“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Lunedì, 10 Febbraio 2014 00:00

Ambidestro

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Ero un ragazzino di nove anni felice quando un signore barbuto mi raccattò per strada dove stavo giocando con amici più grandi di me mi tirò per il braccio nonostante gli amici urlassero e lo prendessero a maleparole e mi buttò in macchina con forza e io resistevo ma invano lui il signore barbuto mi stava rapendo e io il ragazzino sudaticcio magro con la maglia strappata e il pantaloncino azzurro e le scarpe consumate che siamo tutti così quando giochiamo in strada non perché manchino i soldi ma perché le cose non ci mettono niente a consumarsi dicevo io venivo rapito nel bel mezzo di un pomeriggio estivo e per me non c’era nulla da fare ero vittima di uno stupratore che in macchina si accendeva il sigaro e faceva partire la musicassetta dei Santana dico io i Santana che sarebbe stata la prima e ultima volta che li avrei sentiti e li sentivo mentre quel signore barbuto mi avrebbe toccato e mi avrebbe costretto a fare cose brutte come solo chi le vive sa: io però non lo avrei saputo.

Il vecchio barbuto fermò la macchina davanti al campo di calcio del paese chiamò il ragazzo tuttofare del campo che chiamò il massaggiatore che stava lì nei pressi per puro caso che chiamò l’allenatore che chiamò il presidente e in pochi minuti mi ritrovavo circondato da questi signori che non conoscevo per niente e che mi preoccupavano perché si erano messi come quando gli uomini si mettono in cerchio intorno alla donna in ginocchio a terra e fa loro quello che tutti gli uomini vorrebbero si facesse loro e io la parte della donna non la volevo fare e stavo lì lì per urlare poi provai a scappare ma il barbuto mi afferrò per le ascelle e mi tenne fermo al centro e il ragazzo tuttofare del campo con la tuta monocolore gialla canarino e bianca orribile mi tirò il pallone addosso e io d’istinto stoppai di petto e tenni la palla sotto il piede destro e il signore barbuto diceva palleggia come sai fare tu palleggia che questa è la tua occasione e io che fino a quel momento avevo pensato a chissà cosa mi sarebbe successo sospirai mi asciugai il sudore dalla fronte e cominciai a palleggiare e loro gongolavano mentre io facevo tutto con destro sinistro tacco a un certo punto la schiena perché palleggiare mi divertiva e quelle cose le avevo visto in televisione con mio padre in alcuni campionati sudamericani prima della partita e tra un tempo e l’altro quando i giocatori si riscaldavano con la palla e facevano vedere delle cose che poi io puntualmente facevo poco dopo con la pallina di gomma piccola mentre mio padre applaudiva e beveva birra e anche questi qui intorno a me a un certo punto applaudirono.
Quando tornai a casa trovai mio padre che beveva come sempre e gli diedi la notizia del giorno e cioè che mi avevano preso e trascinato in macchina e mi avevano costretto a palleggiare e mio padre lo vedevo che si stava incazzando lo vedevo dalla faccia più rossa del solito e dal sopracciglio sinistro che prendeva una piega sinistra mentre l’altro come al solito stava fermo e in quei momenti io di solito avevo paura e allora mi fermai a parlare e lui chiese cosa fosse successo e io temevo a dirglielo e lui però si vedeva dal sopracciglio sinistro si stava incazzando di più e a un certo punto scagliò la bottiglia di birra vuota a terra e io presagivo il peggio così aprii bocca e gli dissi: papà calma! mi hanno preso nella squadra giovanile del paese e mi hanno detto che sono il loro nuovo numero 10!
Ricordo che papà a quella mia affermazione decisa rimase muto e chissà cosa pensava mentre passavano secondi interminabili e i cocci della bottiglia rimanevano ai suoi piedi e lui era pure scalzo come al solito e quindi di sicuro ci sarebbe andato sopra si sarebbe fatto non male ma malissimo avrebbe bestemmiato tutte le anime del purgatorio e del paradiso ma poi non sarebbe passato all’inferno e io mi chiedevo proprio se l’inferno fosse vuoto visto che papà grande bestemmiatore non nominava mai nessuno che stava lì e questa per me era una speranza perché a me non piace il casino e sapevo che sarei finito con papà lì alla fine per cui il pensiero di non avere gente intorno che ci guardava e giudicava mi faceva stare un pochino meglio e quindi io pensavo a questo quando lui mi ordinò di prendere la scopa e togliere il casino che secondo lui io avevo fatto e non osai dirgli che no era stato lui invece e così mentre prendevo la scopa sentii lui che diceva: bene, può essere che mi diventi calciatore!
