"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 02 Gennaio 2013 19:47

Non ti pago o delle ipotetiche realtà

Scritto da 

Nel 1940 i De Filippo allestirono la prima rappresentazione teatrale di Non ti pago, commedia in tre atti scritta da Eduardo quello stesso anno. Nel ‘42 il regista cinematografico Carlo Ludovico Bragaglia ne proponeva una versione per il grande schermo, ma è nel ‘64, con la trasposizione televisiva per la RAI , che l’opera acquista tutto il suo enorme valore fino ad allora solo potenziale ed è a questa che lo scritto in questione fa riferimento.

Eduardo interpreta il personaggio di Ferdinando Quagliuolo, proprietario di un banco lotto nonché assiduo giocatore. Gli fa da spalla un impagabile Ugo D’Alessio nei panni del suo domestico Aglietiello. La moglie di Ferdinando è Concetta, interpreta dalla sempre brava Luisa Conte, ma il personaggio chiave della vicenda è sicuramente Mario Bertolini, nel film e nelle prime messe in scena teatrali interpretato da Peppino, in questa versione televisiva veste invece i suoi panni Carlo Lima. Ebbene, questo signor Bertolini, dipendente al banco lotto di Quagliuolo, è capace di vincere al lotto con una sistematicità (ogni settimana) che manda in bestia Ferdinando, suo datore di lavoro. A complicare ulteriormente i poco idilliaci rapporti tra Ferdinando e Mario c’è la relazione tra quest’ultimo e Stella, figlia del primo. Avviene poi che un giorno il signor Bertolini vince una quaterna di 4 milioni grazie ai numeri (1, 2, 3 e 4) datigli in sogno dal papà “buonanima” di Ferdinando. Quest’ultimo si ribella rifiutandosi di pagarlo. Motivo del suo rifiuto è il fatto che i numeri sono stati dati dal padre, il quale non era al corrente che suo figlio aveva ceduto il suo appartamento a Mario. “Infatti v’ha chiammato ‘picceri'’” dice Ferdinando a sostegno della sua teoria (in vita il padre gli si rivolgeva chiamandolo “picceri'”). La creazione di due mondi paralleli è già evidente. Da un lato il mondo dei vivi, dall’altro quello dei morti. I due mondi però non sono separati, ma costantemente in relazione attraverso un mondo, potremmo dire, di mediazione, quello onirico. Il senso più profondo dell’opera però va ricercato più avanti nella narrazione ed è in parte una smentita di questa prima interpretazione appena accennata. La famiglia Quagliuolo al completo si schiera dalla parte di Bertolini e considera il gesto stravagante di Ferdinando l’avventatezza di un invidioso. La faccenda assume risonanza nel quartiere. I popolani si dividono sulla questione. C’è addirittura chi sogna il defunto padre di Ferdinando scusarsi per l’errore di aver dato i numeri a Mario convinto che fosse il figlio. Ferdinando decide dunque di rivolgersi alla “legge degli uomini” per tutelarsi. Chiede la consulenza dell’avvocato Strumillo (interpretato da un altro grande attore eduardiano, Pietro Carloni), ma non ha i risultati sperati, anzi il principe del foro chiamato in causa sembra seriamente considerarlo un pazzo. Decide quindi di affidarsi alla “legge di Dio”. Scambia quattro chiacchiere con il parroco don Raffaele, interpretato in questa versione da Enzo Cannavale. Anche quest’ultimo però gli dà torto considerando il sogno di Mario come il prodotto della sua fantasia. Ma Ferdinando non si dà per vinto e decide di farsi giustizia da solo, creare un’altra legge: “legge Ferdinando Quagliuolo”. “È inutile che guardi” – dice alla moglie che lo osserva sbigottita – “le leggi non le hanno create gli uomini? E io che so’, nun so’ uomo? Faccio 'n’ata legge!”

