“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Mercoledì, 03 Settembre 2014 00:00

L’apparizione. Memoria di una vita irreale

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Era un freddo mattino di gennaio. Le nuvole pallide e gonfie offuscavano il sole, quasi fossero gelose del suo antico splendore.
Alba se ne stava in cucina coi gomiti poggiati sul tavolo e l'aria assorta. Tra le dita affusolate e bianchissime rigirava un ricciolo nero che le pendeva dalla fronte, simile ad un prezioso gioiello orientale.
Una sigaretta fumava silenziosa dal posacenere ed il caffè ormai era freddo, dimenticato.
“A cosa pensi Alba?” le domandò sua madre con un leggero senso di inquietudine.

“A niente Mamma” le rispose la figlia con una voce che pareva venire da un luogo lontanissimo e remoto del suo essere.
La madre sospirò come si sospira davanti ad una cosa ignota e incomprensibile: con rassegnazione. Alzò le spalle e uscì dalla stanza voltandosi sulla soglia a guardare la figlia: constatò una dolorosa lontananza.
Passò qualche minuto mentre l'orologio scandiva, implacabile e costante, lo scorrere del tempo. Suonò il telefono: Alba si voltò e lo fissò immobile con aria di rimprovero finché sentì il rumore delle scarpe di sua madre avvicinarsi nervose; la porta di colpo si spalancò e la donna ruggì:
“Ma è mai possibile che tu non risponda mai al telefono?!”
La figlia non la degnò di uno sguardo, ormai era altrove e non poteva più sentirla. La madre sollevò la cornetta e disse in maniera esageratamente enfatica, quasi teatrale:
“Sì pronto? oh ciao carissima!” dopodiché uscì dalla stanza conversando e assumendo ridicole pose da pantomima.
Alba si alzò dalla sedia lentamente, come oppressa da un peso insostenibile. Allora si mostrò in tutta la sua esile figura: portava una lunga camicia bianca che contrastava nettamente con il nero fittissimo dei lunghi capelli ricci. Il viso era di un pallore lunare e gli affusolati occhi d'ebano le segnavano il viso di una oscurità favolosa. Se la si guardava con attenzione si poteva scorgere, dietro alla pece degli occhi, un velo di languida malinconia unita ad una rasserenata consapevolezza.
Intanto la sigaretta si era interamente consumata e Alba la osservava spegnersi, esalando il suo ultimo respiro fumoso.
Quella mattina Alba decise di andare a comprare dei fiori. Non vi era nessuna ricorrenza, nessuna motivazione: voleva solo toccarli, odorarli e li avrebbe anche assaggiati, se ne avesse avuta voglia. I fiori le sembravano l'unica delizia possibile in quella solitaria e annuvolata mattina di inverno.
Uscì di casa e scivolò sulle strade silenziosa, a vederla sembrava fuggisse da qualcuno poiché si voltava spesso indietro e camminava lesta. Tanta era la fretta di arrivare che non si accorse di aver superato il fioraio e andò oltre, cieca e implacabile; aveva ormai dimenticato i fiori e decise infine di sedersi su una panchina di un parco situato nei pressi.
Si accese una sigaretta e stette immobile, come in ascolto.
In quel momento il cielo era cinereo, gli alberi intorno la serravano entro un intricato labirinto selvatico e lei se ne stava lì, cercando di trattenere tra le mani tutti i fili della sua esistenza; ma essi le scivolavano via di continuo, le immagini si sovrapponevano e mischiavano creando infiniti vortici di forme. Aveva gli occhi pieni di visioni che la facevano tremare confusamente. Sentì il corpo abbandonarla dolcemente, come prima del sonno, simile ad una farfalla che si innalzi in volo da un petalo di seta.
Fu in quel momento che vide un lume. Era un lume bianco che le fluttuava davanti infondendole una infinita pace e al contempo una incantevole tristezza. Sentì che quel lume era solo come lei: due solitudini si erano incrociate. Si guardarono dolorosamente, come due bambini abbandonati, due naufraghi compagni di viaggio.
Ma poi arrivarono molti altri lumi, venne una festa di colori, di venti che accorrevano, di alberi che danzavano e il lume le stava sempre dinnanzi ma fiero, con una rinnovata speranza: "Visto? Non siamo più soli".
Alba sorrideva assorta, in quell'attimo di vita irreale aveva trovato il suo barlume di felicità.
Il risveglio fu simile ad una caduta: inesorabile e inarrestabile tornava il buio dell'inverno.

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