"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 17 Luglio 2014 00:00

Il tempo e i cani

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Il riflettore punta sopra una sagoma, la sagoma sta legata ad una sedia. Pian piano la figura apre le labbra – prova prova sa – però il microfono manca, – sa prova prova – la luce è immaginaria.
"Ti stanchi mai? Ti domandi cosa stai costruendo? Quando dicono il cameriere lo può fare chiunque, quando dicono questa roba sapevo scriverla anch’io".
L’ombra si svela a se stessa essere umano, uomo a cui si spalancano ventate di ricordi nella testa.

Vede un ragazzo raccattare in strada un cane. Il cucciolo c’ha l’anima urtata, le zampe rachitiche, trema la propria paura del mondo. C’è tanto tramestio alle spalle di ogni vita, sconosciuto, ondeggiare urlato. Spesso poco voluto però obbligatorio. All’animale nei primi momenti balbettano forte le unghie, ha poca energia per un morso ed una corsa perciò evita di mordere, correre. Il soccorritore si sente sollevato come se in quel minuscolo organismo salvasse l’esistenza intera, ripagasse il cosmo di sofferenze lunghe secoli.
"Devo averlo detto. Qualche volta l’ho detto, sì. Per me l’amore era. È. Sa, sa. Mi sentite? C’era, per esempio, quando sfogliava i libri e la guardavo. Le piaceva leggere dediche, vecchie dediche. La sua voce aveva un tono più morbido, difficile da spiegare. Cercavo di capire poi svaniva. Allora no, non ho capito. L’ho già detto, voi qui ci siete sempre. Prima ci riuscivo, ero più bravo a distinguere. Prova, prova. Ci siete ancora?".
Ci sono l’affezionarsi e l’accudire. Il cullare e le infezioni. Le intenzioni, il risultato. Il ragazzo somministra al cane delle fiale. Prima di ogni pasto, ha raccomandato la dottoressa. Quello ingurgita, stringe una manica del maglione quasi gli implorasse di restare. Hanno giocato i primi giorni, l’animale stava meglio. Correva, mangiava così affamato da rigurgitare. Aveva l’appetito addensato dell’urgenza di farcela. Al soccorritore viene in mente sia stata una gran fortuna passare di lì. Ché altrimenti sarebbe finita proprio male. Adesso si tratta soltanto d’aver pazienza. In certi frangenti s’immagina minuscolo. Capita a chi avverte dipendere da sé un altro respiro, i polmoni restringersi, dilatarsi. L’affanno calmo, un danno interno a cui stai vicino però si conserva lontano, incomprensibile.
"Così andavamo a leggere dediche, parlavamo molto. Voleva illustrare questa storia, la storia di un vecchio libraio. A me sarebbe toccato raccontarla. Certo entrambi avevamo le domande nostre, lei forse dopo avrà risposto. Io no, non ho capito. Se uno baci te oppure le tue labbra. Se ascolti le tue idee oppure ci si specchi. Ci ho provato a scavare. Però. Sa, sa. Ci ho provato, dicevo. Spesso. Magari male. Forse perché ero impacciato a dirmi convinto, dimostrare. Ero più lì, più zitto. Bravo ad aspettare. Così a volte tornava triste, le lasciavo scivolare il maglione sopra le spalle. Piccole, fragili. Lo sapevo se aveva freddo, lo sentivo. Prova, prova. Magari vi state annoiando".
Il ragazzo infila la punta d’una pala nel terriccio, regge impacciato il manico però ha abbastanza rabbia da riuscire a scavare una buca decente. Avverte fiacchezza lungo la spina dorsale, la carezza del fiatone nella milza. A cosa è servito, rimugina. Maledice se stesso, quella stronza della veterinaria. A cosa è servito. È ai piedi di un grosso albero, si ferma sfibrato. Soppesa quanto sia secolare la fotosintesi di quel corpo, indifferente quasi da sembrar cattiva. Prende la coperta con dentro la propria sconfitta, – nemmeno gli appartenesse, lo sa che è una bugia – l’appoggia al suolo. Solleva i pezzi d’erba, i sassolini, le formiche nascoste tra i frammenti di fango. Solleva le molecole improvvisandosi Dio furioso, proprio lui che ad un Dio non crede da tempo, solleva gli atomi e a qualcuno, in prospettiva, risulterà l’apocalisse. Li ricompone, stira le coperte delle idee scalcianti.
"Allora ho chiesto scusa. Ho chiesto scusa, sì. Perché era un’epoca, la nostra, nella quale potevi dire qualunque cosa tranne di non sapere. Conoscevamo i carnefici, le vittime, tutti. Tutti vedevamo. Prova, prova. Sapevo dove lanciassero le bombe, che significasse starci sotto restava solo da supporlo. Dovevo chiedere scusa, scusa per forza. Quando lei decise fosse meglio andare replicai che mi stava bene. Però, le dissi, gli occhi rendimeli. Neanche fossimo dentro una canzone, a voi sembrerà ridicolo. Sa, sa. Forse mi ritrovi, continuai, forse se c’hai freddo le spalle te le copro ancora. Però salutiamoci, adesso salutiamoci. Che puoi scavarlo questo sguardo, sfumarlo attraverso la fuliggine. Ma non è tuo, non t’appartiene. Sarà sgranato, sarà da cane. Però è di chi passa, un istante, un odore. Lì per lì m’ha odiato. Ma dopo, tutto sommato, credo l’abbia capito. Sa, sa. Perché si rompe un filo, un secondo, un terzo. O li riallacci uno per volta oppure t’arrendi. Io ho rinunciato, ha rinunciato lei. Così quella storia del libraio è rimasta sospesa. Magari la scriverà qualcun altro. Finirà nell’ingiallirsi di pagine con sopra una dedica, pagine sparse, la grafia indecifrabile. Da qualche parte. Perciò ve lo dico. Se state ascoltando. Prova, prova. Se ci siete. Da qualche parte".
Il riflettore punta sopra una sagoma, nella testa della sagoma sta un ragazzo. Pian piano insieme aprono le labbra – prova prova sa – però il microfono manca, – sa prova prova – la luce è immaginaria. È finta, abita le mie dita. Ed io? Io sono nell’inchiostro.

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