Le gesta di un pazzo, come etichettano comunemente tutti i testimoni di parte bertoliniana, sono motivate dalla presenza (o credenza) dell’aldilà che il nostro protagonista sente reale quanto il suo stesso mondo. Ad ogni modo, la nuova legge creata da Ferdinando consiste nell’obbligare (con tanto di pistola in pugno) Bertolini a dichiarare nero su bianco che il legittimo proprietario del biglietto è lui. Bertolini si rifiuta (Aglietiello gli aveva confidato che la pistola è scarica) e Ferdinando, su tutte le furie, gli scaglia un anatema (assente nelle prime versioni teatrali, pare sia stato suggerito da Bragaglia per il film). “Tu vuo' 'o biglietto… e io t’o dongo […] ma SE i numeri spettavano a me, papà tu staie 'o munno 'a verità... nun se n'ha da vedé bene... Ogni soldo na disgrazia, comprese le malattie più insignificanti. Rotture e perdite di arti inferiori e superiori, in casa Bertolini… fino 'a settima generazione!”. Questa la maledizione pronunciata col sangue agli occhi da Ferdinando Quagliuolo. Abbiamo evidenziato il “SE” perché a nostro avviso rappresenta la chiave di lettura per un’interpretazione più profonda dell’opera. L’anatema pronunciato da Eduardo infatti presuppone un elemento necessario affinché tale maleficio possa essere giustificato e attuato. Il “SE” diventa condicio sine qua non e allo stesso tempo raison d’être dell’opera facendo del monologo già raccontato la chiave di volta dell’intreccio. Potremmo riassumere, per semplificare, il concetto dell’intero monologo come: “concetto del periodo ipotetico”. Tale periodo ipotetico, dietro la maschera relativistica del “se”, nasconde invece l’assolutismo della fede incrollabile, rappresentazione della cieca convinzione da parte di Ferdinando che ci sia una realtà oltre quella percepita dai sensi e dalla ragione. Una realtà che però finisce per negare  i sensi e la ragione stessi. Il concetto del periodo ipotetico torna infatti nuovamente protagonista quando, qualche scena dopo, all’accusa dell’avvocato Strumillo (intanto divenuto il legale di Bertolini) nei confronti di Ferdinando, colpevole dell’orrenda maledizione inflitta al suo assistito, il nostro protagonista risponde: “Voi dite che io ho mandato una maledizione, tutto il quartiere qua, povero giovane, l’hanno maledetto. Ma ‘SE’ che cosa? Questo non lo avete detto. Questo non vi conveniva dirlo. SE… i numeri spettavano a me, SE… mio padre intendeva dare a me i numeri. E questa è maledizione? Ah, questa è maledizione? È una proposta!”

I nuovi SE evidenziati sono in tutto e per tutto riconducibili a quel concetto del periodo ipotetico poco fa descritto, e trovano il loro compimento in una domanda che Ferdinando rivolge più volte a don Raffale: “questo mondo dell’aldilà esiste si o no?” In poche parole: SE esiste, allora non è tanto stravagante il suo atteggiamento, SE non esiste, invece, risulta evidente che il mondo parallelo che Ferdinando si sta creando, e che appartiene a tutto un universo di culture e tradizioni religiose, sta divorando l’altro, quello fisico, solitamente chiamato “reale”. Il Non ti pago del titolo diventa quindi una violazione dei valori e degli obblighi umani, alterati da una visione del mondo corrotta dalla superstizione e dal paranormale. L’opera di Eduardo sembra quindi in perfetta sintonia con il senso bergsoniano del riso, la situazione comica intesa cioè come metafora delle contraddizioni sociali che sono d’intralcio allo “slancio vitale”. Il suo implicito ammonimento ci suggerisce chiaramente che se lasciamo entrare nel nostro mondo l’irrazionale, allora la logica della “legge dell’uomo” non ha più senso di quella di un sogno, e i tanti “SE” ipotetici della realtà diventano l’arma di un relativismo che pretende di essere assolutismo ogni qual volta un fantasma con le sembianze di un parente gli si pari davanti come in un incubo.   

 

 

Retrovisioni

Non ti pago

regia Eduardo De Filippo – Stefano De Stefani

sceneggiatura Eduardo De Filippo

con Eduardo De Filippo, Luisa Conte, Ugo D’Alessio, Carlo Lima, Pietro Carloni, Enzo Cannavale, Elena Tilena, Gennarino Palumbo

produzione RAI

anno 1964

colore b/n

Altro in questa categoria: Ucciderò Roger Federer (parte 7) »

Lascia un commento

Sostieni


Facebook