“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Mercoledì, 10 Febbraio 2021 00:00

L’importanza dell’ascolto: intervista ad Anny Romand

Scritto da 

“La memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé”.
 
(Oscar Wilde)

 

Mia nonna d’Armenia parla di memoria e di diario. Anny Romand, autrice del romanzo, ne è anche voce e protagonista insieme alla propria nonna.

Il libro nasce in seguito a un ritrovamento importante, nel 2014, di un quadernetto scritto in francese, armeno e greco appartenuto alla nonna Serphoui. Il ritrovamento la riporta indietro di diversi anni, a quando viveva con la nonna perché la mamma non aveva tempo da dedicarle, lavorando e avendo un bimbo appena nato. Anny da piccola era spesso malata, soffriva di infiammazioni e febbre e saltava spesso la scuola. A volte lo faceva per non dare pensieri alla nonna “che ha paura di farmi uscire, ha paura che mi perda, che mi succeda qualcosa per la strada. Con tutti quegli sconosciuti”. Il legame che nonna e nipote stringono si rinsalda sempre di più anche per un altro motivo: Anny è l’unica interessata ad ascoltare i racconti di quella nonna “troppo stanca perché ha camminato sulle montagne e nel deserto”.
Serphoui nasce in una famiglia della borghesia armena ma da piccola, per seguire il padre, si trasferisce in Palestina e impara il francese. Alla morte del padre torna in Armenia e all’età di quindici anni viene data in sposa contro la sua volontà, solo per far felice la madre e il fratello e perché non avevano molti soldi. Partorisce quattro figli ma ne rimangono in vita soltanto due. Arriva poi il 1915, anno dell’inizio del massacro armeno.
Il marito torna a casa e viene subito ucciso. Lei e i figli vengono portati nell’ospedale di Trebisonda. I militari vogliono portarle via il figlio più grande, che all’epoca ha quattro anni, con la scusa di mandarlo a scuola. Serphoui non vuole lasciarlo solo e segue il militare con il figlio, affidando la bimba neonata a un’altra donna. Quando riesce a tornare scopre che le hanno avvelenato il latte. Non molto più tardi affida il figlio a dei contadini per cercare di salvarlo, non avrebbe resistito alle sofferenze del deserto e alla mancanza di cibo. Riesce a sopravvivere agli stenti, a scappare due volte e a raggiungere dei parenti a Costantinopoli. Una forza di volontà incredibile dovuta soprattutto al desiderio di ritrovare l’unico figlio rimasto. Una volta arrivata in Francia, avrà una figlia, Rose, la madre di Anny.
Il romanzo è strutturato su un’alternanza di capitoli narrati da Anny bambina − sono ricordi delle loro chiacchierate − e capitoli con estratti del diario, oltre ad alcune fotografie, così da toccare con mano, in presa diretta, un capitolo ignorato della nostra storia più buia. Come scrive Dacia Maraini nella prefazione, è un racconto lieve e profondo perché guardiamo ai fatti attraverso gli occhi innocenti di una bambina e sorridiamo dinanzi alle sue domande innocenti.
I suoi ricordi ci raccontato la vita della nonna e ci fanno conoscere anche alcuni aspetti della società del tempo, oltre a riportare avvenimenti dei giorni del massacro, e soprattutto le conseguenze che queste privazioni hanno avuto sulla nonna: rimane in lei la paura, il sospetto e “quando riapre gli occhi, vede donne che supplicano inginocchiate, grida, bambini sperduti”. Orrore che non si cancella.
È un libro delicato perché anche le cronache più forti sono trattate con riguardo, senza insistere su particolari crudi. È un libro perfetto per parlare agli studenti di questo periodo storico mai affrontato nei programmi scolastici. Io ho avuto la fortuna di approfondirlo per un esame universitario e spero che il diario nella sua interezza venga tradotto in Italia per poter avere tra le mani le vite di tutti gli armeni che non ci sono più.

Quelle che seguono sono alcune delle domande che ho posto all’autrice in una presentazione online del libro in questione, pubblicato da una casa editrice indipendente romana, La Lepre Edizioni.


Perché hai scelto di raccontare questa storia a capitoli alternati invece di tradurre e pubblicare il diario?
Mio zio, il figlio ritrovato di mia nonna, è morto nel 2008 tra le mie braccia e fino al 2014 non ho toccato nulla nella sua stanza. Solo nel 2014 ho trovato il quaderno in una scatola di scarpe. Ho capito subito, leggendo, come avrei dovuto scrivere questa storia.
Se si raccontassero direttamente tutte le sofferenze patite dagli armeni, le persone non potrebbero sopportarle e chiuderebbero il libro. Così mi sono detta “ecco, ritornerò la bambina di un tempo e alternerò i capitoli. Per raggiungere il cuore dei lettori bisogna far appello all’emotività.


