“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Martedì, 03 Novembre 2020 00:00

All’alba d’un sole nero: intervista a Sotirios Pastakas

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La Casa della poesia è un progetto culturale che dal 1996 raccoglie voci di poeti da tutto il mondo, traducendoli, pubblicandoli e organizzando reading. Fra gli autori più legati all’iniziativa c’è il greco Sotirios Pastakas, molto stimato dalla critica e conosciuto a livello internazionale. Sotirios è nato a Larissa nel 1954, ha studiato Medicina a Roma e per trent’anni ha lavorato come psichiatra ad Atene, per poi decidere di dedicarsi esclusivamente alla scrittura.



La Casa della poesia è un progetto che promuove il confronto tra culture, contro ogni forma di chiusura nazionalista: che effetto le fa questo momento storico in cui anche tra Paesi limitrofi ci sono difficoltà a relazionarsi?
In venticinque anni la Casa della poesia è diventata un fenomeno mondiale di resistenza della parola poetica, una fucina di incontri tra poeti di varie nazionalità. Una torre di Babele, un ponte per far camminare le parole. Questo è un periodo triste perché si sente che tutto ciò sta per mancarci. Naturalmente questi tempi che mettono alla prova le nostre ambizioni valgono anche per valutare il lavoro fin qui svolto, gli splendidi volumi di poesia tradotti con cura e passione che sono passati di mano in mano e sono stati amati da persone di varia estrazione e religione. Ecco, la qualità delle poesie nei libri della Casa della poesia mi fanno sperare bene che ritorneremo presto in carreggiata per comunicare a viva voce e in contatto corporeo con il verbo che può cambiare la prospettiva della nostra vita e, perché no, che ci spinga a cominciarne una nuova.


Si è avvicinato alla poesia tramite Jack Hirschman, uno degli ultimi esponenti della beat generation: quali sono le maggiori differenze tra quegli anni e il presente, anche nella scrittura?
Già nella metà degli anni Novanta Alfonso Berardinelli aveva notato che la poesia stava diventando un “asilo nido”, dove i poeti venivano acclamati subito e facilmente come dei piccoli Rimbaud, al di fuori della loro età anagrafica. Negli anni a venire e fino ai nostri giorni abbiamo visto avverarsi la profezia nefasta di Berardinelli: siamo troppo cortesi e pazienti con gli scarabocchi di questo popolo di poeti che chiede la nostra attenzione. Se la poesia dunque è diventata uno spazio confessionale che redime solo quello che la scrive, e lascia nella indifferenza siderale chi la legge, personalmente sono grato a Jack che nel 2003 mi ha regalato il manoscritto della sua poesia Path (Sentiero). Ne riporto qui un passo nella bellissima traduzione di Raffaella Marzano:

“Lascia che ti infranga, cuore.
L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza”.


E questo è l’unico modo di scrivere poesie. Quanti sono disposti a spezzarsi il cuore prima di mettersi a scrivere, caro Domenico? La nostra società una volta era caratterizzata dal distinguere tra il bene e il male. Ora la scelta pare essere tra il facile e il difficile. Vedo con apprensione che i poeti odierni (e non solo i giovani) sono inclini al modo facile di fare poesia. Percorrono la strada della fatica minima.


Raccontare è da sempre un modo per costruire memoria e anche per superare periodi di difficoltà. Per lei può essere così anche adesso? La parola, la scrittura, possono ritrovare un senso e un’urgenza che in Occidente forse stavano smarrendo?
La parola non si smarrisce. Semplicemente alcune volte è incisiva e altre volte rimane lettera morta. La cosa non mi spaventa. Interi secoli bui non sono stati capaci di produrre parole, di raccontarsi. L’Occidente ha smarrito la sua capacità da tempo, pensare che possa riprendersela mi pare vano. Bisogna buttare su altri orizzonti la nostra attenzione.


Da ex psichiatra quali ritiene saranno i maggiori effetti della pandemia sul piano sociale e a livello mentale?
Il cervello umano è di una spaventosa elasticità: reagisce agli stimoli e crea nuove sinapsi secondo gli stimoli esterni. In un futuro distopico si prevede l’insofferenza al contatto fisico con gli altri esseri umani, la perdita della convivialità e la scomparsa di tante parole come compagno e collega, festival, feste padronali, assemblee ecc. Ma la maggior perdita sarà quella dei sensi, con primi in ordine di estinzione il tatto e l’olfatto.


Il negare l’emergenza, diffuso ormai in tutto il mondo a partire da noti esponenti politici, può essere interpretato come una sorta di rigetto psicologico, quindi una conseguenza della paura?
Negare l’emergenza è il punto d'arrivo della lotta contro l’illuminismo, fenomeno al quale assistiamo da una trentina di anni. Piano piano e con tenacia stiamo vedendo l’instaurarsi di un oscurantismo che colpisce il lavoro, la politica, le religioni, il nostro stesso modo di rapportarci con gli altri, quindi il sociale e lo spazio privato: è la cieca volontà di distruzione e morte, cara alla cultura fascista. Non è una semplice conseguenza della paura, dunque, ma il punto d’arrivo di un’intera cultura dell’esercizio della paura che ci stanno imponendo come stato d’animo.


Giacomo Leopardi è stato giudicato un pessimista per aver messo in luce l’indifferenza della natura nei nostri riguardi e aver ridimensionato il ruolo dell’uomo nell’universo: secondo lei, in un momento simile, la poesia dovrebbe riprendere un simile richiamo alla lucidità o tentare la strada della consolazione?
Sono stato formato in Italia degli anni Settanta, e la letteratura di consolazione la riconosco semplicemente come reazionaria e volgare. Pessimista per natura e ottimista per posizione, riconosco in Giacomo Leopardi un maestro di vita: un essere pensante non può che dispiacersi della pandemia odierna, ma bisogna mantenere il lume della speranza. Viviamo un periodo di “sole nero”. La nostra depressione bisogna però rivoltarla in depressione attiva, non passiva e suicidaria, ma piena di energia positiva. Il sole è diventato nero ma è sempre il sole. La lucidità leopardiana ci sia d’esempio.

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