“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Sabato, 19 Aprile 2014 00:00

Non c’è niente da capire

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Hai la barba di una tonalità più chiara, forse sei anche un po’ ingrassato.
Mi racconti del tuo ultimo viaggio in Norvegia, dei fiordi, della bicicletta, di quanto sia bello vedere il tramonto costeggiando in bicicletta i fiordi. Ho sempre avuto paura di cadere, io, dalla bicicletta.
Non gesticoli molto ma ti piace accompagnare le parole con qualche piccolo scatto, intrecci le dita della mani per poi allontanarle e posizionare il palmo destro sopra il dorso della sinistra.

Mi sorridi come a voler dire “Basta convenevoli”, mi prendi una mano e mi chiedi come sto. La ritraggo e rispondo che ho fame e che mi sono trasferita da poco in città, che mangerei un montone intero e che di lavoro non se ne trova facilmente quindi mi adatto con quello che rimedio.
Sorridi di nuovo e questa volta guardi l’orizzonte al di là di Campo de’ Fiori, ti metti comodo accavallando una gamba e ti accendi una sigaretta. Vorrei fumare anch’io ma il sole mi provoca una penetrante sonnolenza, l’idea di dover assemblare cartina, tabacco e filtro mi dà noia, istintivamente ne prendo una dal tuo pacchetto e me la accendo con il tuo stesso accendino a strisce verdi e gialle. Guardi la scena con noncuranza, sono attimi di intimità infinitesimale, banali, quelli che mi sono mancati più a lungo, quelli a cui non hai mai dato tanta importanza.
Bere dallo stesso bicchiere, appoggiare la testa sulla tua spalla al cinema, entrare in bagno mentre sei sotto la doccia, prendersi in giro per il colore dei calzini, farmi assaggiare il sugo direttamente dal cucchiaio di legno per poi confermare a tua volta che sì, manca il sale.
Mentre continui a parlare del tuo lavoro realizzo che in fondo non ho idea di che cosa ti piaceva di noi e mi sento la donna più stupida del pianeta. Mi barricavo dietro i miei sentimenti considerandoli invincibili e, proprio per questo, venivo ripetutamente sconfitta. Ogni gesto, o un’eventuale sua assenza, aveva il potere di esaltarmi o deprimermi. Sentivo crescere qualcosa, dentro, qualcosa che mi risucchiava come un buco nero, soffrivo, mi struggevo in silenzio e andavo avanti ogni volta un po’ più diffidente, spaventata.
Non mi sono mai chiesta cosa ti piacesse dello stare con me. Non ho mai pensato di meritarlo.
Ti guardo le mani mentre descrivi qualcosa che non ho afferrato, oggi non riesco a seguirti per più di tre parole. Mi assale la consapevolezza di aver sbagliato tutto un anno fa e anche ieri, cercandoti, ti guardo e non capisco come sia possibile riscoprirti estraneo quando riuscivo anche a intuire i tuoi pensieri. Ti ricordi di quella volta che ci si è fermato il motorino sulla Portuense e lo abbiamo dovuto spingere per quasi due chilometri? O di quella sbronza al Ciliegiolo e della tua ostinazione nel voler aprire la porta dell’appartamento sbagliato?
Un ragazzo molto giovane ci serve le nostre ordinazioni, un gruppo di turisti anglofoni si siede al tavolo alla mia destra. Mi chiedi se voglio assaggiare la tua amatriciana, annuisco, mi imbocchi con la tua stessa forchetta e sgranando gli occhi ammetto che è davvero molto buona.
Sorridi ancora e mi chiedi qualcosa che non sento ma ormai so che con te è tutto da rifare, tutto da dimenticare. Mi sembravi un uomo impossibile, egocentrico, distante ma oggi, a distanza di un anno, mi sembri solo stanco. Vorrei toccarti ma la tua pelle resta là, sulle tue ossa, come sempre. Provare a mescolarla con la mia sembra la soluzione peggiore.
Mastichi con gusto la pietanza che definisci “sublime”, a malapena riesco a non vomitare i due bocconi di agnello che ho appena mandato giù.
Il proprietario del locale si ferma a salutarti, vi conoscete da tanti anni mi dici stringendogli la mano. Mi guarda e vedo illuminarsi una domanda nei suoi occhi, vorrebbe sapere, forse anche con un briciolo di invidia, che rapporto intercorre tra te e una donna così giovane − in verità non sono neanche tanto giovane ma la mia faccia tradisce una strana relazione temporale con la realtà. Gli chiedi del figlio e lui risponde che da poco vanno insieme allo stadio, rigorosamente in curva sud, lo definisce “un romanista convinto” e si dice “molto felice” delle domeniche trascorse insieme. Ti piacerebbe avere dei figli, lo so. Le tue labbra s’increspano in un sorriso sincero ma gli occhi non sono affatto convinti.
Mi guardi di nuovo.
“Non ho più fame”, mi dici.
“Nemmeno io”, rispondo.
Mi prendi una mano.
Ti dico che mi dispiace.
Rispondi che dispiace anche a te.

 

 

PS. Il titolo di questo brevissimo e inutile racconto è tratto dall'omonima canzone di Francesco De Gregori del 1974.

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