Quando qualche anno dopo a quindici anni dissi a mio padre che mi avevano preso nella squadra della città che giocava in serie B mio padre disse la stessa cosa e sorrideva come un ebete e aveva rispetto alla volta precedente solo qualche capello in meno e qualche chilo in più con quella pancia come un pallone gonfio che più volte lo ammetto avrei voluto calciare e palleggiare e così mi ritrovavo in serie B mio padre ne era felice e chissà che avrebbe detto mia madre che non ho mai conosciuto e che non so nemmeno se esiste sta di fatto che lei sarebbe stata orgogliosa di me che ero un numero 10 perfetto segnavo tanti gol fornivo tanti assist e grazie a me le squadre giovanili del paese avevano fatto grandi cose e ora anche nella giovanile della squadra di serie B sarei stato protagonista e il futuro come mi dicevano gli allenatori i dirigenti i tifosi gli amici le amiche i ragazzini che si ispiravano a me i vecchi che guardavano le partite senza tifare ma per perdere del tempo in alternativa al tressette le mamme dei figli che erano miei compagni oppure miei avversari insomma tutti mi dicevano che sarei stato protagonista perché come me non avevano visto nessuno e quando incontrai l’allenatore della squadra giovanile di serie B gli dissi che io ero ambidestro e lui mi guardò indifferente e mi disse: bisogna capire come sono questi tuoi due piedi, non è detto mica che siano buoni.
Del calcio lo devo dire mi piaceva tutto allenamento sudore fatica giocate meravigliose rabbia felicità esultanza delusione vittoria sconfitta i tifosi esultanti o incazzati il presidente che già da subito pensava a cosa ne avrebbe fatto di me gli allenatori che prima non sapevano come mettermi in campo e poi mi dicevano fai quello che vuoi e io lo facevo quasi sempre molto bene e grazie a me si vinceva e se io non giravo si perdeva e infine mi piaceva la vita di spogliatoio coi compagni le battute gli schiaffi le risate le trasferte le sigarette di nascosto la pipì sotto la doccia e tutto insomma: io grazie al pallone avevo tutto.
A diciassette anni e dopo aver fatto sfracelli con le squadre giovanili era venuto il momento di fare grandi cose anche in prima squadra era il presidente ad esigerlo perché io ero il meglio che lui tenesse tra tutte le trafile giovanili e la prima squadra e lui non vedeva l’ora di constatare che io ero il meglio con la prova più difficile che era giocare in prima squadra e così iniziai ad allenarmi coi grandi e a prendere calci cattivi in allenamento che però l’allenatore non diceva niente e quando io mi lamentavo lui diceva non lamentarti che stai crescendo e quando giocherai le partite vere subirai anche di peggio e io mi ingrugnavo e cercavo di inarcare il sopracciglio sinistro come faceva mio padre per mostrare tutto il mio terribile dissenso e tutti allora si mettevano a ridere ma poi tornavano a prendermi a calci e lo faceva soprattutto il numero dieci titolare che era un brasiliano bassino di trentacinque anni che aveva oramai dato tutto nel calcio e aveva giocato anche in nazionale cioè dico il Brasile dei più forti del mondo e lui con la nazionale aveva è vero giocato solo una partita amichevole ma restava il fatto che aveva giocato coi più forti quando aveva vent’anni e prometteva di essere tra i grandi del Sudamerica e invece si ritrovò a fare panchina nella liga spagnola prima e nella nostra serie A poi e probabilmente gli era rimasta sullo stomaco questa cosa che lui non aveva ottenuto quello che avrebbe meritato e vedeva in me la sua fine e ciò che non era stato e quindi ce l’aveva con me più di tutti e io lo dissi all’allenatore che quello ce l’aveva con me ma l’allenatore si incazzò e mi disse di subire in silenzio che ero bravo ma dovevo crescere e finché non sarei cresciuto non ero nessuno insomma una brutta cosa da dirmi tanto che ingoiai il boccone amaro e subii remissivo senza dare il meglio di me.
