 2014 00:00

Les Voyages de Lubylu – Pasquetta in Cambogia (1)

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1° GIORNO

Capodimonte, San Martino, Pozzuoli, Reggia di Caserta, Sorrento, Capri, Procida, Roma, addirittura una volta sono andato a Firenze, ma una Pasquetta in Cambogia no, sinceramente, mai organizzata. Papà non lo sa che tra poco partirò per i templi di Angkor, dove anche lì sta per sbarcare il Group In Tour. Vista l’età avanzata, si preoccuperebbe troppo. Mi direbbe: “Incosciente, sei un incosciente…” come se l’aereo ‘o guidassi io.

La versione ufficiale concertata con mia madre, è che – poiché la settimana che precede la Beatificazione di Giovanni Paolo II, Roma sarà piena di turisti e pellegrini, sono stato costretto a tornare ai Musei Vaticani già nel giorno di Pasqua – Eh? Che cosa non si fa per la sacra famiglia.
È Pasqua, oggi è Pasqua, ed io sto per salire sulla Thai Airways. Dove lavorano le mie hostess preferite, quelle lilla.
Mi seggo e... ? Che sfardella faccio io solo? Non ci sta manco la slava. Chi mi dà la morte? Dodici infinite ore mi separano da una nuova grande imprevedibile avventura. Ho come la sensazione che questa esperienza cambierà la mia vita per sempre, come e quando non so, ma la cambierà.
Pasqua’!
Miche’! Ci ‘amma assettà ccà vicino ‘a scella? Ma che posti c’hann rat?
Ho due nuovi amici, sono indigeni. Di Marano, conoscono il Marchese di Russo, amico mio fraterno, anche se non parlano la sua stessa lingua. Vanno a Bangkok e a Puket. Non oso chiedere i motivi del viaggio.
L’aereo è sempre lilla, il pollo è sempre lillla, le hostess sempre lilla, sempre carine, anche se si vede che tengono cinque anni in più dal Natale a Taipei. Si è sbiadito nu poc’ ‘o colore.
Il volo passa tra cibi, the, vino, melatonina pronta per l’uso, film su grande schermo, e i dialoghi in lingua dei compagni maranensi.
Le parole di Pasquale rompono le traiettorie spazio tempo, fermano il viaggio e riportano alle origini: “Nun ci ‘a faccio cchiù: i’ teng famm’, menumal ca m’ so purtato ‘a frittat’ ‘e maccheroni. Lucariello, senza complimenti, ne vuo’ nu pocoriello ?”
“No grazie, non è lilla…”
All’alba atterriamo a Bangkok, qui dopo un paio d’ore arrivano i miei compagni d’avventura. L’appuntamento è al meeting point. Si, c’è proprio una zona dentro l’aeroporto fatto apposta per darsi appuntamento. Certo che in cinque anni 'sto aeroporto ha fatto grossi passi avanti. S’è asciugata pure la vernice.
Il primo a comparire è Superchiatt, è un thailandese sferico, è venuto a prenderci in auto, poi Poul eccitatissimo e Monique.
Tre ore di traffico per arrivare a Bangkok city, Supercar alla guida, Poulone non sputa ‘nderra un attimo; Monique, carina, età indefinita tra i 25 e i 45, è devastata come me. Io sto seduto davanti, tengo l’aria condizionata a palla in faccia, negli occhi ‘o suonno del jet lag e nella recchia mille accenti inglesi che si accavallano: thailandese, bengalese, franco-americano. Non capisco una, dico, una parola. Tengo solo un pensiero in capa: Ma chi m’ha cecat’? M’ facev ‘na bella Beatificazione in grazi ‘e Dio!
Quindici minuti nella stanza dell’albergo a ore, a ore nel senso buono, giusto il tempo di sciacquarci e cambiare maglia, e poi subito agli uffici Audio International di Bangkok. Tanti nomi che prendono forma, tanti indirizzi e-mail che hanno finalmente un volto. Prima Mangiai, poi Gengivan! No, non è la pubblicità di un dentifricio thailandese. Mangiai Jui è la Product Manager ed è donna, ero sempre stato col dubbio, se fosse un nome maschile, femminile o neutro. Gengivan Cry l’ho conosciuto la settimana scorsa ai Musei, ora me lo ritrovo davanti. È una Julia Jenadostovic in versione maschile.
Ma ‘o meglio è George, il grande boss inglese di Audio Thailandia. Sembra un sergente di ferro in pensione; George, la guerra è finita, il nemico è battuto. E’ un vero e proprio Full Metal Sacchett.
Mega riunione con lui e gli altri della combriccola.
George parla solo con Poul. Gli faccio due domande, ad una mi risponde, senza guardarmi, all’altra risponde direttamente a Bellapanza. Sì, è proprio ‘na Sacchett!
