“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Mercoledì, 06 Novembre 2013 01:00

Il Teatro nella Napoli aragonese. Conversazione con Cristiana Anna Addesso

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Il volume Teatro e festività nella Napoli aragonese, edito a Firenze presso Olschki nel 2012, si propone l'obiettivo di assegnare una collocazione storico-critica e filologica alle molteplici forme della teatralità che caratterizzarono Napoli aragonese. L'autrice, Cristiana Anna Addesso, ha inteso riaccendere i riflettori su quella che appare, infatti, una 'spettacolarità' assai variegata, calata in spazi pubblici e privati (le strade e le piazze cittadine, ma anche gli interni dei castelli aragonesi Castelcapuano e Castelnuovo), in cui è stato fondamentale rilevare la dimensione unitaria della festa e le valenze politiche e diplomatiche cui la componente letteraria va ricondotta.

Il volume si compone di quattro densi capitoli. La prima parte del lavoro indaga le fonti storico-letterarie per realizzare una carrellata degli eventi spettacolari che segnarono Napoli aragonese, dal primo ingresso di Alfonso d’Aragona nel 1421 all’incoronazione di Alfonso II nel 1495, passando attraverso numerose altre occasioni festive che coinvolsero l'intera cittadinanza o gli ambienti di corte: il più noto trionfo del Magnanimo nel 1443, la visita dell'imperatore Federico III di Germania nel 1452, i festeggiamenti per i patti matrimoniali Sforza-Aragona e via dicendo.
L'autrice sposta quindi la sua attenzione sul genere della 'farsa'. A partire dagli anni Ottanta del Quattrocento i letterati aragonesi produssero numerose farse a carattere comico-popolare ed encomiastico-allegorico. Il volume offre una serie di interessanti notazioni sulla prima farsa di Iacopo Sannazaro, ovvero gli apparati festivi per le nozze di Costanza d’Avalos (1477), e soprattutto indaga e pubblica in edizione critica la complessa farsa de Il Magico di Pier Antonio Caracciolo (Cod. It 265, Bayerische Staatsbibliothek) che si apre ad istanze filosofico-letterarie e si richiama probabilmente al filone ermetico-ficiniano diffusosi intorno alla corte aragonese.
Sull’enigmatica "intramesa", considerata intercambiabile con la farsa, è invece il poemetto Lo Balzino di Rogieri da Piacenza ad offrire spunti di riflessione all'autrice, che riconduce questo particolare genere poetico ai pageants allegorici e ai tableaux vivants realizzati per le scenografie d’ingresso cittadine. Infine, il volume assume il punto di vista dell'Ottocento per osservare da una diversa angolatura la Napoli aragonese. Ciò è reso possibile dal romanzo storico Ceccarella Carafa (1854) dell'erudito e bibliofilo Filippo Volpicella, una narrazione iperletteraria attraverso la quale il lettore è calato in una città festosa nella quale si celebrano spettacoli di giostra, ricevimenti, farse e banchetti per la presa di Granata, ma in cui si avvertono anche gli angoscianti segni dell'imminente declino di Napoli aragonese. La citta 'splendida', 'festosa' e 'magnifica' tra breve diventerà la Capitale del Viceregno spagnolo, trasformandosi nella caotica metropoli toledana.
L'autrice Cristiana Anna Addesso è dottore di ricerca in Filologia Moderna e assegnista presso l’Università "Federico II" di Napoli. I suoi studi sono rivolti sia al contesto letterario della Napoli otto-novecentesca (con lavori riguardanti, in particolare, il giornalismo letterario, Francesco Mastriani e il teatro degli Scarpetta e dei De Filippo), sia alla letteratura del Quattro-Cinquecento. Numerose pubblicazioni in volumi collettanei e riviste internazionali (Studi Rinascimentali, Rivista di Letteratura Teatrale) rivelano la sua attenzione per Iacopo Sannazaro e per il genere della descrizione letteraria di Napoli nel Cinquecento, ambito quest’ultimo in cui si colloca l’edizione critica de Le Stanze del Fuscano sovra la bellezza di Napoli (pubblicate nel 2007).
Rivolgiamo all'autrice alcune domande, funzionali ad illustrarci alcuni aspetti della sua ricerca.

 

Quali peculiarità rendono la farsa aragonese del Quattrocento un genere non riscontrabile nelle altre esperienze peninsulari e che, pertanto, si distingue dai coevi intramesa e gliommero?

Lo studio sulla farsa aragonese si affida a pochi testi superstiti che compongono un corpus abbastanza eterogeneo: farse a carattere encomiastico-allegorico si accostano a farse comico-popolari, così come lo spessore tematico e stilistico delle farse di Iacopo Sannazaro (tra le più note ricordiamo almeno La presa di Granata e Il Triunfo de la Fama, entrambe del 1492) e Pier Antonio Caracciolo si giustappone ai testi 'cortigiani' di Giosuè Capasso. La farsa aragonese è in versi ed è caratterizzata dalla successione di monologhi di endecasillabi con rimalmezzo; ha un carattere allegorico ed una spiccata allocutività nei confronti del pubblico di corte e del sovrano in particolare; più raramente ha una struttura dialogata, avvicinandosi per lo più al genere del 'contrasto' o della 'disputa allegorica'. La farsa aragonese non ha riscontri in altre esperienze peninsulari (penso alla produzione farsesca del piemontese Alione o al dinamico contesto veneto) poiché le sue peculiarità stilistiche e contenutistiche vanno relazionate strettamente alle dinamiche culturali del Quattrocento aragonese. Inoltre la farsa va distinta da altri due generi aragonesi, lo gliommero e l'intramesa, l'uno legato alla recitazione conviviale e l'altra ai cerimoniali d'ingresso cittadini.

