“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 28 Settembre 2014 00:00

Les Voyages de Lubylu – ELEZIONI AD AUSCHWITZ

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“Fabriuzza, ho sta Central Schiums a telefono, la compagnia di sfardella con cui mi hai fatto il biglietto aereo per Cracovia. So tre giorni che mi azzelleano con mail e telefonate, ma che bbonn’? Non si capisce niente! Parlano un po’ inglese e un po’ lacco… tieni, parlaci tu!”.
Hallo! Fabrizia speaking… Yes, Luca del Vaglio… Perfect… of course… thanks a lot… have a good day!”.
“Allora che volevano?”.
“Liuc, niente di che. Dice che l’aereo domani non parte più da Ciampino ma da Fiumicino”.
“Ottimo, molto meglio!”.

“Ah dimenticavo: non è più alle 18:15 ma a mezzanotte!”.
“Ma che dici? A mezzanotte? Ja’ nun fa' ‘a scem'!".
“No, really... veramente!”.
“Sei sicura? Posso sta’ tranquillo? Nun è ca si trasforma in zucca?”.

LA PARTENZA
È buio. Sono sull’ultimo trenino di Trastevere per Fiumicino, sto per partire per Auschwitz: i nuovi GIT hanno bisogno del loro padre putativo. È lo start up del Group In Tour obbligatorio. Nel gergo tecnico aziendale si dice universale. E il mio universo sarà proprio Auschwitz, quel luogo, quella terra, quelle mura, erette a simbolo universale della sofferenza.
Ma non funzionano ‘e luci ind’ ‘a stazione?
Parto da solo e parlerò solo in inglese, e questo non è un problema, noi napoletani ci facciamo capire in tutte le lingue, a gesti, a sputi, a morsi e a pernacchie. Ma cosa più difficile, dovrò pure comprendere l’inglese masticato in polacco, avrò bisogno di essere molto concentrato.
Meno male che vado in un campo di concentramento.
Arrivato all’aeroporto faccio subito il check in, chiedendo alla Central Hostess un posto comodo; e lei: “Do you speak English?”.
Accuminciamm’ bbuon’! Devo passare l’esame di inglese solo pe’ m’assettà!?
Comunque “Yes a little”.
Risposta esatta. Mi fa sedere vicino all’uscita di sicurezza, il posto più comodo, dove in caso di fuga dall’aereo riceverò istruzioni in lingua su cosa devo fare. Le sorti del volo sono nelle mie mani… ehm sorry, in my hands.
Non vorrei essere nei panni degli altri viaggiatori, speriamo che s’addormono.
Il viaggio è andato tranquillo. Ad un certo momento sono passati con il carrello delle bevande. Avevo proprio voglia di una Coca-cola. La chiedo, la prendo, la apro. Ma la Central Hostess continua a guardarmi. Io la ringrazio: “Thanks”. E lei non si muove. Forse non ha capito: “Thank you very much”. E continua a guardarmi. Uà oggi ho il fascino magnetico dei giorni migliori. “Thanks a lot, a beautiful coke”.  Niente, ripeteva qualcosa di incomprensibile e mi guardava. Dopo lunghissimi infiniti minuti di nulla, terminato tutto il mio vocabolario di ringraziamenti, vedo gli altri viaggiatori mettere mano al portafoglio.
“Do you want the money, ‘e sord? E m’o vvuo’ dicere?”.
Finalmente bevo sta Coca. S’è fatta calda. È pure sfiatata.
“Hostess! M’hai fatt’ fess’!" .
Alle 2:30 di notte la Central Zucca è atterrata a Cracovia, atterraggio perfetto. Nessuna scarpetta persa.
Ora, però, bisogna arrivare ad Oswiecim, la città che i tedeschi, nella loro lingua, chiamarono Auschwitz.
Il tassista, l’unico ancora sveglio in tutta la Polonia, è un incrocio tra un abusivo di Napoli ed uno pseudo-ufficiale di Taipei; gli faccio leggere l’indirizzo dell’albergo mia destinazione, e lui con una lieve mossa di disappunto, mi biascica: “One hour”.
Perfetto, viaggio comodo e confortevole… per le 4 sono dentro il letto.
La strada è un lungo percorso in mezzo a boschi desolati; il nostro tassistosky sembra non sapere bene dove stia andando. Continua a parlare a telefono con un complice per evitare di perdersi. E se fosse un’imboscata? Organizzata dalla famosa guida polacca Mario Polosky?
Mario Polosky, dal bel peplo e dal brut viso, era una falsa guida turistica; aveva dei lunghi capelli neri che gli arrivavano fino alle natiche e la faccia uguale uguale alle natiche.
Diciamo che era uno che non dava nell’occhio…
Era infatti ricercato contemporaneamente da Carabinieri, Polizia Italiana, Gendarmeria Vaticana, Guardie Svizzere e Caschi Blu dell’Onu. Oltre che da Diego Dalla Palma, il visagista delle dive. Un giorno Polosky cercò asilo politico nei Musei Vaticani con la GroupInTourCard, facendola passare per un documento ufficiale della Santa Sede. Da quel giorno la GIT Card fu inserita nell’index documentorum prohibitorum di Paolo IV. Chiunque ne fosse in possesso (un migliaio di guide) o ne fosse l’ideatore (io) sarebbe stato scomunicato.
Questo è il motivo per cui oggi è utilizzabile solo in Cina.
Alle 3:49 ora locale, il tassista mi lascia all’Hotel Galicja, sono vivo e ho tutti i soldi ancora nel portafoglio. Polosky è stato arrestato. Secondo me, tutto merito di Diego Dalla Palma.
L’albergo è una splendida oasi immersa nel Rione Traiano di Oswiecim. Il portiere mi è venuto a prendere al cancello, non mi ha chiesto nemmeno chi fossi. Anzi mi ha guardato con ammirazione: il primo cliente della storia del Rione, a prendere un aereo a mezzanotte!
Mi accompagna in una deliziosa cameretta a mansarda e mi augura buonanotte. Guardo l’ora sul cellulare, sono le 4:01, gli rispondo:
“Good morning, Goalkeeper!”.

(CONTINUA)

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