Perché il massacro armeno è poco conosciuto e ignorato dalla storia ufficiale, a differenza del genocidio ebreo?
La parola genocidio non esisteva prima del 1944. Fu coniata da Raphael Lemkin proprio per descrivere lo sterminio nazista, prima di allora si parlava di massacro e comprendeva sia genocidi che uccisioni di massa. Non esisteva un termine per rappresentare la volontà di sradicare un intero popolo e una cultura e quindi fu creato un termine per ricordare proprio questo atto specifico. Ho deciso di regalare il diario alla Biblioteca Nazionale Francese, che ne farà un’edizione scientifica,  per condividere la memoria con l’intera umanità. Gli armeni hanno la tendenza a tenere per sé i ricordi, secondo me invece vanno condivisi. È un documento unico al mondo, scritto in diretta, si capisce che mia nonna scriveva ciò che vedeva. La cosa strana di eventi terribili che segnano l’anima è che spesso bisogna passare attraverso l’arte per rendere bene cosa è accaduto, come per esempio accade in film quali Il pianista o La vita è bella, perché nei libri di storia la cronaca cruda porta a chiudere i libri.


Ripeti spesso nel libro che nessuno vuole ascoltare quei racconti. La nonna raccontava spesso, aveva bisogno di parlare, di non tenere per sé quanto accaduto. Perché non si vuole ascoltare? Vergogna, paura, disinteresse?
Spesso le vittime si rinchiudono in se stesse per paura di non essere credute o di essere accusate di ingigantire i fatti. Le donne hanno subito violenze inaudite e per il solo fatto di essere sopravvissute venivano guardate con sospetto. Negli anni ’20 non era di moda raccontare la sofferenza come avviene ai nostri giorni. Da bambina percepivo la sofferenza di mia nonna, la coccolavo e si era stabilito un rapporto tale che all’età di dieci anni, quando la nonna ripeteva questi racconti, io la correggevo perché li conoscevo perfettamente e la sua memoria invece si era indebolita. C’è stato un passaggio di memoria storica.


Che impatto ha avuto sulla tua vita il rapporto con tua nonna e il conoscere dettagli del suo passato?
Stare con mia nonna mi ha allontanata dal mondo perché da piccola mi ammalavo spesso e rimanevo a casa con lei, solo all’età di dodici anni sono andata a vivere con mia mamma. Questo rapporto così forte mi ha cambiato la mente: ero molto empatica, soffrivo con mia nonna, piangevo con lei. Ho capito cosa significano amore, sofferenza e resistenza. L’impatto sulla mia vita è stato positivo perché ho acquisito la sicurezza di potermi salvare sempre, perché la nonna ci era sempre riuscita. Per me, poi, quei racconti erano come una fiaba: le persone morte non le avevo mai conosciute quindi non ne ho sofferto, mio zio è stato ritrovato quindi il racconto per me era a lieto fine. Lo definisco un cammino iniziatico e la nonna la mia eroina.


Prendo in prestito una frase del diario e ti domando: “Un libro potrà mai descrivere sul serio l’insieme dei nostri dolori?”
Con questo libro ho cercato di contraddire l’idea di non poter raccontare una cosa del genere, mia nonna aveva questa idea. È un tentativo di comunicare.
Gli uomini venivano uccisi per primi perché sapevano leggere e scrivere e quindi potevano tramandare i fatti. Anche i bambini più grandi, dai quattro anni, venivano uccisi perché potevano ricordare, i più piccoli invece venivano dati in adozione e quindi cresciuti all’oscuro. Spero che anche il diario venga tradotto in italiano. In Svezia è stato un terremoto perché non avevano idea del massacro, si sa dell’uccisione degli armeni ma non di quanti (un milione e mezzo), della crudeltà e della volontà di cancellarli del tutto. Donne e bambini venivano mandati con dei convogli verso il deserto e camminavano anche per lunghi tratti a piedi; c’erano file di donne con figli appena nati che morivano lungo la strada perché non c’era cibo e quindi le donne non avevano latte. Quando una di loro piangeva di dolore veniva uccisa dai soldati che sorvegliavano la fila.
Molte associazioni italiane hanno accolto bambini sopravvissuti. La traduzione armena di questo libro è stata un bel regalo perché gli armeni, la comunità francese, hanno capito che nulla è stato dimenticato.
Non ho avuto un’infanzia spensierata, non c’era molto denaro in casa, ma non ero triste. Non avevo termini di paragone con altre famiglie. La storia di mia nonna era difficile da elaborare, piangevano insieme. Aveva molte paranoie e oggi io stessa guardo persone con attenzione per capire se le hanno un animo gentile, se ci si può fidare.
Oggi avrebbe 124 anni, è ancora con me.
Gli armeni dicono “ci hanno sotterrato ma siamo come semi e rispuntiamo di nuovo”.





Anny Romand
Mia nonna d’Armenia

traduzione di Davide Petruccioli
prefazione di Dacia Maraini
La Lepre Edizioni, Roma, 2020
pp. 127

Lascia un commento

Sostieni


Facebook