In che senso è possibile affermare che il teatro napoletano del Quattrocento sia stato influenzato dalle dottrine ermetiche ficiniane, in voga presso la corte aragonese?

Recenti studi contribuiscono a sostenere l'esistenza, intorno alla corte di re Ferrante, di un vero e proprio 'laboratorio ficiniano'. Si pensi che il marchigiano Ludovico Lazzarelli passa a Napoli negli anni Novanta del Quattrocento assieme ad Adriano Colocci, stringe legami con l'Accademia Pontaniana e con Iacopo Sannazaro e soprattutto inserisce nel suo Crater Hermetis il vecchio re Ferdinando d'Aragona tra i personaggi dialoganti nel ruolo di Ermete. Nella farsa Il Magico di Pier Antonio Caracciolo, databile nello stesso torno di anni, riconducibile al tema del 'contrasto' e al genere dialogico lucianeo, il primo monologo di endecasillabi con rimalmezzo è affidato al Mago-Negromante, sovrapponibile − a ben vedere − ad Ermete Trismegisto. È significativo infatti che il Mago, collochi la propria formazione "a lo extremo fondo de lo Egipto" e richiamandosi alla triplice natura sapienziale di Ermete si appelli all'autorità dei propri maestri, ovvero Zoroastro, Ermippo, Agonace, Anassagora, Empedocle, Pitagora e Platone naturalmente. La farsa di Caracciolo va quindi relazionata non solo al citato laboratorio ficiniano che probabilmente era attivo allo corte di Ferrante, ma anche alle lettere che Marsilio Ficino indirizzò a Giovanni d'Aragona, alle copie di manoscritti ficiniani delle traduzioni platoniche commissionate da Ferrante, alla traduzione degli argumenta di Ficino e − perché no − anche alla posizione antificiniana assunta dal Pontano nel suo dialogo Actius.

Seguendo quali topoi, la farsa Il Magico di Pier Antonio Caracciolo rivisita la filosofia di Aristippo e Diogene, nel momento in cui i due filosofi, convocati davanti al re, illustrano i rispettivi modus vivendi?

La farsa Il Magico di Pier Antonio Caracciolo vede tra i personaggi dialoganti anche il cinico Dionege di Sinope e il cirenaico Aristippo che prendono parola, dinanzi al re Ferrante, dopo essere stati evocati dal Mago-Negromante, per illustrare i loro rispettivi stili di vita (l'ostinato allontanamento dai beni materiali alla ricerca della Virtù di Diogene e l'eccessivo edonismo di Aristippo). Si tratta di una 'disputa' abbastanza tradizionale tra i due filosofi che risale a Diogene Laerzio (Vite dei Filosofi, 2, 68), poi ripresa da Orazio nelle Satire (I, 17) per riflettere sul rapporto tra intellettuali e potere, e presente anche nei Carmina Burana.

4) In che modo Iacopo Sannazaro, componendo un'orazione per le nozze di Costanza d'Avalos, recupera la tradizione umanistica della laus coniugii, legata alle virtù dell'honestas, dell'utilitas e della iucunditas\delectatio?

Le farse di Iacopo Sannazaro costituiscono la maggior parte della tradizione letteraria a nostra disposizione per recuperare informazioni stilistiche e contenutistiche sul genere della farsa aragonese. Sono state edite nel 1961 da Alfredo Mauro ed indagate minuziosamente con gli strumenti della filologia, della critica letteraria e della linguistica da numerosi specialisti. Tra le più note ricordiamo almeno le due farse scritte per celebrare il successo aragonese della presa di Granata, ovvero La Presa di Granata e Il Triunfo de la Fama databili con certezza il 4 e il 6 marzo 1492. Si tratta di testi che si calavano nella dimensione della 'festa cortigiana' negli spazi chiusi di Castelnuovo. Diverse fonti restituiscono notizia di Sannazaro anche come organizzatore di feste per i reali aragonesi e probabilmente il suo esordio avvenne in occasione delle nozze di Costanza d'Avalos e Federico Del Balzo (1477). La descrizione di questo festeggiamento nuziale è contenuta in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli che riporta la vita di Costanza d'Avalos. Dopo una serie di tradizionali elementi della festa nuziale quattrocentesca, il banchetto si conclude con una orazione di Imeneo attribuibile a Sannazaro che recupera con evidenza una serie di stereotipi della laus coniugi umanistica quali la necessità naturale, l'utilità sociale e la gioia del matrimonio.

 

 

 

 

 

Cristiana Anna Addesso
Teatro e festività nella Napoli aragonese
Firenze, Olschki, 2012
pp. 172

 


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