“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovanni Meola

'Atto primo' di Latella alla Biennale Teatro

“Qual è il compito del teatro oggi? È una domanda che, presi dal fatto di farlo, il teatro, noi non ci poniamo più, non ci poniamo mai”.
Siamo seduti a parlare, tra domande, risposte, articolazione di pensieri, suggestioni varie, per questo mio incontro con Antonio Latella, da quest’anno direttore artistico della Biennale Teatro di Venezia, con mandato quadriennale, già da un po’. Nonostante l’orario da pomeriggio inoltrato e una bibita analcolica a testa, molto fredda, svuotata quasi subito, il caldo sommamente assassino crea fatica anche nel parlare. Ma le mie domande, le curiosità da collega che conosce e segue da tempo la parabola di uno dei pochi registi italiani che pratica ferocemente una ricerca teatrale indefessa, invitato regolarmente con i suoi lavori all’estero e che vive in Germania da molti anni, non si fermano, fluiscono senza intoppi.

La famiglia artistica di Nathalie Béasse

Come si è formata la famiglia artistica di Nathalie Béasse, regista francese di Angers (patria degli Angioini), abbastanza fuori dai circuiti ufficiali del teatro franco-parigino, ma invitata con una sua retrospettiva alla Biennale Teatro 2017 dal neo-direttore artistico Antonio Latella?
“Io non amo i provini: incontri, caffè, colloqui, attraversamenti. Così si è formato questo magnifico gruppo di attori e tecnici, provenienti da più nazioni, con i quali lavoro da tanti anni”. Quando ribatto chiedendole quanti di loro avesse visto in scena prima di contattarli, conoscerli, coinvolgerli, mi risponde, ma ridendo scherzosa, sornione e complice: “Nessuno di loro. Forse, li avessi visti in scena, non li avrei presi con me”.

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