Andiamo tutti a pranzo appassionatamente. Da oggi in poi mangerò di tutto e mi piacerà persino, ma non chiedetemi cosa ho mangiato. Non lo so e non lo voglio sapere.
È il momento della prima pasticca di Malarone, per la profilassi contro la malaria. Per sbaglio ieri avevo letto il bugiardino, una cosa terribile.
1 persona su 10 ingerendo la pastiglia ha avuto i seguenti sintomi: vomito, diarrea, attacchi di panico, allucinazioni!
1 persona su 20 li ha avuti soltanto leggendo il bugiardino.
Monique e Bellapanz l’avevano già presa e non avevano avuto nessuna reazione. Quindi i sintomi di rigetto non riguardavano più, 1 persona su 10, ma 1 su 8. Le leggi della statistica mi davano poche speranze. Ingoio la pasticca, e all’improvviso di fronte a me, appare una palla scura, la vedo mentre famelica sta per mangiarsi pure il piatto…
Un’allucinazione?! No, è Poul!
Pomeriggio ancora in conference in ufficio, c’è la creatrice del booking system. Ho mille domande da farle, le tenevo pronte in una mail mandata a Fabrizia. Faccio bella figura. La giornata non è ancora finita, ancora interminabili parole di Sacchett, poi 200 flessioni punitive, e finalmente salutiamo tutti, correndo veloci in aeroporto, destinazione Siem Reap, la città dei templi di Angkor. Per non perdere il volo, Superchiatt corre più veloce della luce.
Tra pass e passaporti la banda dei quattro è pronta per il nuovo viaggio. Fuori è iniziato un temporale biblico; sotto fulmini e saette è il momento di salire a bordo. In totale, siamo nove passeggeri. L’aereo è quello, si proprio quello: il famoso biplano ad elica di produzione cambogiana, il tienm’ca te teng’.
Saliamo scettici, assonnati, ma eccitati. Il viaggio è di circa un’ora, si balla un po’, giusto per scansare i fulmini. Ma atterriamo in un mini, fantastico, pittoresco aeroporto. Siamo in Cambogia. Uscendo dall’aeroplanino, prendo tre capate sui portabagagli aperti. Accuminciamm' buon’!
Ma l’emozione è davvero grande, va oltre il dolore.
Angkor ‘o GIT parte da qui.
L’albergo è molto bello, 5 stelle. Alla hall ci accolgono come re e ci offrono un aperitivo di benvenuto, il welcome cocktail. Scandirà le mie giornate al Soka Angkor Hotel.
Dietro una poltrona vedo un animale, sembra uno scarrafone, ma non ho il coraggio di guardare. Ci accompagnano nelle camere e, big news, mi siedo sul water e faccio la prima perfetta evacuazione del viaggio. Di solito per almeno tre giorni sono stitico; mai mi era capitato alla prima seduta plenaria di dare il meglio di me. Sono interrotto soltanto dal facchino dell’albergo che suona il campanello per consegnarmi la valigia. Con i pantaloni sbottonati, apro appena la porta e cerco di portarmi la valigia dentro. Ma vuole farlo lui, e quindi entra nella stanza, io mi reggo con una mano i pantaloni e con l‘altra mi trascino il bagaglio. Ma lui insiste. Io tiro da una parte lui dall’altra…
Niculì! Se ne caren’ ‘e cazun'!
Ritorno in bagno e ripenso a quello pseudo scarrafone all’ingresso; dopo aver ispezionato ovunque, mi stendo sul letto con gli occhi sbarrati; decido che c’è solo una soluzione per dormire tranquillo, una Santa Alleanza con i vari insetti che potrebbero essere nella mia camera: “Io lo so che stiamo nella jungla, ed è normale che voi potete stare qui dentro. Facciamo un patto per queste quattro notti: voi restate al vostro posto, ed io resto al mio. Ok?”.
Patto che le parti rispetteranno appieno.
Il tempo di un’altra sciacquata veloce e giù per la cena. La curiosità mi spinge ad avvicinarmi a quella poltrona della hall. Più mi avvicino e più mi rendo conto che non è ciò che credevo: ha le corna, delle strane zampe. Fa impressione. Ma che specie ’e bestia è? Però il solo fatto che non sia un beatles, mi rasserena. Gli vado vicino e gli punto l’indice: “Guarda che il patto vale anche per te!”.
Non mi ha risposto, meglio così.
Dopo cena siamo andati a dormire, finalmente. È ormai mezzanotte.
A che ora domattina?
Sveglia alle 4:45.
What? Sorry? I don’t understand.
Purtroppo aggio capito, pure se inglese aggio capito bbuon’.

 

 

(CONTINUA)

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