Poi venne il giorno del debutto nelle ultime partite di campionato che la squadra era salva e poteva giocare più rilassata e l’allenatore mi fece riscaldare e mi fece entrare al posto del numero dieci che era ancora più incazzato perché non gli avevano rinnovato il contratto e chissà che fine avrebbe fatto a trentacinque anni mentre io a diciotto anni da poco compiuti avevo una vita davanti così il numero 10 quando mi abbracciò nel momento di sostituirmi mi disse all’orecchio una serie di parole in lingua brasiliana che ne avessi capita una ma non me ne fregava perché ero preso dall’adrenalina del grande giorno e a certe cose non ci potevo pensare in quel momento: entrai mi feci dar palla dribblai un paio di giocatori avversari e al limite dell’area scagliai una bordata d’effetto di sinistro che prese la traversa tra gli sguardi allibiti dei presenti e quello fu il giorno del mio debutto in cui poi mi procurai un rigore e l’allenatore volle per forza che lo tirassi io: non sbagliai.
Alla fine del campionato mancavano un paio di partite io avevo giocato più spesso avevo segnato quattro goal in cinque partite e alla fine avevo preso il posto da titolare del numero dieci brasiliano ero una star le curve mi acclamavano iniziavano a cercarmi grandi club e avevo un mio agente che mi costringeva ad essere paziente che forte com’ero avrei ottenuto il meglio sarei stato il più forte di tutti almeno in Italia perché uno come me neanche lui l’aveva mai visto eppure era stato l’agente di calciatori fortissimi che solo a pensarci mi emozionavo e lui mi consigliò di curare meglio la mia immagine di trovare un parrucchiere buono di farmi un tatuaggio magari un piercing e mi chiese come mai non avessi ancora una donna di quelle super e me la descrisse con parole che non sto qui a ripetere e io non gli seppi rispondere e nell’incertezza del momento alla fine gli dissi provvederò e così feci tutto escluso il piercing e trovai la donna che era anche la mia prima donna e scoprii i piaceri dell’amore per la prima volta e andò tutto bene perché così sarei diventato il più forte di tutti il mio agente era come mio padre che era morto l’anno prima di cirrosi epatica mentre ero in trasferta cogliendomi a tal punto di sorpresa che neppure seppi piangere come si deve fare in momenti come questi e allora dopo qualche giorno che il mio agente mi aveva consigliato quelle cose io avevo fatto tutto tranne il piercing e giunsi all’ultima di campionato completamente a nuovo: giocai, segnai tre gol di cui uno su punizione di sinistro da fuoriclasse come sicuramente avrebbero scritto sui giornali il giorno dopo e a fine partita tutti urlavano il mio nome sapendo che me ne sarei andato in serie A mentre loro sarebbero rimasti come sempre in serie B ma il calcio è così belle le emozioni ma poi vanno fatte delle scelte perché tutto dura poco così mi diceva il mio agente quando io ero dispiaciuto e gli chiedevo se non fosse bene rimanere un altro anno e magari portare la squadra in serie A e lui mi diceva quelle cose appunto e se insistevo mi sgridava e io zitto e comunque dopo la partita nello spogliatoio quando l’allenatore uscì io rimasi coi miei compagni di squadra e sorridevo e stavo per dire loro che me ne sarei andato e magari loro si sarebbero dispiaciuti e si sarebbero commossi macché alcuni uscirono e rimase il numero dieci brasiliano a fine carriera insieme ad altri tre compagni di squadra un difensore un attaccante e il secondo portiere e si misero intorno a me come in quei video che vedeva mio padre con la donna al centro a fare cose agli uomini intorno e loro cacciarono tutto fuori dal pantaloncino mi costrinsero a stare in ginocchio e il numero dieci brasiliano a fine carriera mi urlò di fare quelle cose: io ricordai i video che vedeva mio padre divertendosi bevendo toccandosi toccandomi e così come imitavo i sudamericani nei palleggi allo stesso modo imitai le donne e feci tutto e bene perché io ero un perfetto numero 10 ambidestro e potevo fare tutto.
Fu così che il mio agente mi abbandonò e io rimasi orfano e senza squadra e ora sto qui a bere come mio padre in attesa della fine perché quando si perde tutto non c’è più nulla per cui valga la pena continuare. E però la vita, che è cattiva, continua.

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