"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Martedì, 20 Maggio 2014 00:00

Lo scudetto 1986. Follia e cabala allo stato puro

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La Roma negli anni di Platini è stata degna avversaria. Meritò senza dubbio lo scudetto del 1983, poi dovette inchinarsi a Le Roi nel 1984 mentre nel 1985 si verificò una singolarità astrale, tipo il passaggio della cometa di Halley. Il Verona si laureò campione d’Italia. Tre lustri prima era toccato al Cagliari. Non voglio apparire snob, Cagliari è pur sempre un capoluogo di regione, faccio ancora i complimenti al Verona di Osvaldo Bagnoli, ma suona un po’ strano che lo scudetto esca dall’asse Torino-Milano-Roma. E suona strano che Verona sia arrivata prima di Napoli.

Nel 1986 alla Roma si presentò l’occasione per riprendersi il titolo ma si suicidò. La Juventus fece un girone di andata pazzesco conquistando 26 punti su 30. Unica sconfitta al San Paolo quando Maradona sfidò le leggi della fisica e con a disposizione uno spazio ridottissimo, calciò una punizione a due in area di rigore, scavalcò la barriera juventina che era lì a tre metri e disturbò la pennichella di un ragno che stava tessendo negli anfratti della rete. Era una Juve rinnovata che aveva rinunciato ai suoi monumenti Paolo Rossi, Marco Tardelli e Zibì Boniek, quest’ultimo passato proprio alla Roma, per acquistare Aldo Serena, Michael Laudrup, Massimo Mauro e Lionello Manfredonia. Dopo la sbornia del record, in mezzo al quale c’era stata la conquista della Coppa Intercontinentale, la Juve aveva lasciato punti per strada con una serie di pareggi che permisero ai giallorossi di uno straripante Roberto Pruzzo di tornare in bazzica. A sei giornate dalla fine, la Roma diede tre pappine all’Olimpico portandosi a -3. Sua maestà Platini, dinanzi a decine di molesti giornalisti che chiedevano lumi sulla crisi della Juve, commentò che il suo amico Zibì si era rifatto dell’analogo trattamento riservato alla Roma all’andata. La classe non è acqua.
Si vociferava che Trapattoni avrebbe lasciato la società alla fine dell’anno dopo un decennio di trionfi e di conseguenza di uno spogliatoio in fiamme. Si scommetteva sulla Juventus sull’orlo di una crisi di nervi, braccata e raggiunta a due giornate dalla fine dalla Roma che devastava Pisa peggio di una scorreria genovese dopo la Meloria. I giornali davano per scontato che l’ipotesi più rosea su cui la Juve poteva fare affidamento era lo spareggio, ma neanche Tonino Guerra, se guardava il calendario, avrebbe affermato che l’ottimismo è il sale della vita. La penultima giornata vedeva infatti la Roma giocare in casa contro il Lecce già retrocesso da tempo che in tutto il campionato in trasferta aveva racimolato un punto alla prima giornata: era l’8 settembre. Roma-Lecce si giocava in un apparentemente poco significativo 20 aprile. A scandagliare, si scopre invece che corrisponde al compleanno di Pietro Aretino, Hitler e D’Alema, una compagnia poco raccomandabile che poteva far venire qualche brivido al tifoso romanista più in sintonia con cabale e superstizioni. La gente non ci fece caso e l’Olimpico si stipò come il Central Park per Simon e Garfunkel.
La Juve aveva di fronte il Milan a Torino che era l’unica squadra ancor più derelitta perché, oltre a venire da un filotto di sconfitte, era sull’orlo di fallire con un presidente scappato in Sudafrica. Rileverà la società rossonera un tale che farà strada anche se non si è capito bene da dove sia partito: Silvio Berlusconi. Comunque, il destino della giornata era già scritto e la prima sottolineatura la volle dare Ciccio Graziani al settimo minuto del primo tempo. Roma in vantaggio e sugli spalti festa da scudetto imminente. Poi, non è chiaro cosa successe mentre il presidente Viola prendeva a braccetto il sindaco Signorello e sventolavano le sciarpe con la scritta “Campioni d’Italia 85-86”. Qualcuno ha tirato in ballo il Totonero, scommesse infinite sul Lecce vincente nel primo tempo, tanto poi c’erano i secondi 45 minuti per recuperare. Quando però le gambe diventano piantate come la testa degli struzzi, è difficile toglierle da sottoterra. E se la testa vede gli incubi, come dispersa e assetata nel peggiore deserto, è dura tornare lucidi. La Roma aveva rimontato undici punti alla Juve di Platini: un sogno a gennaio. E a tal proposito, i giocatori della Roma anelarono sognare dopo il Lecce perché non dormirono per giorni e non facevano in tempo a crollare esausti che si risvegliavano di soprassalto. Gli occhi gonfi di lacrime. Cominciò Alberto Di Chiara al 34’, il destino, infame fino in fondo, aveva scelto un ex romanista per dare inizio a un racconto dell’orrore. Poi Barbas su rigore al 42’ del primo tempo. Il Lecce aveva ribaltato il risultato. Al 53’, ancora Barbas siglò la rete del 1-3.
Un girone di ritorno a livelli altissimi bruciato dall’avventatezza di una squadra superficialmente spavalda? Intanto la Juve, riuscì a segnare al Milan con Laudrup. Finì 1-0. Quanto bastava per rispondere con la voce della modestia a chi la dava per finita, morta, spacciata. Poco conta che all’82’, Roberto Pruzzo insaccò il gol del 2-3. Ci sono anche storie tristi dopo quella follia, come la vicenda di Ubaldo Righetti, il libero della Roma che a un certo punto della sua carriera giocava in nazionale. Si ritrovò a sgambettare in provincia scontando le chiacchiere – a suo giudizio "assurde e offensive" – legate a quella partita. E in provincia rimase.
L’ultima giornata fu una formalità. La Roma perdeva pure a Como mentre la Juve vinceva, indovinate dove? A Lecce. E indovinate con quale punteggio? Lo stesso con cui il Lecce aveva affossato la Roma. Era l’ultimo scudetto di Michel Platini e di Giovanni Trapattoni assieme. Poi c’è chi ha detto che Dio non gioca a dadi.

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